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Veneto dovrebbe celebrare il 150° dellunificazione allItalia nel 2016 ma
si obbietta secondo questo criterio Roma dovrebbe farlo nel 2020, così come
altre parti dItalia potrebbero aver anticipato; dunque, al di là dei
particolarismi, la data della proclamazione del Regno dItalia (17 marzo 1861) è
quella più appropriata, storicamente e politicamente. Le renitenze alla ricorrenza unitaria sono ingiustificabili, oltre
che deprecabili per la loro malcelata volontà di ingabbiare il Veneto doggi in
asfittici ambiti venetisti, mentre la nostra è da sempre terra di relazioni, di aperture
culturali e mercantili, capace di difendere le sue specificità e identità senza negare
la sua appartenenza a un grande Paese qual è lItalia, ma anzi proiettandosi in
dimensioni più ampie verso la regione alpe-adriatica e verso lEuropa.
Nel processo risorgimentale che si sviluppò dal secondo al settimo decennio
dellOttocento i veneti furono convintamente italiani, dapprima in dimensioni
ristrette, elitarie, e poi sempre più in forme plebiscitarie. Alcuni interrogativi
storiografici sembrano ancora aperti e magari appaiono tali solo a chi si avvicina
epidermicamente, mentre la storiografia ha già chiarito, con documenti e cifre. Uno di
questi riguarda leffettiva adesione del popolo veneto al processo unitario: se sia
stato un fatto di élites borghesi oppure un movimento ampio (scorretto parlare di
movimento di massa o democratico, categorie successive, spendibili solo dopo la formazione
dei partiti di massa e con il suffragio elettorale universale, in pratica con il secolo
XX).
Nella contesa tra chi nostalgicamente vede oggi il
Risorgimento come unimposizione fatta dai ceti borghesi a un popolo ancora rimasto
venetista e, sul versante opposto, chi romanticamente concepisce lanelito
allunificazione italiana come un percorso lineare di tutta la società del tempo, la
parola chiarificatrice è probabilmente quella detta da uno vecchio storico americano:
«La rivoluzione italiana siniziò nel XVIII secolo, non poggiata saldamente
sullopinione pubblica, ma solo rappresentata qua e là da sublimi apostoli, le cui
voci cadono quasi del tutto incomprese fra la massa ignara; più tardi, man mano che la
loro parola viene intesa e si risveglia negli animi quel sentimento che essi hanno saputo
toccare, il movimento si propaga, si fa popolare e nazionale».
In modo particolare, lUnità
dItalia rappresentò lorizzonte di riferimento per i trevigiani soprattutto
durante la fase della rinata Repubblica di Venezia del 1848-49, quando gli «evviva la
repubblica, evviva lItalia» risuonavano uniti anche a Treviso, città dove i
proclami del locale Comitato riportavano a titoli cubitali «Viva lunità Italiana!
Viva la Repubblica! Viva Treviso! Viva Pio IX!». La città allora votò in un primo
plebiscito «per la pronta annessione al Piemonte» e su 3.010 votanti solo 17 furono
contrari. In quel contesto il futuro patriarca di Venezia Domenico Agostini, allora
chierico trevigiano, impugnò le armi contro gli austriaci; egli è un emblema del comune
sentire di quella stagione politica.
Se da un lato è onesto ammettere che il percorso risorgimentale non fu comunque privo di
contraddizioni e di arretramenti, fu però certamente un percorso univoco nella direzione
della liberazione delle terre venete dallAustria. Ne sono testimoni le stesse
vicende trevigiane, del popolo, dei ceti dirigenti e della Chiesa, con le figure assai
diverse dei due vescovi Sebastiano Soldati e Federico Maria Zinelli: il primo che il 3
aprile 1848 benedice i volontari trevigiani in partenza da Borgo SS. Quaranta (e che poi
affrontarono gli austriaci a Sorio e Montebello) e il secondo che, preceduto dalla fama di
austriacante e oppositore delle idee liberali, fu accolto al suo ingresso in diocesi nel
maggio 1862 da vive riprovazioni fino al punto di essere oggetto del lancio di una bomba
che al ponte di S. Martino ferì quattro popolani.
