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Ruggero Lorenzetto

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In memoria del compagno Ruggero


 

Disertò dai repubblichini, divenne partigiano nell'area del Piave, disobbedì al futuro golpista Gianadelio Maletti che gli ordinò di caricare gli operai in assetto di guerra, diceva che ogni individuo ha il dovere di affrontare tutte le difficoltà umanamente superabili perchè solo gli imbecilli si buttano su quelle insuperabili.

Ruggero Lorenzetto, scomparso un anno fa, fu anche l'uomo che fece crescere il Pci a Roncade e che seppe richiamare in superficie il "sentire di sinistra" prima intimidito da un sistema, negli anni '60, apparentemente immutabile e conservatore, fatto di piccoli potentati oscillanti tra l'intellighenzia democristiana-clericale e rigurgiti fascisti.

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Il 25 febbraio, alle 9, al Centro Diurno per Anziani, Ruggero Lorenzetto sarà ricordato dall'unità di base dei Ds di Roncade e la sezione provinciale dell'Associazione Nazionale dei Partigiani Italiani con un intervento di Ernesto Brunetta.

Di seguito riportiamo una "lettera" postuma a lui rivolta da un compagno

 
RUGGERO2.jpg (45334 byte) Nel ricordo di un amico,

di un compagno,

di un maestro

Scrivere di una persona che non c’è più senza correre il rischio inciampare in un esercizio retorico, anteponendo l’enfasi all’obiettività dei fatti e delle azioni, non è né facile né corretto.

Soprattutto nel momento in cui l’uomo in questione ha segnato una fase fondamentale e delicata nella propria formazione politica, sociale ed umana. A maggior ragione quando si cerca di descrivere un percorso di vita caratterizzato da profonda onestà intellettuale sommata ad una visione pragmatica e tollerante (da non confondere con debole o permissiva) sia nei rapporti personali, sia nei rapporti sociali e politici. A raccontare cioè, in estrema sintesi, di una personalità complessa, ma chiara ed inequivocabile. Gesto dovuto (questa è la mia convinzione) nei confronti di un compagno, di un amico, di un maestro che ha speso le proprie energie per gli altri (nell’ottimismo della volontà) con generosità e spirito di servizio.

Ruggero Lorenzetto (nato nel 1925) arriva a Roncade, come fotografo, nel 1961 con alle spalleuna lunga militanza nelle file del P.C.I.. Militanza maturata da una formazione politica realizzata all’interno della federazione provinciale del partito, a fianco d’uomini umili ma prestigiosi, costruttori dell’Italia repubblicana, tra cui l’indimenticato capo carismatico della "resistenza" della zona del Cansiglio Dal Pozzo. La sua scelta di vita, però, causata ed originata da iniziative che sono scaturite dall’intimo di un io ribelle alla protervia ed alla stupidità, Ruggero la compie lontano dal tempo. Quando, ancora minorenne, (aveva 18 anni) dopo l’8 settembre 1943, è chiamato alle armi dalla repubblica di Salò ed inviato in quel di Casale Monferrato per svolgere un corso d’allievo sottufficiali. Ed è qui, a contatto con camicie nere e brune, che scopre la sua vera essenza d’uomo, alieno al lavaggio del cervello, refrattario agli ordinamenti di vertice di élite, ribelle e sovversivo nei confronti del motto: "chi per la patria muore vissuto è assai", che realizzerà e maturerà i motivi che lo porteranno a coltivare l’idea della diserzione., di fuggire da un coacervo putrido di violenza fine a se stessa, da un dispotismo impazzito, nell’orlo del baratro, a adunate oceaniche, ridicole e grottesche il cui motto: "Dio–patria-famiglia", racchiude e conchiude analisi e concetti. Ed è da qui, da questa scelta determinata e coraggiosa, dall’impatto forte e drammatico della lotta antifascista che trae origine, appunto, la vicenda umana e politica di Ruggero.

