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Galleria Roncadese

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Galleria Roncadese

Il nuovo libro di Bruno Lorenzon

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Il 2 dicembre 2000 Bruno Lorenzon ha presentato il suo nuovo libro, "Galleria Roncadese", una raccolta molto dettagliata dei personaggi e degli eventi, grandi e piccoli, che hanno caratterizzato la storia di Roncade.

Il volume è edito da Piazza Editore ed è composto da più di 200 pagine.

Proponiamo qui alcuni capitoli, scelti piuttosto casualmente, a mo' di assaggio di un testo che  non dovrebbe mancare nella biblioteca personale di ogni roncadese doc.

E' possibile ordinarlo inviando una e-mail alla nostra redazione.

Il prezzo di copertina è di L. 30.000, ma, per chi lo ordina su roncade.it, nella cifra sono comprese anche le spese di spedizione.

 

Introduzione di Bruno Lorenzon

Ogni piccola o grande comunità non nasce per caso, ma è il risultato di un processo economico, sociale e culturale che fa riferimento a singole persone (e non di rado ad intere dinastie famigliari) alle quali il genio individuale e le opportunità della vita hanno offerto l’occasione per segnalarsi e determinare in qualche modo la storia - a volte minima, altre volte con ripercussioni rilevanti - del luogo dove sono nate o dove sono state chiamate ad operare.

Questa constatazione vale specialmente per i borghi e le città che vantano origini e tradizioni consolidate per il fatto che l’importanza dei luoghi deriva dalle qualità intellettuali e morali che vi hanno profuso i suoi abitanti del passato e del presente e conferisce a sua volta a chi ci abita il diritto a partecipare della medesima dignità.

Roncade (e s’intende, qui e in seguito, il complesso delle frazioni che compongono attualmente il comune di Roncade) ha una sua fisionomia definita, non priva di qualità, motivata e riflessa da molteplici espressioni architettoniche e artistiche e da un passato ricco di vicende e personaggi ragguardevoli di cui noi, concittadini distratti e frettolosi, rischiamo di smarrire il ricordo e, con esso, il bagaglio della nostra identità culturale.

Non si tratta, in questo libro, di rimpiangere il "buon tempo antico" o di suggerire con inopportuno moralismo scelte e condotte fra l’altro non sempre esemplari; bensì di dare spessore e dignità alla memoria in noi fatiscente di quanti hanno influito sullo sviluppo sociale, culturale ed economico della comunità roncadese.

Allo scopo di sgombrare il campo da possibili equivoci dettati dalla scarsa conoscenza della storia locale (non mancano, per gli opportuni riferimenti, esaurienti pubblicazioni di Ivano Sartor, mons. Mario Andreazza e altri) anticipo che pochi paesi di dimensioni equivalenti in Italia possono vantare un numero altrettanto cospicuo di uomini e donne di cui merita di fare una qualche menzione; a partire da quei personaggi di fama universale che corrispondono ai nomi illustri di Selvatico (una intera dinastia di artisti e di studiosi), di Radaelli, di Menon, di Grosso, di Giustiniani e molti altri ancora che rischierebbero - se nessuno tornasse ogni tanto a rievocarne le imprese - di dissolversi nel ricordo della presente e delle future generazioni.

Accanto a questi, riferirò di altri concittadini, anche viventi, di cui mi è parso valesse la pena di scrivere qualche riga. So bene che, accanto forse a qualche compiacimento, mi attirerò le critiche di alcuni lettori a causa di omissioni non volute o, peggio, per una descrizione (quanto più possibile obiettiva da parte mia) che non troverà sempre consenzienti i parenti o i discendenti del personaggio segnalato. A queste possibili rimostranze non posso opporre altro che i miei limiti e quelli costituiti dalle difficoltà di una ricerca laboriosa ma a volte resa ardua dalla dispersione delle testimonianze. A quanti si sentissero esclusi da questo libro o rilevassero gravi inesattezze, chiedo anticipatamente scusa.

Capiterà, a qualcuno fra i meno giovani, di notare la scarsità di riferimenti alle vicende roncadesi relative alla 2ª Guerra Mondiale e al tribolato periodo della Resistenza; osservazione pertinente, almeno quanto la comprensibile reticenza a citare in questo libro fatti e persone coinvolti in una lotta comunque sporca e confusa. A parte rare eccezioni (che pure ci sono) da una parte e dall’altra, gli attori delle faide di quegli anni sono generalmente personaggi di basso profilo, corrispondentemente alla mancanza di idealità che stette alla base delle loro azioni e che solo per pochi fu di supporto e di giustificazione per dei comportamenti oggettivamente disumani.

Un’altra lacuna riguarda la mancata citazione di soggetti e avvenimenti della storia antica di Roncade, ma queste omissioni sono più facilmente tollerabili, volendo questo libro riproporre all’attenzione dei contemporanei i forgiatori di un presente tuttavia condizionato dalle loro opere e non ancora ingessati dalla storiografia ufficiale.

Diciamo che la mia indagine - o, se preferite, la mia raffigurazione - copre l’800 e il secolo che ci lasciamo alle spalle, avendo per oggetto artisti, letterati, inventori, sportivi, benefattori ed eroi, tralasciando (a parte sporadici riferimenti ai capostipiti o a motivazioni storiche) le epoche precedenti; la casistica si presentava comunque vasta e perciò si è reso necessario operare delle scelte. A tutti quelli che ritengono di non demeritare e si sentono trascurati, consiglio di pazientare: la notorietà è un bene effimero se non sedimenta nel cuore della gente. Magari riparleremo di loro in un prossimo futuro.

Roncade, verso la conclusione dell’anno 2000


 

Le famiglie roncadesi

Da antichi documenti occasionali e atti notarili (compravendite, cessioni, lasciti ecc.) ma soprattutto dai registri parrocchiali è possibile ricostruire la sequenza cronologica delle più vecchie famiglie roncadesi e accertare l’epoca della loro presenza sul territorio. Tanto Mario Andreazza che Ivano Sartor, relativamente il primo al capoluogo, il secondo a Biancade, hanno compilato con puntigliosa precisione l’elenco di queste famiglie e quindi dei cognomi che le identificano; rimando pertanto alle loro pubblicazioni la ricerca delle origini dei compaesani, avvertendo che certe volte per il fatto che i registri parrocchiali (come, successivamente, quelli dell’anagrafe civile) erano compilati a mano, i dati non sempre venivano ricopiati esattamente; oltre a questo, l’uso corrente e popolare poteva codificare aferesi, apocopi o metatesi che venivano accolte nell’iscrizione; è facile notare, per esempio, le varianti intorno al cognome originale Della Torre (come risulta nelle scritture più antiche a disposizione) che diventa in epoche diverse Dalla Tor, Dalla Torre e Della Tor.

