Sagra o non sagra
   
   
Anche su questo il Covid-19 offre spunti per ragionamenti nuovi
La festa del patrono porta da sola un terzo delle entrate di una parrocchia. Ma senza le grigliate avrebbe ugualmente senso?

 
19 giugno 2020

 
Sagra o non sagra.
La riaccensione graduale degli eventi di aggregazione di diversa natura introduce, in queste settimane, considerazioni che si pongono per la prima volta in assoluto e che ricadono necessariamente anche nel mondo del no-profit.
 
Se cinema, bar, ristoranti e discoteche eccetera affrontano la “Fase 3” attrezzando i locali secondo le norme dettate dalle autorità sanitarie e sostenendo investimenti ineludibili per poter conservare l'attività, la galassia del volontariato si muove su piani molto più discrezionali.
Le regole di tutela sono le stesse e con identici costi, in sostanza, ma feste popolari e sagre possono anche saltare senza troppi danni.
  
Sarà davvero così?
Limitiamo il ragionamento alle sole scadenze tradizionali legate a ricorrenze religiose e, quasi sempre, alle parrocchie. Le quali non vivono d'aria dato che, a loro volta, sostengono servizi di grande utilità pubblica (scuole materne parificate) e di supporto a vari casi di fragilità sociale.
Per una parrocchia media nella nostra regione gli introiti derivanti da una sagra di una settimana valgono all'incirca un terzo del totale annuo.
Poi ci sono le offerte nelle funzioni e qui la voce è più variabile.
Secondo valutazioni medie, nella nostra parte d'Italia e al netto di eccezioni, l'obolo per fedele si aggira sui 50 centesimi e dunque basta fare una moltiplicazione. Volgarmente, una messa da 200 persone porta in cassa 100 euro.
Infine, per restare nell'ambito dei contributi volontari e dunque aleatori, c'è la voce delle donazioni occasionali connesse a questa o quella necessità e questo varia da caso a caso.
 
Ma il tema della sagra può essere ridotto ad un conto squisitamente economico?
Ovviamente no, sebbene il profumo prevalente collegato all'evento sia quello della grigliata piuttosto che dell'incenso.
Che una sagra sia diventata sempre di più un rustico ristorante fatto funzionare da gente che non viene retribuita con qualche evento religioso annesso ma relegato al rango di accessorio è stato sottolineato anche da queste pagine più di qualche volta.
Che di questo aspetto i ristoratori si lamentino sempre più spesso è un fatto noto, e quest'anno avrebbero ragioni supplementari.
 
Il tema conclusivo è la disponibilità della popolazione, anche in questo ambito, a modificare abitudini consolidate e forse per questo smemorate rispetto al significato delle origini.
Per convergere sull'argomento, si tratta di capire se esista o meno una formula di sagra non gastronomica, cioè se si possa ricondurre la festa del patrono ad una dimensione più spirituale e non per questo di minore aggregazione comunitaria.
Più brutalmente ancora: andreste ad una sagra sapendo che non si mangia?
Un parroco organizzerebbe una sagra sapendo che si rischia di andare in perdita?
 
Quesiti aperti.
    
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