L’episodio della diserzione, il rischio reale di essere fucilato, l’immediato approdo alla lotta partigiana, tra le fila dei gruppi del basso Piave e alle azioni di guerra che ponevano la sua vita in costante pericolo (come quando catturò, assieme ad un compagno, un gruppo di tedeschi rifugiatisi in una casa colonica, o come quando aspettò una notte intera, con a tracolla un tascapane pieno di bombe a mano, che i fascisti facessero "visite" ai suoi familiari). Sono tutti aspetti indicativi, a mio avviso, della personalità e degli "spiriti" che albergavano l’animo dell’allora giovane Lorenzetto.

Ricordo, a proposito di un animo, che lui soleva spesso far riferimento ai "motti dell’animo", ai sentimenti profondi che vendono dal "cuore", citando come esempio la sua scelta di aderire alla resistenza, per dimostrare che non sempre le decisioni gravi, difficili ecc. sono frutto della ragione e delle analisi profonde ma, anzi, molto spesso, sono un fatto di "pelle", sono reazioni istintive a fatti ingiusti, a soprusi nei confronti dei più deboli, a coercizioni verso gli indifesi e, che dopo, con calma e a mente fredda, elabori il tutto, razionalizzi le ragioni, cerchi la risposta, insomma, porti il problema a maturazione.Questa concezione psico-socio-filosofica è stata una componente dell’agire socio-politico di Ruggero.

Una sua componente caratteriale che però non lo spingeva ad agire in modo avventato. Tutt’altro !

Lui affermava, questo è il concetto chiave, che la molla, la miccia che innesca il processo, deve accendersi "dentro" e che tanto è più forte è lo "scatto" della molla/miccia, tanto più forte sarà la volontà di perseguire e di condurre l’operazione preposta. A mio avviso e con il senno di poi, questo suo modo di "porsi" nasce da una forte pressione interiore generata da un’enorme passione per la giustizia tout-court (e per la giustizia sociale in paricolare) e le evidenti, storiche e croniche, difficoltà a poterle realizzare con i mezzi della politica (i soli mezzi leciti dal suo punto di vista) dati i rapporti di forza esistenti.

Questa sua riflessione-intuizione spazio-temporale mette in luce nuovamente la sua statura intellettuale: il "dubbio dell’intelligenza"., che non è da confondere con scarsa propensione a decidere, tutt’altro, ma da descrivere al famoso "che fare?"di lontana e storica memoria. Alla consapevolezza che nella prassi quotidiana (dalle teorie dei massimi sistemi alla convivenza del porta porta), nulla è dato per scontato a priori.

Queste considerazioni sull’amico Ruggero, mi portano lontano nel tempo (prima anni ’60) quand’io con la passione per la politica, e lui, adulto in cerca di "volti" nuovi, ci frequentavamo costantemente a formare quello strano sodalizio che durò nel tempo. Questa fu la circostanza in cui mi dimostrò la sua gran vocazione per gli altri. Fu per me maestro non arrogante, ma determinato (tra mille dubbi deciso), fu fonte di discussione e di confronto mai animati ma seri, stimolo a non mollare mai, nonostante le difficoltà, ma sereno nel divenire degli eventi sia personali che collettivi. La prima impressione che ebbi di Ruggero fu di un uomo costantemente sul filo dei suoi pensieri, perennemente in punta di riflessione. Molto probabilmente questo suo specifico modo di essere non era dovuto solo al bagaglio genetico, al quale tutti dobbiamo sottostare, ma anche alle aspettative tristemente disattese della sua prima giovinezza.

Mi disse che già dopo le elementari dovette introiettare la dura esperienza della vita, imparando ad affrontarla a "muso duro". Come quando, rinunciando gioco-forza, al gran desiderio di continuare a studiare (era perfino disposto ad entrare in seminario) dovette incamminarsi, ingoiando qualche lacrima amara, sulla dura via dell’emigrante. Non ne faceva, in ogni modo, un dramma e neanche parlava con astio di chi lo costrinse a fare quelle scelte, anche se la ferita, in determinate circostanze si faceva sentire, soprattutto, nei confronti di una scolarità della quale sentiva la mancanza.