Sarebbe anche interessante spiegare l’origine e l’etimologia che sottende alla formazione dei cognomi, ma è argomento che esula dalle finalità di questo libro. Piuttosto, si può notare come rami diversi della stessa famiglia venivano identificati attraverso i soprannomi, alcuni dei quali assai curiosi.

Di questi, una buona parte sopravvive ancora nell’uso locale, malgrado la frequenza dei contatti personali e l’uso di documenti di identificazione; per alcuni, nel passato, l’uso ha imposto addirittura la codificazione di un cognome nuovo che trae origine pertanto non da una sequenza dinastica ma dalla necessità di differenziare i vari gruppi all’interno di clan famigliari a volte straordinariamente numerosi, come si riscontrava presso le vecchie famiglie patriarcali. Basti ricordare, a titolo di esempio, le corrispondenze: Borea (Geromel), Santèa (Moro), Capeòn (Visentin), Bianco (Piovesan), Çeroico (Scomparin) e così via. Per quanto riguarda i Romano, ossia i Lorenzon del capoluogo, il patronimico (ormai in uso soltanto presso pochi anziani) va fatto risalire al capostipite Romano Lorenzon che a cavallo del secolo scorso aveva bottega sotto i portici; per cui la gente andava a fare la spesa da Romano. Sono tutti elementi identificativi di cui conviene menare vanto, perchè testimoniano un’origine remota.

Per citare altre famiglie, dal cospicuo patrimonio, che hanno abitato il territorio roncadese (alcune vi abitano tuttora), condizionandone lo sviluppo economico, è necessario premettere che le proprietà terriere nel remoto passato erano quasi tutte concentrate nelle mani di pochi notabili o di potenti istituti religiosi, che ne avevano ricevuto il titolo in virtù di un ordinamento giuridico risalente al Medioevo e all’organizzazione gerarchica del vassallaggio. In tempi più recenti, di pari passo con l’evoluzione tecnologica, l’economia agricola si è in parte convertita in investimenti industriali e la mano d’opera locale ha potuto affrancarsi dalle condizioni - spesso precarie - del bracciantato e della mezzadria, per accedere al salario offerto dalle industrie e dalle botteghe artigiane.

Tuttavia, prima del boom economico succeduto al dopoguerra (le Officine Menon hanno costituito una importante eccezione), il lavoro dipendente era possibile soltanto in pochi settori dell’economia, oltre che in agricoltura; è innegabile che la filanda, le fornaci, le lavanderie - che necessitavano di numeroso personale - hanno costituito un deterrente contro una più drammatica emigrazione, che ha comunque pesantemente interessato anche i nostri paesi, garantendo di che vivere ai roncadesi.


 

Riccardo il commediografo

Ancora più eminente è il fratello di Silvestro, Riccardo, universalmente noto come commediografo ma che vanta non minori meriti nel campo della politica e della cultura. Nato a Venezia il 16 aprile 1849 amava soggiornare per lunghi periodi a Biancade; e qui morì, improvvisamente, il 21 agosto 1901. Laureato in Legge, si dedicò allo studio dei costumi, della storia e della lingua veneta, coltivando nel contempo un profondo interesse per la politica e per l’arte.

La sua prima esperienza letteraria si concretizzò nella commedia in tre atti La bozeta de l’ogio, che fu rappresentata il 27 febbraio 1871 e conobbe immediatamente un largo consenso di pubblico grazie alla briosità della parlata dialettale e al soggetto popolaresco. L’autore non aveva ancora compiuto ventidue anni. Forse pensando di poter attingere una platea più vasta, in un’Italia che aveva realizzato da pochi anni la propria unità territoriale, provò ad esprimersi in italiano, scrivendo in rapida successione due lavori nella lingua nazionale: A mosca cieca del 1875 e La contessa Elodia del ’76 che non incontrarono grande favore. Anche la collaborazione con Giacinto Gallina (quello delle Barufe in fameja e di Zente refada) tentata con la commedia Pesci fora d’acqua, rappresentata a Trieste nel 1882, non ebbe seguito.

Convinto, da queste esperienze non esaltanti, che la sua vocazione letteraria dovesse restare ancorata alla parlata natìa, consolidò la sua fama di autore teatrale scrivendo nel 1876 l’altra celeberrima commedia I recini da festa. Entrambe queste opere sono state rappresentate anche a Roncade; l’ultima volta è stato nel novembre 1981, nell’ottantesimo anniversario della morte, per iniziativa della Biblioteca comunale che ha dedicato tre serate alla celebrazione del nostro insigne concittadino, riproponendo le due commedie (precedute da una conferenza del prof. Diego Boscato) presso l’auditorium della Scuola Media.

L’attività letteraria di Riccardo Selvatico non è circoscritta solamente alle opere per il teatro; egli fu anche rimatore arguto e festoso e le sue numerose poesie (tutte in lingua veneta) pubblicate su riviste nazionali e recitate in pubblico ne hanno consolidato la fama ben oltre i confini regionali. Notissime, fra le altre, A Venezia, Nina nana, Le tabachine, La neve, In morte di una bimba e La regata. Quando morì stava ultimando l’ultimo lavoro drammatico, intitolato - ironia del destino! - I morti.

Qui di seguito propongo ai lettori due sonetti fra i più conosciuti e apprezzati, che testimoniano anche del grande amore che egli ebbe per la sua terra e la sua città.

A VENEZIA

No gh’è a sto mondo, no Çità più bela,

Venezia mia, de ti, per far l’amor;

No gh’è dona, nè tosa, nè putela

Che resista al to incanto traditor.

Co’ un fià de luna e un fià de bavesela

Ti sa sfantar i scrupoli dal cuor;

Deventa ogni morosa in ti una stela

E par che i basi gabia più saor.

Venezia mia, ti xe la gran rufiana,

Che ti ga tuto par far far pecai:

El mar, le cale sconte, i rii, l’altana,

La Piazza e i so colombi inamorai,

La gondola che fa la nina-nana...

Fin i mussati che ve tien svegiai!

 

NOTE D’AGOSTO

Do baloni de carta in t’un batelo,

La vose de un’armonica lontana,

Dal Lido quieto quieto un venteselo,

San Zorzi in fassa e in fianco la Dogana,

La luna in alto, che da mezo el çielo

Se specia in acqua come ‘na sultana,

La gondola che passa e che bel belo

In fregole la manda e se alontana:

E mi sul Molo pensieroso intanto

Che vado tormentandome a dar viva

Tuta la poesia de quel’incanto,

El fis-cio sento de un vapor che ariva

E sento l’onda che da tanto in tanto

Vien per burlarme a s-ciafizar la riva.

