| Quelli che la
piazza. La discussione su cosa succederà una
volta approvato, messo in moto e portato a termine il progetto di riqualificazione del
centro storico di Roncade mentre parallelamente si discute anche di San Cipriano e
Biancade sarà senza dubbio l'asse portante di molti ragionamenti, confronti,
conflitti e convergenze nella vita cittadina dei prossimi mesi.
Al di là del solo aspetto squisitamente architettonico-urbanistico, tuttavia, non va
sottovalutata la valenza collaterale che un simile momento porta con sé, cioè quella di
essere un'occasione per una società locale di riflettere su se stessa. Capire chi è,
com'è fatta, come immagina i rapporti con il mondo. In una parola che idea ha del proprio
futuro, sempre che si faccia lo sforzo di uscire dai margini di un quotidiano appagante o
del quale, comunque, ci si accontenta.
La riunione pubblica di venerdì scorso sul piano commerciale (questione legata a filo
doppio con la trasformazione del centro cittadino detta "Piazza Longa"),
aggiornata per i roncadesi a lunedì 21, per sommi capi ha permesso di mettere a fuoco
alcune fasce psicologiche nelle quali si suddivide il composito mondo degli
operatori del settore.
Gli apocalittici
Il loro motto è: se chiudete il centro alle auto (o anche: se diminuite i
parcheggi) uccidete il commercio.
A poco vale far presente che nella quasi totalità dei casi in cui centri storici
di tutte le dimensioni sono stati pedonalizzati, interamente o in parte, l'esperienza
a meno di assestamenti iniziali si è rivelata vincente. Si è osservata,
insomma, una progressiva sostituzione della parte di clientela che fruiva di quei negozi
mossa prevalentemente dalla facilità di accesso e di parcheggio in auto con un'altra
componente attratta invece dalla tranquillità e dalla riduzione di rumore e gas di
scarico.
La posizione degli apocalittici denota una scarsa fiducia nei prodotti che vendono,
pensano che la qualità offerta non valga la fatica di una passeggiata e che gli stessi
siano, dal punto di vista del cliente, immediatamente rimpiazzabili da altri che si
trovano a portata di automobile. In sintesi, sono convinti di avere in negozio merce nulla
più che ordinaria.
I metaforici
Il motto di questi è, invece, il nostro centro commerciale è il centro
storico. Posizione più positiva ma anche questa decadente.
Un centro commerciale è un luogo in cui si aggrega un grande numero di persone che
non si conoscono, mosse solo dalla necessità, o dal desiderio, di trovare qualcosa che
devono o potrebbero acquistare. Il momento massimo di vicinanza e di opportunità di un
eventuale scambio di parole è quello in cui sono in coda alla cassa. Valesse la
corrispondenza in postulato, basterebbe disporre una serie di carrelli all'inizio di via
Roma e in piazza I maggio: forse la loro visione integrata da grandi insegne al
neon luminose e musica leggera di sottofondo compenserebbe lo choc da parcheggio
lontano.
Un centro storico è ben di più, inutile sottolinearlo.
A meno che non si accetti l'equivalenza tra cittadinanza e capacità di acquisto.
In tal caso diventano ridicoli tutti quei termini come comunità,
identità, solidarietà eccetera tanto enfatizzati in altre sedi.
I diffidenti
La loro convinzione è di essere stati esclusi dal percorso di concepimento del progetto
della nuova piazza e qualche ragione oggettivamente ce l'hanno.
Il criterio con cui ci si è arrivati, cioè la scelta degli stakeholder da coinvolgere,
per quanto ci si ragioni non è molto chiaro anche perché arbitrario. Traspare la
sensazione che per la discussione l'amministrazione comunale abbia scelto soggetti
ritenuti più ragionevoli di altri, e quindi meno rischiosi ai fini della
fluidità del processo. Con la conseguenza di irritare proprio i piazzarotti
più rocciosi, a prescindere dalla bontà delle loro ragioni.
Se è stato davvero così al netto di considerazioni sui meccanismi di
rappresentanza, che sarebbero complesse l'errore è stato prima di tutto di
opportunità perché la diffidenza è uno dei sentimenti umani più difficili da
convertire.
I 2.0
Sono gli entusiasti, quelli ansiosi di novità. Quelli che, se hanno un difetto, è di
eccedere in velocità, di vedere troppo in avanti. Non sognano cose irrealizzabili, sia
chiaro. Sono semplicemente locomotive zavorrate da un convoglio frenato.
Sono quelli che sperano in criteri di partecipazione democratica così avanzati e
trasparenti da proporre la diffusione video via web di ogni momento pubblico di confronto
e di decisione. Quelli che in un centro storico accogliente vedono come valore aggiunto la
fruibilità capillare e gratuita della rete wi-fi prima che i metri che separano il più
vicino parcheggio dal negozio o bar.
Quelli che queste cose le dovono dire sottovoce perché la fronda reazionaria interna
della loro categoria è ancora predominante. Quelli, insomma, che hanno fretta ma devono
avere pazienza. Fra dieci anni o anche meno - quando ciò che loro oggi desiderano sarà
normalissimo - occorrerà ricordarsi di ringraziarli.
Gianni Favero
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