Soleva dire che, in fondo, aveva vissuto momenti duri e poco sereni ma che, alla fine, questi gli avevano permesso di capire sin da giovanissimo le difficoltà della esistenza umana ed il modo per saperle affrontare e superare. E questo non era poco.

Era uso affermare che ogni individuo ha il dovere di affrontare tutte le difficoltà "umanamente superabili" (ecco un altro tratto saliente della sua saggezza) anche se rischiose, e che solo gli imbecilli si propongono di affrontare quelle insuperabili. Questa sua riflessione mi riporta alla mente un altro aneddoto che lui soleva rammentare, in questo caso, in termini grotteschi ma significativi. Di quando, dopo essere stato disertore dei repubblichini e partigiano della resistenza, fu chiamato alle armi, nel 1950, tra le fila dei bersaglieri, ai quali però era fiero d’appartenere, poiché furono i primi ad entrare in "Porta Pia" ed a costringere alla fuga il papa ed i suoi accoliti, mettendo, così, fine al potere temporale della chiesa.In quella circostanza, ironia della sorte, si trovò ad essere sottoposto al comando di quel capitano Maletti, che diverrà poi generale dei "servizi" ed oscuro protagonista delle stragi fasciste e di stato degli anni 60-70, con il quale ebbe un violento litigio per essersi rifiutato di uscire in assetto di guerra per portare una "carica" contro gli operai in sciopero nel centro di Milano. Difficoltà, appunto, "umanamente superabili", anche se rischiose (qualche anno di carcere militare) doverosamente affrontare per una causa alta.

Questa concezione dell’agire, a mio avviso, fu il filo conduttore di tutta l’azione politica, sociale ed umana di Ruggero che, come in precedenza accennato, prende l’abbrivio nella prima giovinezza per via via arrivare a maturazione nel tempo. Un paradigma esistenziale profondo cui Ruggero sommava, esaustivamente, qualsiasi fosse la problematica, l’assunzione di responsabilità intellettuale. A ben vedere, un uomo coraggioso ma non avventatamente avventuroso, pragmaticamente con i piedi per terra ma non privo d’ideali alti, provvisto della saggezza della prassi quotidiana del passo dopo passo e della trincea dopo trincea, convinto assertore che il divenire dell’esistenza umana è solo per alcun aspetto ineluttabile ma, per altri, molto spesso, conseguenza diretta dell’ottimismo della volontà".

Ruggero arriva, dunque a Roncade nel 1961 a 36 anni con quel bagaglio d’esperienza politica che gli permetterà di realizzare il capolavoro della sua vita. E’ di questo che si tratta. E’ l’uomo giusto al momento giusto. E’ l’uomo che viene dalla resistenza e che s’ispira alla "svolta di Salerno" (Togliatti 1964) del partito nuovo e della vita italiana al socialismo che, dopo il trattato di Yalta (divisione del mondo in zone d’influenza), si dovrà realizzare all’interno di uno stato a sovranità limitata, per cuila lotta per la conquista del "palazzo d’inverno" non solo non è più ipotizzabile, ma da scartare a priori.

E lui questo lo sa benissimo e ne è pienamente cosciente. Il contesto nel quale Ruggero s’accinge ad operare, arrivato a Roncade, è caratterizzato da un esercizio del potere piramidale, vetero-catto-reazionario-conservatore, con, ancora, significative venature di tipo fascista, al vertice del quale si colloca la D.C. e la chiesa locale, poco più sotto, piccole e medie baronie laico-nobiliari, seguite a breve distanza da una molto ristretta cerchia di presunta "intellighenzia da piazza".

Una roccaforte granitica inossidabile ed inamovibile che trova la sua ragion d’essere, del resto condivisa dalla maggioranza della popolazione, nell’immobilismo politico e sociale.Il versante opposto, quello dell’opposizione, è rappresentato da una minoranza numericamente insignificante, composta di un’area liberal-democratica-socialista caratterizzata dalla propensione al dilemma del pendolo (oscillo a destra o a sinistra?) e da un’area di "lotta dura" composta dal P.C.I. che trae le sue origini essenzialmente dalla lotta partigiana. Il P.C.I., che mi sembra avesse un solo consigliere comunale, era diretto da una ristretta cerchia di compagni volonterosi a capo dei quali stava il compianto e carismatico Luciano Bassetto.