 

La Biennale

La passione per la letteratura e il teatro non esaurivano certamente l’eclettica genialità del commediografo. L’interesse per il progresso sociale fu altrettanto vivo in Riccardo Selvatico, che ricoprì ancora giovanissimo incarichi politici e amministrativi; in questo senso egli somiglia al fratello Silvestro ma la "carriera" di Riccardo fu senza dubbio più ricca di soddisfazioni e si concretizzò in alcune iniziative di eccezionale rilevanza.

Eletto sindaco di Venezia (resse l’amministrazione della città dal 1890 al ’95) affrontò il problema della casa in una città che da sempre soffre una endemica fatiscenza abitativa; ancora più incisiva fu la sua azione riformatrice nei confronti della scuola, soprattutto di quella elementare, che di regola, nell’ 800, si limitava alle prime tre classi. Situazione puntualmente confermata dagli atti della direzione didattica roncadese dell’epoca; soltanto all’inizio del nuovo secolo si aggiunse al ciclo di istruzione primaria la quarta e più tardi anche la quinta classe. Convinto che l’emancipazione sociale vada di pari passo con quella culturale, Riccardo Selvatico fondò la scuola professionale femminile e patrocinò l’istituzione della scuola superiore di architettura.

Tuttavia l’azione che gli conferì fama internazionale fu l’istituzione (insieme ad Antonio Fradeletto), della Biennale Internazionale d’Arte di Venezia, che ancora oggi catalizza nella città lagunare le più ragguardevoli manifestazioni artistiche e l’avanguardia mondiale. A conferma del carattere universale dell’idea, egli definì la Biennale con poche memorabili parole: "Venezia si è assunta questa iniziativa col duplice proposito d’affermare la sua fede nelle energie morali della Nazione e di raccogliere attorno a un grande concetto d’arte le più nobili attività dello spirito moderno, senza distinzione di patria."

Purtroppo la giunta lagunare retta da Selvatico cadde nel luglio del 1895 per la decisa opposizione del Consiglio su una questione non marginale. Riccardo Selvatico, la cui formazione culturale era intrisa di laicismo, si dichiarava contrario a qualsiasi intromissione e commistione di dottrine e riti confessionali nelle strutture civiche e amministrative.

Coerentemente con questi princìpi, egli si fece paladino dell’abolizione della preghiera nelle scuole comunali (pubbliche), attirandosi l’accusa di voler scristianizzare Venezia. Non rieletto, continuò a occuparsi di politica (nel ’97 venne eletto deputato al Parlamento italiano) e per alcuni anni partecipò alla vita amministrativa di Roncade in qualità di consigliere comunale. Era appena tornato da una seduta del consiglio, durante la quale aveva patrocinato l’apertura di una nuova scuola per il capoluogo, quando morì, improvvisamente, lasciando due figli maschi che ne ereditarono in qualche modo il genio: Lino e Luigi.


 

Il primo fotografo professionista

Nato il 1 maggio 1905 e morto alla bella età di 91 anni, Luigi Lorenzon ha lasciato traccia della sua presenza a Roncade per diversi motivi, diventando un personaggio di rilievo nella società roncadese; il ricordo più tangibile della sua attività resta legato alla produzione fotografica che egli - unico professionista in un vasto territorio - utilizzò anche per rappresentare l’evolversi della cronaca e delle vicende locali. Nel dicembre del 1990 la Biblioteca comunale, a conclusione di un lungo lavoro di ricerca e di raccolta, allestì a Roncade una interessante mostra delle foto d’epoca scattate da Lorenzon, che documentano settant’anni di vita roncadese.

Luigi Lorenzon apprese i primi rudimenti della fotografia frequentando la casa dei Selvatico e la farmacia "alla Fede" del signor Umberto Vettori (che ne era il proprietario); nel giugno del 1918 aiutò il suo maestro ad immortalare in una celebre foto la lunga teoria di camion militari allineati sulla strada principale del capoluogo, pronti a dirigersi al fronte per il riscatto dopo la rotta di Caporetto.

Nel ’26, concluso il servizio militare, Luigi iniziò l’attività professionale di fotografo (una scelta singolare per quel tempo) e la continuò fino alla tarda età, consegnando poi il testimone al figlio Gianfranco. Dalla sua "camera oscura" sono usciti innumerevoli ritratti, immagini di gruppi famigliari, matrimoni, cerimonie religiose e civili non semplicemente di routine, perchè l’occhio professionale dell’artista si accompagnava sempre a una partecipazione personale agli avvenimenti piccoli e grandi e a una insopprimibile passione civica. Dal suo osservatorio privilegiato di fotografo poté fissare sulle lastre immagini eloquenti (per la maggior parte inedite) dello sviluppo sociale, edilizio, culturale del paese nel periodo fra le due Guerre e negli anni successivi e delle tristi e spesso vergognose vicende legate alla cosiddetta guerra di Liberazione e alla lotta fratricida che sconvolse la vita di tante nostre famiglie, opponendo "fascisti" e "partigiani" in buona parte digiuni di ideali e sollecitati non di rado da sete di vendetta e da ripicche personali.

Un corposo album contenente un gran numero delle più interessanti fotografie dell’epoca (la maggior parte provenienti dalla Mostra organizzata nel 1990) è custodito nei locali della Biblioteca Comunale di Roncade.

Il merito della raccolta, catalogazione e conservazione di questo patrimonio storico va attribuito al figlio Gianfranco, il quale continua la tradizione di famiglia con grande professionalità.

Anche il giovane Alfonso Lorenzetto (nato a Noale nel 1964) è un fotografo promettente; nel 1986 si è segnalato come "giovane fotografo emergente" al concorso internazionale di Legnano. Nell’autunno del 2000 ha esposto alla galleria DAG di Biancade una serie di immagini dal titolo Uno sguardo sull’animo umano.

Fotografi per hobby

Giandomenico Vincenzi, classe 1942, roncadese, è un appassionato fotografo che unisce alla capacità tecnica una non comune sensibilità artistica. Positivamente segnato da una lunga confidenza con la montagna, approdato all’insegnamento della disciplina Yoga dopo una proficua permanenza in India, curioso di esperienze inconsuete, da molti anni affida all’obiettivo fotografico il compito di fissare immagini ed emozioni (o emozioni indotte dalle immagini), colte in ogni parte del mondo ma specialmente girovagando per monti e valli.

