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Pan e vin... pan e vin?

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Ma un Pan e Vin ha senso in mezzo al Sile?

Dovrebbe unire, ma è lontano e il fiume è una divisione


Dopo aver faticosamente parcheggiato in bilico su una scarpata, chiedendosi se la strada che va a Bagaggiolo è a senso unico oppure no e interrogandosi su cosa c'entrino i petardi sotto le auto in sosta se la festa è cinquecento metri più in là, e dopo aver volonterosamente raccolto le idee sul significato del panevin e sul suo senso arcaico, ecco che l'originariamente entusisasta visitatore del panevin di Musestre-Quarto arriva finalmente sul bordo del Sile.

Quello che vede è, naturalmente, un falò acceso e galleggiante, il famoso panevin, appunto, e qui inizia a comparare l'immagine con ciò che trova nelle sue memorie di bambino. Il fuoco c'è ma è troppo lontano per sentirne il calore - quello che arrossa le guance mentre si gusta il brulè, ingrediente normalmente gradito, data anche la serata di solito fredda in questa stagione - ed è impercettibile anche quel crepitìo arcaico che dovrebbe essere il giusto corollario acustico  di un panevin come si deve.

L'orrenda gru metallica accanto, per spirito di protezione del propri ricordi, fa finta di non vederla, anche se in controluce, dal ponte, spicca nera e scheletrica.

panevin2.jpg (26982 byte) Eccolo qui, il nostro visitatore. Guarda l'acqua, guarda il fuoco, guarda il gazebo con quelli di Musestre di qua e, in lontananza, quello con la gente di Quarto di là. Una befana con caramelle di qua e una di là.

Ma come? Il panevin non era quel momento "circolare" in cui la gente si raccoglieva e si sentiva un unico gruppo, quasi un'unica, solida tribù? Se ci metti un fiume in mezzo - e guarda caso, proprio quello che fu scelto per dividere due province - come speri di riuscirci? Questo non interessa più a nessuno?

Sarà anche suggestivo ma il discorso non torna.

E' un bel falò, i sommozzatori sono anche un'idea curiosa, ma non chiamiamolo panevin.

Fate quel che volete, pensa il nostro amico tornando perplesso alla sua auto, ma il prossimo anno mi cerco un cortile anonimo, con una ventina di persone, conoscenti o no, e forse avrò anche la fortuna di trovare un bicchiere che non sia di plastica.

 

Ad ogni buon conto, a futura memoria, lasciamo in pagina, qui sotto, il nostro dossier sul Panevin.

 

Ma il Panevin non è solo un falò...

La prima cosa da tenere a mente quando si assiste ad un panevin è quella di osservare la direzione del fumo, segnale che anticamente prediceva ai contadini trevigiani se l'annata sarebbe stata buona o cattiva e che oggi viene esteso agli eventi personali o collettivi dei presenti.

E' il momento detto dei "pronosteghi" e funziona, all'incirca, secondo quanto recita un detto popolare come il seguente, anche se ne esistono molti altri:

"falive a matina, tol su el saco e va a farina" (cioè se la direzione presa dal fumo e dalle faville è il nord o l'est, prendi il sacco e vai ad elemosinare)
"se le falive le va a sera, de polenta pien caliera" (se la direzione è ovest e sud, il raccolto sarà buono...cioè la pentola sarà piena di polenta)
"se le falive le va a garbin tol su el caro e va al mulin" (se la direzione è del libeccio per l'abbondanza devi andare a prendere la farina con il carro).

Controversa è l'origine di questa usanza, di certo, comunque, risalente ad epoca preromana.

Chi la associa ad un antico rito celtico sostiene che suo significato originario era quello di evocare il ritorno del sole sulla terra, cioè l'allungarsi delle giornate che si inizia dal solstizio d'inverno.

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Nel Medioevo, quando si completò anche nelle nostre campagne l'opera di integrazione nel cristianesimo delle liturgie pagane, i falò del solstizio vennero spostati all'Epifania per ricordare i Re Magi che portarono doni al Bambino appena nato. I fuochi nella campagna veneta, secondo una leggenda, avrebbero rischiarato la via ai tre re, che nel loro viaggio per Betlemme si erano persi.

Anche nel viaggio di ritorno a casa i Re Magi si sarebbero smarriti e sarebbero passati nel Veneto, ma non trovando questa volta nessun falò acceso si sarebbero diretti a occidente, vagando nella pianura Padana per morire due anni dopo, a pochi giorni di distanza l'uno all'altro, vicino Milano. Le loro salme sarebbero state sepolte nel Duomo Milanese dove esiste tuttora un sarcofago con l'Iscrizione "trium Magerum" che però risulta vuoto perché nel Medio Evo un imperatore tedesco si impadronì delle reliquie e le portò a Colonia

La notte del falò, tuttavia, anche nel medioevo, continuava ad essere un momento di incontro di tutta una comunità agricola che auspicava nel nuovo anno doni dalla terra meno avari del passato.

In seguito l'Epifania si arricchì di credenze di vario genere. In alcuni luoghi si diceva infatti che proprio dopo la mezzanotte della vigilia, gli animali acquistassero la parola e conversassero tra loro. Così in molti luoghi, quella notte non si faceva la solita veglia nelle stalle - il filò - poiché era ritenuto assai pericoloso ascoltare i discorsi delle bestie.

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Nella notte della Befana si evitava accuratamente anche di filare e si nascondevano le rocche per impedire che qualcuno della famiglia morisse prematuramente nel corso dell'anno.
Guai a chi avesse osato assistere a tutti questi prodigi, guai a chi avesse visto la Befana a cavallo della sua scopa sorvolare i cieli o riempire di doni le calze preparate dai bambini e guai a chi avesse ascoltato le parole degli animali o colto il minimo segno di qualsiasi altro prodigioso evento perché sarebbe morto all'istante.