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Sandra Casagrande morta ammazzata

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LA PASTICCERA RONCADESE PUGNALATA 22 VOLTE NEL SUO NEGOZIO DIECI ANNI FA

L'assassino non è mai stato trovato

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Eppure quando si parla di sicurezza tutti lamentano furti e spaccate ma nessuno si ricorda mai che c'è un killer a piede libero


 

Era una sera freddissima quella del 29 gennaio 1991, un martedì, e c'era la luna piena.
Sandra Casagrande, 42 anni, aveva abbassato le serrande da un paio d'ore, come del resto erano chiusi tutti gli altri esercizi del centro storico, compresi, per turno settimanale, i locali pubblici più vicini. Freddo intenso e piazza deserta, insomma, a parte la gente che si trovava nella pizzeria di via Roma ed uno sconosciuto al quale Sandra aprì la porta.

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Secondo quanto è stato possibile ricostruire, infatti, la donna era rimasta in negozio, al piano terra, sotto l'appartamento nel quale abitava, per terminare di confezionare alcune bomboniere e la luce era ancora accesa. L'ignoto conoscente della pasticcera - conoscente perché altrimenti non si spiega come mai lei gli avesse consentito di entrare - per ragioni che non abbiamo mai potuto comprendere e secondo un modo di agire che per i criminologi risponde a ciò che si definisce un "raptus" - prima tramortì Sandra rompendole in testa una bottiglia, poi le infilò in gola un pezzo di straccio per non farla gridare e quindi la colpì con 22 coltellate quasi tutte al centro del torace, forse usando anche una forbice trovata lì accanto.

Sandra morì in pochi istanti e l'assassino si allontanò.

Di lì a poco, in base ad alcune testimonianze, sarebbe passato da quelle parti un signore roncadese che era solito farle visita. Attraverso i vetri, o accostando di poco la porta, l'uomo si sarebbe reso conto di quanto era accaduto ed avrebbe deciso di tornare rapidamente nel locale dal quale era uscito pochi istanti prima. Qui avrebbe inserito un gettone nel telefono pubblico per chiamare una persona che abitava vicino a Sandra ed avvertirlo che era successo qualcosa di strano.

Sta di fatto che a scoprire "ufficialmente" il crimine fu   Zeno Vettorello, il quale uscì di casa, entrò in pasticceria, vide la scena e chiamò il 113.

L'inutile ambulanza arrivò seguita da un manipolo di carabinieri e poliziotti, seguiti a loro volta dal pm, Bruno Bruni, ed un paio di giornalisti.

La Tribuna di Treviso di Sandra e di quella sera scrisse "Una donna piacente: nulla a che vedere, in vita, con quel povero corpo trovato nello sgabuzzino del suo negozio tra odore di sangue e di frittelle. La pelle lattea coperta di sangue, gli occhi dilatati e quasi usciti dalle orbite per il terrore degli ultimi attimi, la bocca spalancata in un urlo che nessuno avrebbe potuto sentire per quello straccio affondato dal suo assassino fino alla gola. E il petto straziato: ventidue coltellate inferte tra il collo e i seni con tanta furia che la lama si era spezzata e le era rimasta nello sterno, e l'assassino aveva preso una forbice per colpire ancora".

Le indagini non portarono a nulla, gli interrogatori furono numerosi, i sospettati tre, uno aveva un alibi d'acciaio, sugli altri gli elementi raccolti non furono sufficienti a formalizzare un'accusa. L'autopsia, eseguita dal medico legale Rosario Chirillo, accertò che Sandra fu raggiunta al torace e, in parte, tra il fianco e l'ascella sinistri, che alcune costole erano spezzate e che la morte sopraggiunse - tra le 22 e le 22,30 - per dissanguamento, essendo stata recisa di netto l'arteria polmonare. Il perito concluse anche che l'aggressore era quasi certamente di sesso maschile, non mancino, e che non c'erano tracce di violenza sessuale. Il seno della donna risultò inoltre intatto, quasi che l'omicida avesse voluto di proposito risparmiarlo dalla furia dei fendenti.

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Il comandante della Compagnia Carabinieri di Treviso, cap. Pierluigi Felli

Gli investigatori sequestrarono una rubrica densa di numeri telefonici me non ne cavarono un granchè, e forse nemmeno ci misero tutto questo impegno se è vero che chi divideva la stessa parete con l'appartamento di Sandra, sopra il negozio, quella sera non fu disturbato da carabinieri o poliziotti almeno per la domanda di rito, "lei ha udito nulla?"