Le immagini più coinvolgenti della sua esperienza fotografica sono state raccolte in un volume suggestivo, intitolato Prima del cielo: l’emozione delle Dolomiti - corredato da un testo di cui è autore il trevisano Mario Diluviani, altra "vittima" consenziente delle montagne venete - che è stato presentato per la prima volta, il 28 novembre 1997, a Treviso nella sede di Casa dei Carraresi e successivamente proposto in uno dei Sabati Letterari nel dicembre dello stesso anno. In quella occasione l’autore della prestigiosa pubblicazione proiettò una serie di diapositive intrattenendo il pubblico con le sue esperienze di fotografo e di appassionato escursionista; ottimo corollario dell’incontro, il coro Monte Cimon di Miane, diretto dal maestro Rinaldo Padoin.

Ma già verso la fine degli anni ’60 Vincenzi aveva dato ottima prova di sè, vincendo il 1º premio per la migliore fotografia in bianco e nero nel concorso promosso dall’EPT (Ente provinciale per il turismo) di Treviso sul tema: Case rustiche e architettura spontanea della Marca trevigiana; le sue foto furono inserite nel catalogo appositamente prodotto per quella occasione.

La pubblicazione del volume fotografico gli valse inoltre il 2º Premio al concorso Salotto Veneto (Cortina, agosto ’98); altri importanti riconoscimenti della sua arte gli sono venuti dalla citazione (e pubblicazione) di alcune sue immagini fotografiche sulla prestigiosa rivista di montagna Alp e sulle corrispondenti edizioni estere (tedesca, spagnola e francese); immagini riprese poi nel fascicolo annuale intitolato Millennium, che dedica spazio alle migliori foto in assoluto in ambito internazionale.

Infine, anche Milano, nell’ambito della mostra Alpi, spazi e memorie: un secolo di immagini sulle montagne più belle del mondo, tenuta fra ottobre e dicembre del ’99 ha esposto altre foto del nostro compaesano. L’ultima mostra locale (dal titolo significativo: Nuvolario dolomitico) di Giandomenico Vincenzi si è articolata fra maggio e luglio del 2000 presso la D.A.G. (Design Art Gallery) di Biancade; in questa circostanza le foto di montagna sono state commentate dalle liriche di Franca Fava, apprezzata poetessa di Monastier.

Un altro dilettante di rango nel campo della fotografia è Gianni Gobbin, anch’egli classe 1942, commercialista. Il suo soggetto preferito è la natura, il paesaggio, piante e animali che egli riprende con la consapevolezza di carpire segreti che tali non sono, perchè si rivelano a chiunque si faccia osservatore acuto e amoroso; l’artista mette a disposizione del pubblico immagini eloquenti del mondo che ci circonda e che ignoriamo per fretta o per distrazione. Si è cimentato anche nella macrofotografia, quella tecnica che permette la ripresa in primissimo piano di soggetti fotografici molto piccoli e l’ingrandimento di particolari difficilmente distinguibili ad occhio nudo.

Gobbin è autore di alcune serie di immagini "a tema" (fiori, insetti, uccelli, le abitazioni rurali, le stagioni della campagna veneta) ma anche di apprezzabili scorci panoramici e architettonici di Roncade e delle varie frazioni; molte sue fotografie sono state utilizzate nella stampa di opuscoli e guide che illustrano il territorio roncadese. Nel suo archivio c’è un vastissimo catalogo di diapositive che illustrano i vari aspetti dell’evoluzione territoriale roncadese nel tempo. Restano memorabili le mostre fotografiche alle quali ha partecipato, anche in altre località della provincia, e le serate dedicate alla proiezione di immagini suggestive riguardanti il Parco naturale di Kopacki Rit (Croazia), il National Park Bayerische Wald (Germania), la Caccia fotografica e altre ancora.


 

Sindaci e Podestà

L’elenco che segue, dei sindaci e dei podestà che si avvicendarono alla testa delle amministrazioni comunali roncadesi, prende le mosse dall’anno 1840. Lo propongo con poche osservazioni attinenti ai periodi storici e alcune precisazioni relative al periodo immediatamente successivo alla Liberazione. Si noterà come, almeno fino ad anni recenti, la carica di primo cittadino "spettasse" ai rappresentanti delle famiglie più abbienti.

1840 (il Veneto faceva ancora parte del Lombardo Veneto, sotto giurisdizione austriaca) G. Battista Donati; 1868 (è già avvenuta l’annessione del Veneto al Regno d’ Italia) Giovanni Torresini: sua è la firma in calce al manifesto che dichiara l’annuale Fiera di animali bovini ed equini; 1871-73 Giovanni Berengan; 1890 Carlo Radaelli; 1892 Boscolo; 1895 Zanon; 1899-1901 comm. Giuseppe Lattes; 1901-1905 cav. Carlo Radaelli; 1906-1906 G. Forza; 1906-1907 dott. Silvestro Selvatico; 1911-13 Luigi Coletti; 1913-14 Antonio Dall’Acqua; 1914-17 avv. Antonio Torresini; 1921-22 Antonio Trevisin, 1922-23 ing. Alessandro Berengan; 1923-25 dott. Angelo Acerboni; con l’instaurazione dell’ Era fascista, il dott. Acerboni è nominato dapprima (1926) commissario prefettizio e quindi (nel ’27), podestà. 1928-29 Vincenzo Ragusa commissario prefettizio; 1930 Giuseppe Dolfo commissario prefettizio; 1931-32 Giuseppe Dolfo podestà; 1938 cav. Gino Mattei commissario prefettizio; 1938 Alberto Cimenti commissario prefettizio; 1941 Dante Pelizzaro commissario prefettizio; 1942 Galeazzo Morello commissario prefettizio; 1943 rag. Mario Renzi commissario prefettizio; 1945 Vittorio Veronese commissario prefettizio.

La successione dei Sindaci poco dopo la Liberazione diventa abbastanza caotica; mi sforzerò tuttavia di ricostruire gli avvenimenti basandomi sui documenti conservati negli archivi del Comune e sulla testimonianza orale di alcuni compaesani che di quelle vicende furono personalmente testimoni.

Gli Alleati entrarono nel territorio roncadese il 28 aprile 1945, accolti con manifestazioni di entusiasmo dalla popolazione, stremata da lunghi anni di ristrettezze e di lutti e ansiosa di mettere fine a una lacerante guerra intestina. Si imponeva ora la necessità di ripristinare l’ordine democratico sostituendo il commissario di nomina prefettizia con un sindaco eletto dai concittadini.