L’attività e il dibattito politico interno, non esistendo una sede ed una sezione ufficiali, si realizzavano di volta, in volta, in abitazioni private, con tutti i limiti che ciò comportava. Il partito si trovava inoltre in una situazione di crisi senza sbocco a causa della distanza crescente (concettualmente e dialetticamente) tra il centro che elaborava le nuove strategie e la periferia cristallizzata su retaggi, seppur nobili ed importanti, ma da soli insufficienti, di sola lotta anti-clerico-fascista. Esisteva, in sostanza, un arroccamento ed un’impermeabilità nei confronti dell’esterno, che deprimeva l’istanza di forze nuove e giovanili desiderose della lotta politica sull’onda dei movimenti, operaio e studentesco, che stavano faticosamente dando alla luce quella "massa" d’urto unita e compatta che, finalmente, sbaraccherà, alla fine degli anni 60, le casematte della conservazione e della reazione, anche se per un tempo troppo breve.

Questa, in estrema sintesi, era la situazione con la quale Ruggero dovette confrontarsi al suo arrivo a Roncade. Una comunità ostile, visceralmente anticomunista, (figurarsi nei confronti di un esponente di "livello" del P.C.I.guardinga e sospettosa per tutto ciò che, in qualche modo, potesse alterare lo status quo. Inoltre il partito di riferimento faticava e procedeva di giorno, in giorno, lentamente, oltre la linea di galleggiamento.

Mi è d’obbligo, a questo punto, una precisazione.

L’analisi, ovviamente parziale, sulla comunità roncadese e sulla situazione interna al P.C.I., riferita ai primi anni 60, non è altri che il frutto della mia personale opinione su quegli anni ed il ricordo di un ventenne che, allora, viveva i conflitti dentro alla "piazza".

Sono convinto che Ruggero non si ponesse affatto il problema del suo inserimento nella comunità roncadese. Questo avvenne, se ben ricordo, quasi come un automatismo, anche se lentamente ed in maniera graduale, merito anche, e non solo, dell’abituale atteggiamento affabile, pacato, disponibile, con il quale era uso proporsi nei confronti del prossimo, qualsiasi esso fosse. Determinante, a questo fine, invece, fu la sua statura umana e politica che emerse con chiarezza sin dal primo istante e che s’impose con fermezza all’attenzione di "lor signori" e che, in parte li spiazzò.

Non si trattava più dell’archetipo, oramai sconfitto nell’immaginario collettivo, dalla becera propaganda da "pulpito" locale e nazionale di comunista facile da "mettere nel sacco", ma di uno che li costringeva a confrontarsi con cognizioni di causa sul piano dialettico e culturale. Questo fu, a mio avviso, il capolavoro operato da Ruggero al suo arrivo a Roncade. Un capolavoro svolto passo, dopo passo, senza fuochi d’artificio, portato avanti con metodo, pacatezza, con l’apertura mentale propedeutica a quella componente giovanile, piccola ma significativa, che da anni cercava con affanno un punto di riferimento. E finalmente lo trovò. E fu un vero salto di paradigma che scosse dalle fondamenta l’immobile e chiusa comunità roncadese. Nel momento in cui Ruggero stabilì la sua definitiva presenza a Roncade i potentati locali non poterono più permettersi di snobbare il P.C.I. quasi come non esistesse, ritenendolo un folcloristico retaggio della storia recente, od un corpo estraneo ed alieno, che nel suo intimo produceva gli anticorpi per autodistruggersi.