Un gesto di pregevole collaborazione lo diede Roberto Collodo, il titolare del distributore

di benzina Agip di Biancade, l'unico in zona, allora, dotato di impianto automatico. L'indomani nella cassa del 24H trovò tre banconote da diecimila lire imbrattate di sangue e, collegando le notizie appena lette nei giornali, non esitò ad avvertire la magistratura. L'intuizione fu felice, il sangue era lo stesso di Sandra, chi aveva infilato il denato, insomma, era la stessa persona che si era imbrattato le mani massacrando la pasticcera. Ma anche questo non servì.

Qualche giorno dopo del caso si occupò anche la trasmissione di RaiDue "Detto tra noi". Piero Vigorelli giunse con telecamere e ponti radio a Roncade e, in diretta, intervistò alcuni residenti, mandando in onda una ricostruzione più o meno verosimile della vicenda. E fu la sigla di chiusura di questa storia.

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Vigorelli davanti alla pasticceria

Nessuno ne volle più parlare, il negozio restò sequestrato per qualche tempo, poi fu svuotato ed ora al posto della pasticceria c'è una profumeria. Adesso a dirla tutta, dieci anni dopo, si può anche ricordare che Sandra non piaceva a tutti.

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Interviste all'interno del bar "Grillo" durante la trasmissione di "Detto tra noi". Il programma di Raidue andò in onda in diretta pochi giorni dopo l'omicidio

Meglio, c'era un gruppetto di soggetti che la andavano a trovare senza farlo sapere troppo in giro, ma pubblicamente lei non godeva di una grande considerazione.

Il marito e collega di Sandra, Luciano Vio, era morto suicida diversi anni prima legandosi una pietra al polso con il fil di ferro e saltando nel Sile, a Casale, e più di qualcuno ricorda bene come la donna non avesse un atteggiamento "delicato" verso il mite e psicologicamente fragile consorte.

In altri termini come vedova era piuttosto giovane e poco incline a vestire il lutto, e la sua intraprendenza nel gestire da sola tanto l'attività che l'aspetto personale della propria vita poteva anche non piacere. Sarebbe piaciuta a De Andrè, ma questo è un altro discorso e chi ha presente "Bocca di Rosa" lo capisce subito.

Sta di fatto che la "ritrosia" lamentata dagli inquirenti interrogando i testimoni soffocò ogni progresso nelle indagini e tutto finì in archivio. Al punto che - e questo sorprende, quasi a Roncade si fosse tutti consapevoli che quella cosa sarebbe potuta capitare solo a lei - quando si cominciò a lamentare la carenza di forze dell'ordine, la scarsa sicurezza del centro, eccetera, si tirarono sempre e solo in ballo furti nelle abitazioni, rapine nei negozi e così via.

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Altri testimoni intervistati sotto i portici

Mai nessuno parlò di un omicidio avvenuto proprio in una bottega del centro, l'unico nel dopoguerra nella storia di Roncade, e nessun roncadese disse mai di aver paura per la presenza, da queste parti, di un pazzo assassino a piede libero.


 

La Tribuna di Treviso, 29 gennaio 2001

Si riapre il caso della pasticciera uccisa
Roncade: venti coltellate al seno, un sospetto e un mazzo di rose gialle

di Sabrina Tomè

RONCADE. Dieci anni fa, il 29 gennaio del 1991, veniva ammazzata con venti coltellate al seno la pasticciera Sandra Casagrande. L'omicidio, commesso all'interno del negozio, è rimasto senza colpevoli. Ma il sostituto procuratore Bruno Bruni, che all'epoca condusse le indagini sul delitto, avverte: "L'inchiesta potrebbe essere riaperta".
Gli inquirenti percorsero fin da subito la pista del delitto passionale e perquisirono le case di dieci persone, tutti uomini. I sospetti, a un certo punto, si concentrarono su un impiegato che era stato visto la sera del delitto nei pressi della pasticceria. Ma l'uomo aveva un alibi. Il movente dell'omicidio? La gelosia. Poco prima di morire Sandra confidò preoccupata a un'amica di aver ricevuto un mazzo di rose gialle, senza biglietti.