Nell’emergenza, il C.L.N. (Comitato di Liberazione Nazionale) insediò una giunta provvisoria di cui fu posto a capo Romano Pianon (padre del partigiano Ugo Pianon) che aveva come vice il conte Giuseppe Oniga del Partito d’Azione. Furono nominati assessori effettivi Amedeo Benetel (democratico cristiano), Pietro Pasqualotto (comunista), Umberto Secchieri (democristiano), Giovanni Bonel (partito d’azione) e Giuseppe Fappani (che si dichiarava apolitico); fungevano da assessori supplenti Arturo Fava, Gino Cigoli, Giovanni Lorenzon, Nicola Vendraminetto, Luigi Cattarin e Italo Fantin; segretario comunale era il dott. Antonio Terribile.

Un Sindaco per sessanta giorni

L’anno successivo (il 2 giugno del ’46) si svolse il referendum popolare con il quale gli Italiani scelsero la forma repubblicana e qualche mese dopo (il 20 ottobre) ebbero luogo le prime elezioni amministrative locali. Il consiglio comunale che ne risultò, espressione della tendenza moderata dell’elettorato roncadese, nella seduta consiliare del 3.11.46 nominò Sindaco Luigi Menon (suo fratello Guglielmo era stato assassinato dai partigiani) il quale però - pare in seguito a minacce ricevute da individui rimasti anonimi - esattamente una settimana dopo rimise l’incarico. Al suo posto fu eletto Lino Dalla Torre, esponente dello Scudo Crociato, coadiuvato dagli assessori Attilio Pasin, Guglielmo (Memi) Ceschel, Leone Pavanetto, Clementina Gattinoni e Battista Breda. Fra i consiglieri eletti figuravano, fra gli altri (di alcuni nomi non è rimasta adeguata documentazione) il barone Giovanni Ciani Bassetti, l’ingegner Luigi Tonon, Bice Garbin e Giuseppe Schiavon.

La situazione sociale ed economica durante quel duro inverno si era assai deteriorata e mentre si moltiplicavano le richieste di sussidio si susseguivano anche le dimostrazioni di piazza. Ritenendosi inadeguato ad affrontare e portare a soluzione i gravi problemi dei compaesani, Dalla Torre - dopo appena due mesi di mandato - chiese ed ottenne dalla Prefettura di Treviso un periodo di congedo, dimettendosi poi definitivamente a sua volta il 27 aprile del ’47. In assenza del sindaco l’esercizio provvisorio fu affidato all’assessore anziano Attilio Pasin, che sollecitò invano il viceprefetto avv. Cavalli e il deputato di sinistra Ghidetti perchè trovassero una soluzione all’impasse. Finalmente l’accordo fu trovato, grazie soprattutto alla mediazione intercorsa fra Primo Schiavon e lo stesso Attilio Pasin, esponenti dei rispettivi opposti schieramenti: i voti del consiglio confluirono sul democratico cristiano Giuseppe Schiavon, uno stimato agricoltore (fu anche giudice conciliatore) di via San Rocco.

La nuova Costituzione Italiana entrò in vigore il 1 gennaio del 1948 e il 18 aprile dello stesso anno ebbero luogo le prime elezioni politiche del dopoguerra che sancirono la vittoria della Democrazia Cristiana e ridimensionarono i partiti di ispirazione marxista. Questo fatto favorì successivamente la rielezione di Giuseppe Schiavon che rimase in carica fino al 18 giugno ’56 quando gli subentrò Gilberto Battistella (fino al ’66). La sequenza dei sindaci di Roncade procede senza intoppi: 1966-73 on. Primo Schiavon; 1973-80 Diego Boscato; 1980-92 Gabriele Doratiotto. Nel quadriennio successivo (rieletto Doratiotto) grazie ad un patto sottoscritto fra le due anime inconciliabili della DC locale, si attuò una discussa "staffetta" (possibile del resto prima dell’introduzione dell’elezione diretta del Sindaco) per cui, a metà dell’incarico, Doratiotto dovette cedere la poltrona a Ivano Sartor che concluse il mandato. Squagliatasi la Democrazia Cristiana in seguito alle note vicende di Tangentopoli, mentre Doratiotto passava nelle fila di Forza Italia, il nuovo sindaco si iscriveva al P.P.I. e grazie all’appoggio della Lega Nord vinceva quasi plebiscitariamente le elezioni del ’95. Rotta ben presto l’alleanza con i seguaci di Bossi, Ivano Sartor, da politico consumato, aderiva alla formazione dell’Ulivo; ciò gli valse il terzo mandato in virtù del quale resterà in carica fino al 2004.

Vivere la politica

In calce all’elenco dei sindaci, riporto i nomi dei nostri concittadini che hanno avuto incarichi politici di maggiore prestigio, senza entrare nel merito delle appartenenze politiche (che, a quanto pare, sono diventate un optional). Parlamentari: avv. Gio.Battista Radaelli (fine ‘800), Riccardo Selvatico, Eugenio Gatto (è stato ministro), Primo Schiavon, Sergio Vazzoler, Giacomo (Carlo) Archiutti. Altri incarichi: Gilberto Battistella è stato assessore regionale e rappresentante del Veneto al comitato ministeriale per l’Emigrazione; Daniele Bassetto nel 1995 è stato nominato assessore e vice presidente della Provincia; Franco Favaro è attualmente assessore in Comune a Treviso.


 

Il mago di Biancade

Meno scientifiche (o forse, con maggiore esattezza, meno scientificamente accettabili) sono state le sconcertanti facoltà taumaturgiche di Angelo Tottolo, universalmente noto come il "mago di Biancade", scomparso nel 1984. Era nato a San Biagio di Callalta il 28 aprile 1912; emigrato con la giovane moglie Giorgia Guain in Francia, nelle campagne vicino a Tolosa (città che dista circa 140 Km. da Lourdes) vi rimase per un quarto di secolo. I coniugi Tottolo lavorano sodo, sono mezzadri apprezzati anche per le inspiegabili virtù terapeutiche di Angelo, che proprio in Francia incomincia ad acquisire la fama di guaritore. Hanno due figli: Roberto e Maria Teresa e finalmente, nel 1962, con i risparmi di una vita possono acquistare una casetta e un pezzo di terra a Biancade.

Ben presto il podere viene coltivato dai figli perchè Angelo Tottolo non ne ha il tempo, pressato com’è dalle richieste di intervento di un numero sempre crescente di persone che ritengono di poter trarre beneficio dall’imposizione delle mani e dai consigli del "mago". Denunciato per esercizio abusivo della professione medica, Tottolo finisce in Tribunale a Treviso ma con sentenza emessa il 10 marzo 1969 il pretore dottor Francesco La Valle lo rimanda assolto "perchè il fatto non costituisce reato".