Nella diocesi di Treviso i cattolici antitemporalisti (per
essi il papato non poteva essere anche un potere statuale) rappresentavano lossatura
del Comitato Segreto promosso da Luigi Coletti senior, trevigiano dorigini cadorine
con palazzo in Borgo Cavalli; questa realtà originò duri scontri tra il clero
liberal-moderato e la Curia. I sentimenti patriottici erano tuttaltro che sporadici
tra i sacerdoti diocesani e i preti "sovversivi" e assertori dellUnità
italiana erano vigilati dalla polizia austriaca; le stesse adunanze del Comitato Segreto
trevigiano durante la dominazione austriaca si tenevano nella cella del campanile di S.
Nicolo, mentre labate Turazza vegliava allesterno e ne favoriva la
clandestinità. Tra i sacerdoti schedati vi erano i celebri Quirico Turazza, Luigi Bailo,
Luigi Sartorio, membri del Comitato Segreto; altri, come Federico Bianchi, Francesco
Celotti, Angelo Traversi, erano schedati per i loro rapporti epistolari col Comitato di
Torino e con altri confratelli emigrati oltre il Mincio. Furono ben 78 i preti trevigiani
che nel 1866 sottoscrissero un indirizzo di saluto al Commissario Regio, manifestando
gioia e commozione per lavvenuta riunificazione del Veneto allItalia.
Non era difficile per i pastori essere antiaustriaci, per
il motivo che condividevano i sentimenti maggioritari del loro popolo. In genere i
sentimenti della popolazione erano di avversione allimpero austro-ungarico, non solo
perché si trattava di una dominazione straniera, ma per le politiche concretamente
attuate dal Regno Lombardo-Veneto. Limpoverimento sempre più forte di ampi strati
di popolazione, la fortissima pressione fiscale esercitata come strumento repressivo
soprattutto dopo i moti rivoluzionari del 48-49, lassoluto centralismo
amministrativo di Vienna, la coscrizione obbligatoria dei giovani, lefficienza
burocratica esercitata formalisticamente ma non per combattere le piaghe
dellanalfabetismo (nelle località rurali raggiungeva anche il 90% tra i fanciulli
tenuti alla frequenza), la pigra gestione delle competenze amministrative limitate a
sporadiche forme dintervento (anagrafe, leva, riscossione delle prediali, poca
sanità, pochi lavori pubblici, lassistenza lasciata alla filantropia dei
religiosi), sono alcuni degli elementi che in genere portavano il cittadino a sospirare la
liberazione dallo straniero. Né va dimenticato che lAustria impedì fattivamente,
soprattutto con i dazi doganali, lo sviluppo delleconomia veneta,
nellindustria e nel commercio, per difendere i prodotti austriaci e boemi. A tutto
questo si aggiungevano le ripetute repressioni dello Stato poliziesco, che riempivano le
carceri e che portarono a numerose esecuzioni capitali con processi non pubblici e senza
diritto di difesa. Treviso stessa fu scenario di eventi tragici: il cippo posto lungo le
mura cittadine in viale Jacopo Tasso ricorda la fucilazione dellavvocato bellunese e
di altri contadini trevigiani.