Sandra Casagrande Vio aveva 44 anni, una pasticceria in centro a Roncade e uno stuolo di corteggiatori che le inviava mazzi di fiori e le scriveva "ti amo" sullo specchio della camera da letto. Non era una bellezza, Sandra. Eppure agli uomini piaceva, eccome. Piacevano le sue forme morbide e burrose, il suo carattere solare, il suo dire di sì senza chiedere impegni in cambio. L'abito da sposa lo aveva indossato giovanissima, appena diciottenne. Anni più tardi, nel 1980, il corpo del marito venne trovato nel Sile: suicidio si disse, anche se l'uomo aveva le mani legate dietro la schiena con un filo di ferro. Una morte strana, accompagnata da tanti dubbi. Ma il destino aveva in serbo un altro, terribile, mistero: l'assassinio di Sandra. Tra le 22 e le 23 di martedì 29 gennaio 1991 la pasticciera di Roncade venne uccisa all'interno del suo negozio con venti, feroci coltellate. I colpi, quasi tutti all'altezza del seno denudato, furono talmente violenti che la lama si spezzò e rimase conficcata nel corpo della donna. Durante l'autopsia si scoprì che Sandra stringeva tra i denti un reggitende, un pezzo di stoffa che l'assassino usò per soffocare grida e lamenti. Perché, dissero i medici legali, quella della pasticciera fu una morte lenta e dolorosa. Eppure l'omicida che colpì con tanta bestialità e brutalità ebbe anche un gesto di femminile delicatezza: coprì con una vestaglia il petto della vittima. Poi uscì dal negozio e sparì nel buio. Dieci anni sono passati da quella sera e l'assassino è rimasto impunito. C'era un nome, un sospettato, ma nessuna prova per considerarlo colpevole e portarlo a processo. Per questo, il 17 luglio 1991, il pm Bruno Bruni chiese l'archiviazione del caso e due giorni dopo il giudice Felice Napolitano chiuse il fascicolo ritenendo che non fossero emersi "elementi utili per l'identificazione del responsabile o comunque per la ulteriore prosecuzione delle indagini preliminari" e che insufficienti fossero anche gli "elementi indiziari emersi a carico di L.G.".
Gli uomini di Sandra. L.G., impiegato comunale, 41 anni all'epoca dei fatti, entra nell'inchiesta della Procura di Treviso insieme a tanti altri uomini, amanti, amici o semplici conoscenti della bionda pasticciera. Gli investigatori corrono da una provincia all'altra facendo la spola fra Treviso e Venezia e mettono sottosopra le case di dieci persone, tutti maschi. Il professore, il carrozziere, l'ex fidanzato, il ristoratore, l'albergatore, il rappresentante, l'operaio, l'imprenditore fallito, l'amico e infine l'impiegato comunale aprono, uno dopo l'altro, la porta delle loro abitazioni agli inquirenti. I dieci decreti di perquisizione, il primo del 30 gennaio e l'ultimo del 6 marzo, hanno tutti esito negativo. Dell'assassino nessuna traccia, ma le visite non sono completamente inutili: fanno emergere la grande attrazione che Sandra esercitava nei confronti dell'altro sesso, gli ardori che accendeva. E proprio qui si nasconde probabilmente la chiave, il movente, dell'omicidio.
Un delitto passionale. "Non è improbabile che il delitto sia da inquadrare fra quelli di natura passionale", scrive il 30 gennaio 1991, l'ispettore Filippo Silvestri, allora capo della Squadra Mobile. Il campo degli omicidi passionali è però molto vasto, di che cosa si tratta esattamente? Un amore non corrisposto? Un dramma della gelosia? Un ricatto sentimentale da parte della vittima? Oppure un maniaco? Una pista, quest'ultima, che sembra a un certo punto prendere corpo. E' il 7 febbraio quando il pm spicca un mandato di perquisizione nei confronti di G.M., imprenditore fallito e operaio a tempo perso, 52 anni all'epoca dei fatti, residente a pochi chilometri dalla casa della vittima. Nell'auto bianca dell'uomo, che avrebbe fatto a Sandra alcune avances cadute nel vuoto, vengono trovate 65 polaroid di donne nude, svariati reggiseni e slip femminili. Soltanto un feticista? Il corpo della pasticciera è nudo a metà: il maglione è nel negozio, probabilmente se l'è sfilato lei stessa. Ma del reggiseno nessuna traccia. L'operaio ha una strana ferita di cinque centimetri sull'avambraccio sinistro, ma anche una spiegazione pronta per giustificarla: "Mi sono fatto male con un tondino in ferro", dice agli inquirenti. C'è poi l'ipotesi del ricatto sentimentale. Sandra frequenta uomini sposati: si è forse lasciata sfuggire una parola di troppo, ha minacciato di raccontare tutto alla moglie di uno di loro? In quel periodo