Furono costretti a prendere atto, facendo buon viso a cattivo gioco, che la realtà, da sempre dominata e controllata con relativa facilità, non era più così e che stava loro sfuggendo di mano. Tutto ciò, visto con la lente dell’oggi, potrà sembrare insignificante, o, comunque, esageratamente valutato. Fu, invece, a mio avviso, una conquista ed un’impresa fondamentali, tenuto ovviamente conto, come in precedenza accennato, sia del contesto, sia del periodo storico in cui si realizzò. In sostanza Ruggero compì il "capolavoro della sua vita" conquistando la "piazza" per tutti coloro i quali, giovani come il sottoscritto e meno giovani, sentivano impellente la necessità di tuffarsi nel vortice della politica (controcorrente) ma non riuscivano a trovare l’aggancio, l’opportunità, o meglio, a prendere l’abbrivio. Ruggero spianò la strada, con intuito sagace, affinché ciò si realizzasse piano, piano, nel circolo naturale della dialettica.

Certo, non mancarono i colpi di coda. Ci fu chi, come il sottoscritto e non solo, continuarono ad essere "tenuti d’occhio" ed a pagare di persona sulla propria pelle le scelte fatte.Ma non fu più come prima."lor signori" furono costretti ad "uscire" dal medioevo in cui stavano placidamente "sdraiati" e ad accettare l’idea che alcuni giovani cresciuti nel "salotto" di casa (si fa per dire) sì "schierassero contro", preferendo la sfida della "barricata" alla loro tutela.

Contemporaneamente all’azione nel "centro dell’impero", con altrettanto impegno e determinazione, Ruggero lavorò all’indirizzo della ristrutturazione organizzativa e della riproposizione politica del partito. Anche qui, ovviamente, le cose non furono facili, anzi.Ci furono resistente di vario tipo, alcune molto gravi, sulle quali, però, non intendo soffermarmi anche perché, alla fine, la spuntò. Egli riuscì, con l’aiuto di quel grande personaggio che fu il compagno Luciano Bassetto, a farlo decollare ed a fargli acquisire quella consapevolezza di sé, che l’avrebbe reso capace di proporsi al confronto/scontro sullo stesso piano come dignità culturale, civile e politica con le altre forze sociali e diventare, di lì a poco, il partito d’opposizione alla D.C. più importante ed agguerrito dell’arco consigliare. Il suo impegno, come si può facilmente evincere, fu un impegno a 360° sia nella società sia nel partito. La sua intuizione geniale fu che non si poteva vincere da una sola parte, bensì su un fronte più ampio: quello della società e del partito; pena la perenne sconfitta ed il ritorno nel limbo della politica e nelle secche della società. Bisognava, altresì con un’azione avvolgente imprimere un’accelerazione in tutti e due gli ambiti, che permettesse al partito di uscire in campo aperto per dispiegare tutte le sue potenzialità.

I risultati non tardarono a venire e con questi la stima e la riconoscenza di tutto il popolo comunista nella sua maggioranza, che gli attribuì ininterrottamente, dal 1965 al 1991 (per tutto il periodo in cui si candidò) il maggio numero, in assoluto, di suffragi elettorali.

Non furono, ovviamente, tutte rose. Alcune delle quali furono particolarmente velenose. Gli archi da cui partirono le frecce avvelenate nei confronti di Ruggero non furono molti. Furono certamente dei casi isolati, ma non per questo meno dannosi sia sul piano personale che sul clima burrascoso che scatenarono all’interno del partito. A mio avviso si trattò d’antiche ruggini che la sapienza ed il carisma del compagno Luciano Bassetto avevano tenuto sopite per anni e che, con la sua prematura scomparsa, ritornarono, malauguratamente, a rigenerarsi, trasformando il legittimo (a volte calorosamente appassionato) confronto, in uno scontro fine a se stesso ed alla calunnia sul piano personale. Questa situazione, incomprensibile sul piano dell’intelletto, sia per le ragioni scatenanti, che per gli obiettivi raggiunti, si protraesse per un lungo periodo, finendo per colpire non solo Ruggero ma anche altri che gli erano vicini, come il sottoscritto, e per paralizzare buona parte del lavoro politico della sezione.

Anche in questa penosa circostanza, Ruggero dimostra la sua "alta statura" umana, di uomo avvezzo alle difficoltà, dotato di equilibrio e di buon senso provvisto dell’ottimismo della volontà (di Gramsciana memoria) e della concezione che è "dovere morale affrontare le sfide umanamente superabili".

