| La metà dei bambini
roncadesi delle scuole materne e dei ragazzi delle medie guardano la tv almeno due ore al
giorno, un po' meno quelli delle elementari, ma più del 60% di loro se ne sta davanti al
cinescopio in assouta solitudine. E' da
dati come questi, ottenuti attraverso un capillare lavoro di interviste a tutti gli
studenti delle scuole del territorio comunale - ed i cui risultati presto pubblicheremo
integralmente - che venerdì sera, 27 ottobre, è iniziata una vivace discussione tra
relatori e pubblico seguita fino a tarda ora, con attenzione, dalla grande maggioranza
delle circa 200 persone presenti.
Sullo sfondo il costante collegamento tra
ciò che la televisione propone di declinabile come "forma di violenza" e le
ripercussioni che questa componente può avere sui più giovani, aspetto che, secondo
Paola Pastacaldi, differenzia almeno un po' i ragazzini del Nord - meno suggestionabili di
fronte alle scene più crude - da quelli del Sud, apparentemente più in difficoltà
quando si tratta di distinguere realtà da fiction.
Per Maria Marconi occorre sempre tener
presente, a questo proposito, chi sono i produttori delle proposte televisive e ricordarsi
che dei programmi televisivi visti i bambini non ne parlano con insegnati o genitori ma
con i coetanei, circostanza che fa lievitare l'impatto del messaggio.
Importante, secondo Rinalda Montani,
osservare come la violenza venga costruita e proposta e come vi sia il rischio di una
assuefazione ad essa anche da parte del pubblico adulto, fino alla "perdita del senso
di pietà".
Ma è sulla realtà che si devono fare i
conti e per Giorgio Lago, bando ai moralismi, l'unica cultura possibile per gestire il
fenomeno mediatico rappresentato dalla tv è quello di "costruire gente forte",
con un senso critico autonomo, perchè - rileva - "non c'è un luogo in cui si può
insegnare a vedere la tv", se si tiene presente che "la scuola è già in
difficoltà anche per inseguire un insegnamento normale" e che i genitori, - cioè
"il genitore", cioè "la mamma" - è una mamma trevigiana che vive in
una provincia in cui più del 50% delle donne lavora. La mamma, perciò, "non può
essere caricata di tutto" e tantomeno di dover risolvere il dramma della
"confusione tra realtà e finzione" dentro l'universo catodico, specchio totale
di questo secolo "splendido e babelico"
Snob dichiarato a 360°, Walter Dal Cin
preferisce puntare ad un tentativo di ridurre l'apparecchio televisivo ad un oggetto a cui
si può rinunciare, data anche la sua responsabilità nell'aver disseminato il virus della
crescente "incapacità di parlare". In sostanza, dice Dal Cin, "se ci va
bene questo mondo ci va bene anche questa tv", e viceversa, naturalmente, senza
scampo nemmeno per i telegiornali che pretendono di "spacciare la realtà".
Quindi, se consumatori dobbiamo essere, Joyce
Mamon osserva che almeno possiamo diventare "consumatori selettivi" e che se i
genitori non hanno il tempo di seguire certi programmi assieme al figlio, un uso
intelligente del videoregistratore potrebbe certamente essere un po' d'aiuto. |