La motivazione della sentenza - giunta dopo un articolato dibattito e la deposizione dello stesso Tottolo, con la citazione di numerosi testimoni a favore - fa espresso riferimento all’eccezionalità dei poteri dell’imputato, che per quanto incomprensibili e non classificabili in schemi terapeutici e medici noti, non si possono peraltro negare; questo risulta essere il convincimento del giudice, che fra l’altro riconosce e inserisce nel dispositivo della sentenza, come il "mago" operasse in maniera assolutamente gratuita, ossia senza nulla pretendere per le sue "prestazioni".

Pazienti famosi

Angelo Tottolo si accorse di possedere un particolare carisma già da bambino; come riferisce egli stesso nel corso del processo citato, la natura di questo potere di guarigione gi era ignota, ma lui l’attribuiva alla sua particolare devozione alla Madonna. In effetti le sue "guarigioni" e tutti i suoi interventi prodigiosi avvenivano - secondo molte testimonianze concordi - "in nome dell’amore di Dio e del prossimo". Quand’era ancora in Francia, con il semplice sfioramento delle vesti all’altezza delle anche (lo confermò l’amico Piero Gatti con il quale si recava qualche volta a caccia) indusse la moglie di un suo conoscente, che in conseguenza di un parto aveva perso l’uso delle gambe, a deporre le stampelle; la guarigione fu immediata e destò immenso stupore.

Fra i suoi "pazienti" figurarono personaggi famosi come Mario Del Monaco e Gianni Morandi. Questi si rivolse al "mago" di Biancade poco dopo la morte prematura della prima figlia avuta da Laura Ephrikian, la piccola Serena, preoccupato che la successiva gravidanza andasse a buon fine. Morandi fece vedere la foto della moglie a Tottolo, il quale senza esitazione predisse il felice compimento della gestazione, precisando che sarebbe nata una femmina (Marianna Morandi) e anche la data del lieto evento. Il tam-tam delle testimonianze dei suoi beneficati si estendeva a macchia d’olio facendo convergere nella sua casa gente da ogni parte d’Italia e anche dall’estero.

Nonostante lo scetticismo della medicina ufficiale, Tottolo fu in cordiale intimità con illustri esponenti della scienza medica; secondo quanto riferiscono i suoi famigliari ebbe relazioni e "consulti", per citare qualche esempio, con il prof. Tommaseo (primario di II Chirurgia a Cà Foncello) e col prof. Pellegrino (primario al San Camillo) di cui "guarì" la moglie, ammalata di nefrite; con il prof. Ceccotto dell’Ospedale di Udine e altri ancora.

Naturalmente conobbe anche l’avversione di molti medici, increduli di fronte all’evidenza delle sue guarigioni, assolutamente inspiegabili, perchè Tottolo non toccava quasi mai i pazienti, imponendo materialmente le mani sulle parti del corpo in corrispondenza degli organi malati, ma si limitava a percepire (con un’intuizione pressochè miracolosa) il punto interessato dal male e il suo intervento era sempre e soltanto espressione di una volontà taumaturgica sostenuta dalla sua grande fede.

Le prescrizioni, quando ritenute necessarie o sollecitate dai pazienti, si limitavano a decotti e infusi da acquistare in farmacia o presso le erboristerie. La peculiarità più incredibile e impressionante è che il "mago" poteva guarire a distanza, entrando in sintonia - per così dire - con l’ammalato mediante la semplice esibizione della fotografia.

Stando al racconto della vedova di Angelo e del figlio Roberto, il dottor Riccardo Milani, analista di Treviso, fu beneficato in maniera singolare; nel 1982 egli cadde da cavallo, rompendosi l’osso del collo. Ricoverato all’ospedale di Padova fu dato per spacciato: secondo i medici di quel nosocomio che lo visitarono in serata, l’infortunato non sarebbe sopravvissuto per l’indomani mattina. La sorella di Milani si recò allora, di notte, a casa del "mago" sollecitandone l’intervento; essa recava con sè una foto del fratello. Tottolo, dopo aver guardato la fotografia, sentenziò che l’infortunato non sarebbe morto, ma "prescrisse" il suo ricovero urgente a Udine. Ottenuta l’approvazione dei parenti, il dottor Milani fu trasferito in ambulanza nella città friulana mentre, per tutto il tempo necessario al tragitto, Angelo Tottolo - a casa sua - mantenne il contatto delle mani sulla foto dell’uomo. In effetti il dottor Milani se la cavò; non solo, ma il "mago" previde (la rovinosa caduta da cavallo era avvenuta il 12 ottobre) che il paziente avrebbe ricominciato a camminare nel maggio successivo, come puntualmente accadde. Oggi il dott. Riccardo Milani guida l’auto e si muove agevolmente.

Testimoni in aula

Negli atti giudiziari attinenti al processo intentato contro Tottolo nel 1969, figurano le testimonianze (e le relative deposizioni giurate) di numerosi testimoni.

Carletto Dalla Giustina fu, a quanto pare, il primo fruitore dei singolari poteri del guaritore dopo il suo rientro in Italia; queste sono le parole testuali da lui pronunciate nel corso del dibattimento: "quattro anni fa, dopo che il signor Tottolo era tornato dalla Francia, avendogli io parlato di una mia sciatica ribelle ad ogni cura, egli mi disse che era una sciocchezza, con un’applicazione delle sue mani sarei guarito. Avevo consultato professori, mi ero sottoposto a diverse terapie, non solo senza giovamento, ma anzi con ulteriore aggravamento, tanto che da ultimo i medici mi avevano detto che sarei rimasto zoppo, ed ero in preda ad atroci dolori che mi impedivano di dormire. Di fronte all’espressione del Tottolo ero scettico, però acconsentii, e già due minuti dopo la prima volta che egli mi ebbe applicato le mani, avvertii un miglioramento e nel giro di due mesi guarii completamente, tanto che ho potuto dedicarmi all’attività di cameriere. Non mi ha chiesto nessun compenso, né io gliel’ho dato."

Più o meno dello stesso tenore - ossia concordi nell’attribuire alle straordinarie virtù di Angelo Tottolo guarigioni ritenute impossibili dalla scienza medica - furono le deposizioni degli altri testi convocati: certo Luigi Vetri da Cavarzere raccontò di fronte al pretore come la moglie (ostetrica comunale) fu guarita da una grave sindrome cardiaca mediante l’imposizione delle mani sulla fotografia dell’ammalata; Giuseppe Botter da Roncade non ebbe esitazioni nell’attribuire a Tottolo la scomparsa di un’acuta sciatalgia; Mariano Biffis, trevisano; Casimiro Bardini da Selva di Volpago; Lino Dariol da Pezzan di Carbonera; Stella Zia da Silea: furono tutti testimoni a favore del guaritore e della assoluta gratuità dei suoi interventi. Alcuni dissero addirittura che risolse casi di leucemia e altri tumori. Non si trovò una sola persona che testimoniasse a suo sfavore.