Un altro dei momenti chiave del suo agire politico, nel quale seppe tenere in pugno la situazione e mantenere la barra del partito ben ferme sull’unico itinerario percorribile, fu il decennio delle stragi fasciste, con i noti tentativi di colpo di stato, (tutti riusciti ed oggi volutamente dimenticati) e del terrorismo brigatista che sfociò con l’epilogo del "caso " Moro. Fu un momento terribile per tutti, che ci colse, anche se le avvisaglie ci furono e furono consistenti sin dai primi anni 60 (golpe Borghese SIFAR ecc.). Ricordo che Ruggero, cui era stato consigliato di dormire fuori casa per alcune notti (il pericolo di essere "beccato" era reale) mi confessò, in tempi successivi, che fu il periodo più difficile di tutta la sua vita politica, dopo la resistenza. Ciò nonostante lo affrontò (e noi assieme a lui) con il solito spirito, forte della ormai consolidata filosofia di vita del "dover morale……".

Nella prima metà degli anni 80 (83-84 circa) a seguito della mia decisione di porre fine alla militanza attiva nel partito, gli incontri con Ruggero cominciarono a diradarsi e ad assumere un carattere di discontinuità.

Questa scelta, però, non spense affatto ma, anzi rinforzò, il nostro comune sentire nei confronti della politica e dei problemi sociali. Riguardo al "comune sentire" mi preme citare, di sfuggita e senza dilungarmi per ovvi motivi, il momento della svolta della "Bolognina" ed il momento in cui venne ammainata la "bandiera rossa" dal pennone del Cremlino. In tutte due le circostanze, che definimmo senza ombra di dubbio molto gravi, (a prescindere da quale potesse essere il nostro rispettivo approdo e la nostra futura collocazione partitica) ci sentimmo traditi nell’orgoglio di comunisti e profondamente offesi ed amareggiati nell’intimo. E non ci preoccupammo affatto se questi nostri sentimenti, palesemente espressi, avessero comportato nei nostri confronti l’accusa di : vetero-romantico-sentimentalismo.

Concludo queste poche righe nel ricordo di un uomo che dedicò la vita allo agire sociale e politico con spirito di abnegazione, passione e grande senso del dovere, con una provocazione che , so per certo, lui accetterà con il suo solito mezzo sorriso ironico sulle labbra.

Mio caro amico, io non so dove tu sia !

Se in alto od in basso, se a destra o a sinistra, o se tu sia un puntino luminoso nell’universo incommensurabile

Ed incomprensibile oppure, più semplicemente……… Tant’è…….

Ricordi le serate passate a disquisire "sull’essere ed il non essere"?

Sul "credere ed il non credere" ?

Su "teismo ed ateismo"?

Ricordo che tu amavi definirti "non credente" in quanto non eri in possesso di nessun

valido elemento per "credere". Ma che, se te ne fosse pervenuto anche uno solamente, non avresti

avuto nessun problema a cambiare idea, differentemente da me, che, in quanto ateo senza aggettivi, avevo definitivamente "chiuso la porta" per sempre.

Ti ricordi come ti definii in quelle circostanza, in quelle lunghe discussioni attraverso le quali cominciammo a conoscerci?

Ti definii "l’uomo dei grandi silenzi". Stavi ad ascoltare per tempi che parevano infiniti. Dicevi che saper ascoltare non è solo un segno di rispetto nei confronti dell’interlocutore che hai di fronte, ma anche un modo per capire fino in fondo cosa pensa e, conseguentemente, che eventuale comportamento tenere.

Dicevi, inoltre, che questa tecnica derivava "dall’alta scuola della resistenza".

Comunque, tornando a noi ed alle nostre antiche dissertazioni, non so, e non posso immaginarlo, cosa ti sia passato per la mente nei lunghi anni della malattia e negli ultimi istanti di vita.

Per cui……..ed a prescindere da ……….

 

-------ADDIO MIO CARO MAESTRO, AMICO, COMPAGNO ---------

-------DA PARTE DI UN ALLIEVO, AMICO, COMPAGNO-------------