la pasticciera ha una relazione con un ristoratore della zona: con lui si incontra ogni mercoledì pomeriggio e con lui esce spesso a cena. Ed è probabilmente lui ad aver scritto sullo specchio della camera da letto della donna la frase "Ti amo tanto. T.". Ma la moglie del ristoratore, assicurano i ben informati, è al corrente da tempo della relazione. Il ricatto, insomma, sarebbe stato in questo caso impossibile. C'è comunque un altro uomo, un albergatore, L.C., che ha frequentato la pasticciera e che aveva anche le chiavi di casa. "Ma con Sandra eravamo solo amici - assicura durante l'interrogatorio - E comunque ho smesso di andare a bere il caffè da lei perché mia moglie cominciava a insospettirsi". Il 2 febbraio gli investigatori gli perquisiscono la casa: nessun indizio. Infine la pista della gelosia. C'è, in questo caso, un elemento inquietante, un fatto che aveva preoccupato Sandra poco prima della morte. Il 22 gennaio, giorno del suo compleanno, la donna riceve un mazzo di rose gialle, il colore della gelosia. Nessun bigliettino accompagna quell'omaggio floreale. La pasticciera, che pure era abituata a ricevere rose, è stupita e ne parla con un'amica slava. Sta forse in quel mazzo giallo il segreto del delitto di Roncade? Chi mandò quei fiori? Chi era geloso di Sandra? Probabilmente c'è un fiorista che ricorda il suo nome.
Una serata molto affollata. Una cosa è certa: la sera dell'omicidio nella pasticceria di Roncade e nei suoi paraggi c'è un grande movimento di auto e di persone. Un testimone vede Sandra parlare, verso le 20.15, con un uomo robusto, 1,75-1,80 di altezza e nota anche un'auto di piccola cilindrata, colore chiaro, proveniente dal centro del paese, fermarsi all'altezza del negozio. Dalla vettura scende un giovane, trent'anni probabilmente, con un soprabito chiaro. C'è poi il racconto di una vicina che nota, verso le 21.30, un'auto bianca di grandi dimensioni, targata Venezia, parcheggiata a 20 metri dalla pasticceria. La vettura ha i vetri appannati. Sicuramente, poi, quella sera verso le 20.30, entra nella pasticceria A.M., un meccanico con cui Sandra aveva avuto in passato una relazione. Il 2 febbraio l'uomo viene sentito dai carabinieri. E spiega di essersi fermato per un caffè e per una sigaretta, ma anche per cercare la spilla della sua fidanzata persa probabilmente all'interno della pasticceria. A.M. racconta agli inquirenti di un altro uomo, uno con un soprabito bianco (lo stesso visto dal testimone?) che si ferma in pasticceria per qualche istante. C'è poi chi ha visto, verso le 20.15, un individuo camminare sotto i portici di Roncade, proveniente dalla pasticceria, rosso in viso e claudicante. Si tratta di un bidello che all'epoca lavorava in una scuola superiore. L'uomo nega tutto e fa di più: va in casa del teste e lo invita a ritrattare. Tanti movimenti, tanti comportamenti strani, niente però che possa condurre all'assassino.
Il sospettato. Ma il colpo di scena, quello che induce il pm Bruni a individuare un primo sospettato, arriva con la deposizione di un nuovo testimone che parla di un uomo dai capelli lunghi, dalla barba incolta, alto 1.75-1.80, visto aggirarsi nei pressi della pasticceria verso le 21.55. La descrizione dello sconosciuto coincide perfettamente con quella fatta da un altro teste e gli inquirenti decidono di mostrare ai due alcune foto: viene riconosciuto L.G.. Ma l'uomo nega con decisione, giura che quella sera non è mai uscito da casa e presenta un alibi di ferro. Il 6 marzo scatta la perquisizione dell'abitazione e il 21 le intercettazioni telefoniche. Nulla emerge, nessun indizio di colpevolezza viene alla luce.
Le banconote. Inutili, purtroppo, anche le analisi sulle tra banconote da 10 mila lire macchiate di sangue, trovate il mattino dopo il delitto nel distributore automatico di Roncade. Gli inquirenti sospettano che appartengano all'assassino e che sue siano le impronte sporche di sangue. Il 19 aprile il laboratorio di analisi fa sapere che è impossibile ricostruire le impronte digitali: i segni sono insufficienti. Si chiude anche questa pista e il fascicolo va in archivio con il timbro "ignoti". Ma un omicidio non si prescrive e l'inchiesta sul delitto di Roncade può essere riaperta in qualsiasi momento. Se qualcuno sa, è ancora in tempo per raccontare, per rendere giustizia a una donna uccisa ferocemente e per mandare in carcere un assassino rimasto impunito e libero. Libero di uccidere ancora.