Il mago della pioggia

C’è chi sostiene che il "mago" avesse anche il potere di condizionare gli eventi atmosferici. Questa singolare facoltà sembra avallata dall’affermazione dell’allora parroco di Biancade don Antonio Piva, che lasciò scritto: "presente Tottolo a Biancade, non vi fu mai grandine disastrosa su Biancade". Pare che, all’avvicinarsi di un temporale particolarmente minaccioso, lo straordinario personaggio si mettesse, solitario, sull’uscio di casa, pregando e tendendo le palme delle mani verso il cielo; compiva quindi un ampio movimento delle braccia mediante il quale egli "spazzava" via le nuvole, rompendo la formazione temporalesca. Quanto alle premonizioni, ossia la capacità di "vedere" avvenimenti futuri, stando a quanto affermava suo fratello maggiore egli avrebbe previsto con molto anticipo lo scoppio della II Guerra mondiale. Del resto Angelo Tottolo avrebbe anche predetto al congiunto che avrebbe combattuto in Africa affrontando mille pericoli, ma che alla fine sarebbe tornato a casa sano e salvo, come effettivamente avvenne. Angelo Tottolo è morto all’ospedale di Treviso il 26 giugno 1984.


 

Giochi di Borsa

L’esistenza di Attilio Marzollo si concluse nel 1984, ma la sua avventura di finanziere era terminata molto prima, esattamente il 4 novembre del ’71, quando il commissario della Squadra Mobile veneziana Salvatore Barba lo acciuffò in Germania, dove si era rifugiato per sfuggire alla galera. Il 25 gennaio dell’anno dopo fu estradato in Italia e rinchiuso nel carcere di Santa Maria Maggiore in attesa del processo di primo grado che ebbe inizio il 4 aprile 1974.

Ma chi era veramente Attilio Marzollo e di che cosa era accusato? Rampollo dotato di una famiglia bene di Venezia, accasato a Roncade in una bella villa appena fuori del centro, modi signorili, parlantina sciolta, si prestava come agente di Borsa garantendo guadagni straordinari ai numerosi risparmiatori che gli affidavano pacchetti di denaro da investire in operazioni più o meno spregiudicate. "Per me, quando la Borsa sale c’è il sole in cielo; quando cala è un giorno di pioggia. Sarà una malattia, ma la Borsa ce l’ho nel sangue." Così dichiarò ai giudici, quando fu chiamato a rispondere di una sfilza di reati che andavano dalla bancarotta alla truffa, alla sottrazione di titoli (una parte dell’ingente capitale risultò poi depositato presso banche svizzere). Prima di allora, molti (anche a Roncade) lo consideravano un mago della finanza. Ma le sue arti di prestigiatore, per quanto sorrette da una rete di funzionari di banca compiacenti che gli garantivano la copertura dei titoli mediante lettere di accredito "sulla fiducia" si scontrarono con la richiesta del Banco di Sicilia che, subodorando la gabbatura, nel giugno del ’71 gli impose di rientrare dallo scoperto; fu il classico sasso che, staccandosi dalla vetta, si trasformò in una colossale frana. Infatti non gli riuscì di ottenere ulteriori garanzie ed anzi tentò di vendere titoli inesistenti; pressato dai creditori, Marzollo riparò all’estero.

I giudici lo condannarono con sentenza di primo grado a 9 anni di reclusione (pene minori vennero comminate ad alcuni funzionari e impiegati di banca, giudicati responsabili di falso e truffa) mentre nel successivo grado di giudizio la pena fu ridotta a otto anni. In realtà rimase in cella per un periodo molto più breve; ne uscì nel ’77 e si ricostruì in qualche modo una vita, tornando a fornire consulenze finanziarie basate su un’esperienza personale non condivisibile ma certamente straordinaria.

Personaggi caratteristici

Ogni comunità grande o piccola, io credo, è debitrice di qualcosa a certi personaggi che la caratterizzano, vuoi per l’originalità delle idee, o per le bizzarrie del carattere, o per la stranezza apparente della condotta. Anche il nostro paese ne conta qualcuno ed anzi, per il passato, ne ha conosciuti di straordinari; alcuni sommamente umili, altri compiaciuti della propria individualità, tutti comunque portatori di una ricca e variegata umanità. Sono i protagonisti della quotidianità; a loro nessuno pensa di erigere monumenti o intitolare strade, spesso tuttavia sono la memoria storica di un’epoca nemmeno tanto remota. Ne citiamo alcuni, scusandoci con quelli che - senza volerlo - avremo alla fine dimenticato.

"Nane Mato", el còcio (conduttore di cavalli) era nato a Roncade il 17 settembre 1893. All’anagrafe faceva Gobbo Massimiliano ma tutti se ne erano dimenticati, probabilmente anche lui stesso; è morto a Treviso il 24 gennaio 1957.

Il suo "compito" quotidiano (che prendeva molto sul serio) era quello di far partire la corriera da Roncade, dando il segnale con lo strepito di una sua trombetta da postiglione che portava sempre con sè, quasi come un’insegna del suo presunto potere di capostazione. In realtà la corriera avrebbe fatto comunque la sua corsa, ma questo nessuno glielo disse mai. Si piazzava sotto un arco del portico di buon mattino; poi, quando spuntava il grosso mezzo pubblico (lo si scorgeva da lontano, o per meglio dire se ne intuiva l’avvicinarsi dalla nube di polvere che si trascinava dietro perchè la strada principale del capoluogo, allora, non era ancora asfaltata) Nane Mato si sbracciava parandoglisi davanti, incurante dello stridìo dei freni.

Quando gli pareva che tutti i passeggeri si fossero adeguatamente sistemati, ecco che magnanimamente cedeva il passo; ma guai se l’autista si permetteva di ingranare la marcia prima del fatidico suono della trombetta! Dicono gli anziani che qualche volta perdevano la coincidenza con il treno perchè Nane Mato si era presentato in "ufficio" in ritardo, complice qualche fermata ai "capitelli" laici, tanto per scaldarsi lo stomaco.

Parlando di trasporti pubblici, nel periodo fra le due Guerre faceva servizio di rimessa, mediante una corriera sgangherata, Renato Golfetto, che era anche gestore della "linea" per Quarto d’Altino, dove si prendeva il treno.

Pare che praticasse tariffe differenziate di 1ª, 2ª e 3ª classe, a seconda della disponibilità degli utenti a: 1) stare seduti al proprio posto quando la corriera doveva superare la "gobba" del ponte sul Sile; 2) traversare a piedi; 3) spingere il mezzo sulla salita e risalirci (in corsa) dall’altra parte. Non giurerei che questo aneddoto sia vero, ma lo riferisco così come me lo raccontavano i miei.