I nostalgici duna mitica e ordinata Austria, mai
esistita, se non nella loro testa, indugiano nel tacciare di "broglio" il
plebiscito che si tenne il 21 e 22 ottobre 1866 quando tutti gli uomini furono convocati
alle urne per ratificare lannessione del Veneto allItalia. I risultati possono
apparire poco credibili: complessivamente, su 84.539 votanti nel trevigiano si
registrarono solo due contrari, a Povegliano e Roncade. Ma chi allora poteva pensare bene
dellodiata e straodiata Austria? Nemmeno i possidenti che amministravano i Comuni,
come è accertato dallesito delle elezioni tentate dallAustria nella primavera
1861 nelle province venete per far accettare la realtà costituzionale
dellappartenenza del Veneto allimpero austro-ungarico mediante linvio di
venti deputati nel Consiglio di Vienna; nonostante le generalizzate pressioni austriache
non di rado trasformatesi in intimidazioni, in circa la metà delle località venete
nessuno partecipò ai Consigli Comunali convocati per la votazione e nel Trevigiano su 102
Comuni solo 19 votarono, mentre le sedute andarono deserte o furono irregolari in ben 83.
Per capire il sentimento popolare del tempo basta leggere
quanto scriveva con carica retorica lintellettuale veneziano Antonio Fradeletto in
una sua biografia del Sindaco poeta Riccardo Selvatico (1921):
| «Chi assistette, fanciullo, alla liberazione
di Venezia dal dominio straniero, mai non di¬menticherà la gioia, come di primavera, che
si effuse e vibrò nellaria in quel tardo autunno del 1866. Mentre le sciabole
austriache percotevano ancora il lastrico delle strade, nelle case le donne cucivano
secretamente i lembi del tricolore e quellaffaccendarsi furtivo aggiungeva un non so
che di trepido e solenne alla letizia dei nostri giuochi infantili. |
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E con che lagrime contemplarono i vecchi,
con che fremiti salutarono i giovani limprovviso ondeggiare dei colori della patria
dalle antenne di San Marco, lungo il Canal Grande, per le calli, per i campi, sullo
specchio angusto dei rii. Pareva che in quelle pallide giornate dottobre tutto
sinfiorasse di speranza, i cuori come le pietre».
Le ricostruzioni storiche e gli argomenti risorgimentali
degni dapprofondimento potrebbero essere molti altri; meglio ricorrere allora agli
studi già pubblicati negli ultimi decenni da Giovanni Netto, Giuseppe Alù, Ernesto
Brunetta, Silvio Tramontin, Livio Vanzetto, oltre che alla serie di volumi prodotti
dallIstituto par la Storia del Risorgimento di Treviso, che annualmente pubblica gli
atti dei suoi cicli di conferenze, ormai giunti al trentesimo anno dattività.
Restando sempre in attesa che venga riallestito il pregevolissimo Museo del Risorgimento
trevigiano, indegnamente smantellato e posto a ripostiglio: sarebbe unaltra dinamica
e preziosa fonte per la verità storica su quel periodo.
Ivano Sartor
Alcuni luoghi significativi del Risorgimento nella città di Treviso
- Palazzo dei Trecento. Lapidi dei Caduti per lUnità
dItalia, con lesito del Plebiscito del 1866, con lelenco dei trevigiani
partecipanti alla Spedizione dei Mille e con la presenza a Treviso di Garibaldi.
- Duomo di Treviso, Pronao: il 24 marzo 1848 il Podestà Olivi annunciò
la capitolazione del Presidio austriaco.
- Ponte Dante, inaugurato nel 1865 con una manifestazione popolare
ditalianità.
- Chiesa di San Leonardo (ex voto allaltare di S. Antonio: tre
palle del bombardamento austriaco)
- Borgo Cavour. Trattoria "Il Cavallino", nella quale Daniele
Manin riuniva segretamente i patrioti trevigiani.
- Borgo Cavour. Palazzo Ancillotto, dal quale il vescovo benedì i
Crociati trevigiani in partenza per le battaglie contro gli austriaci.
- Porta San Tomaso. Scontro con gli austriaci del 12 maggio 1848 e morte
del Gen. A. Guidotti.
- Porta SS. Quaranta. Lapide dettata da Teodolfo Tessari nel centenario
dellingresso delle truppe italiane il 15 luglio 1866.
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