 

La testa nel pallone

A Roncade la passione calcistica ha coinvolto generazioni di concittadini, esprimendosi a tutti i livelli: da quello più squisitamente amichevole che contrappone scapoli e ammogliati, agli incontri strapaesani capaci di accendere gli animi e suscitare furibonde risse verbali con i sostenitori delle squadre avversarie (raramente si passava a vie di fatto; in questo senso la civiltà del calcio è regredita) fino alla disputa di campionati dilettanti e semipro. E soprattutto sfornando campioni che hanno suscitato ammirazione nelle massime Serie.

La prima formazione

Il vezzo di prendere a calci qualsiasi oggetto rotonteggiante è antico come il mondo e il gioco con la palla era praticato già nell’antichità, anche se evidentemente non era regolamentato come al giorno d’oggi; di conseguenza nemmeno il nostro paese ne è rimasto immune e il tentativo di organizzarlo in forme ufficiali è piuttosto remoto: è del 1923 la notizia della prima formazione di calcio roncadese. Molte foto degli anni successivi documentano la passione locale per questo sport che vanta, a Roncade, un insolito primato: quello di aver organizzato nel 1934 la prima partita notturna in assoluto, in occasione della finale di un torneo disputato fra i paesi del circondario, contro la formazione del Casier.

La descrizione di questo "storico" incontro è merito della penna di Laura (Lalla) Menon, con la consulenza sul campo di Giancarlo Grosso e di Giuseppe (Bepi) Cecchinato, che raccontano l’avvenimento in un lungo articolo (integralmente riproposto da Lo Sport Trevigiano il 12 luglio 1991). Secondo la cronaca dell’epoca, fu il gran caldo agostano a suggerire di giocare dopo il tramonto; il campo di gioco - solo parzialmente erboso - si allungava fra Villa Lettis (il vecchio Municipio di Roncade) e il parco di Villa Ziliotto, all’incrocio con via San Rocco (pochi anni più tardi su quel terreno sorgerà il Consorzio Agrario).

La zona si presentava completamente priva di lampioni. Il Presidente della società era, allora, il signor Nino Grosso, coadiuvato dagli amministratori Dino Sartori e Arcangelo Anselmi; il capitano della squadra era Bepi Pasin, uno dei fondatori. Entusiasmati dall’idea di giocare in notturna, contrattarono con l’Anonima (la Società Elettrica) rappresentata dal comm. Braida - grande amico dei Menon - l’installazione di una rete di illuminazione provvisoria ma sufficiente allo scopo: la luce delle venti lampade da 1000 Watt si riversava sul terreno, riflessa da grandi piatti concavi e smaltati forniti dalle Officine Menon.

La formazione roncadese era composta dai seguenti giocatori: Carrer Alessandro detto Boeretto (portiere), Speranzon Dino (terzino sinistro), Biasetto Gino (terzino destro), Cecchinato Giuseppe (mediano sinistro), Castellan Umberto (centromediano), Franzin Dino (mediano destro), Pasin Eros (Pasin II, ala sinistra), Gatto Antonio (mezzala), Pasin Giuseppe (Paona, capitano e centravanti), Donati Silvestro (mezzala), Ceschel Rino (ala destra). Arbitrava il signor Favaro da Treviso.

Le fasi preliminari dello scontro furono accompagnate dalle note dell’orchestrina, piazzata sopra un’alta piattaforma sulla riva del Musestre; si esibiva al pianoforte Ugo Meneghel, ai due violini Carletto Cagnato e Augusto Forcolin, clarino e fisarmonica erano gli strumenti di Ferruccetto Beraldo; ma nei momenti salienti della partita si levava poderoso il coro: "Xe rivà... Bum! Xe rivà... Bum! Xe rivà el potente squadrone con l’attacco, la mediana, la difesa e il portier. Di Roncade lo squadrone che tremare il mondo fa. Per i nostri calciatori: Eia eia eia alalà!" La partita finì con la vittoria dei nostri per tre reti a due.

Un ring improvvisato

La cosa curiosa di quella memorabile partita fu che, nell’intervallo fra il primo e il secondo tempo, si disputò un incontro di pugilato. Per dire la verità, non fu una cosa seria; ma servì egregiamente a intrattenere i tifosi mentre le squadre andavano al riposo.

Come riferisce il racconto della signora Menon, quella sera il pubblico era strabocchevole: gente venuta anche da fuori; l’elenco stilato dall’improvvisata giornalista è assai preciso e ci offre uno spaccato della società di quel tempo, distinguendo piassaroti e contadini: "lungo la rete, in prima fila, si notano i farmacisti Donati e Vettori, i negozianti e i commercianti: Fagotto, Cattarin, Cimenti, Fantin, Perinotto, Grosso, Anselmi, Lorenzon, Speranzon; lo sportivissimo Bruno Tagliapietra, le maestranze al completo delle Officine Menon e della falegnameria di Carlo Rigato e la massa imponente degli agricoltori del circondario". Non si sa chi ebbe la brillante idea, ma di sicuro i due bei tipi che si esibirono su quel ring improvvisato si divertirono al pari degli spettatori paganti, perchè presero la faccenda con il giusto spirito.

Si affrontarono l’uomo dalla pelle nera, ossia Nino Piccoli (di professione spazzacamino, ma specializzato - così dicevano - anche nella pesca "a manina" di tinche e di bisati) e Luigi Gambirasi, detto "Nicaragua", macellaio, personaggi che "al solo vederli muovono il pubblico alle risate". Per l’occasione Nino Piccoli si imbrattò il corpo di nerofumo, accentuando comicamente il colore già caliginoso della sua carnagione. Il match si trascinò fra pugni veri (pochi) e finti (tanti) finchè i due contendenti stramazzarono al suolo, sfiniti più dalle risate che dalla lotta. L’episodio, che di per sè può risultare insignificante, è indicativo di un modo di divertirsi per noi inconsueto e di un’abitudine alla socializzazione che è andata progressivamente scemando.

D’altra parte, quella che eufemisticamente qualcuno ha definito la "nobile arte" non ebbe gran seguito dalle nostre parti; l’unico pugile roncadese di cui metta conto fare una qualche menzione fu Italo Zamuner, nato il 24 ottobre 1920, che di mestiere faceva il commesso viaggiatore. Disputò parecchi incontri fino al livello regionale nella categoria pesi welter guadagnandosi il nomignolo di corazza a motivo delle sue doti di incassatore, ma la sua carriera fu di breve durata. Il suo cadavere carbonizzato ritrovato nel mestrino fece supporre che egli fosse rimasto vittima di una gang di malavitosi.

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