Gli atti
giudiziari, i nomi di chi la frequentava o che con lei aveva comunque a che fare.
Le loro deposizioni, le contraddizioni, le testimonianze inedite.
Imprenditori, commercianti e marescialli, bidelli, ristoratori, albergatori,
pasticceri, meccanici e dipendenti comunali.
Il feticista, il musicista, la ragazza slava e l'usuraio.Ogni persona entrata nell'inchiesta sulla morte di Sandra Casagrande ha un
proprio spazio ne "Il gioco del torello", libro prodotto da Piazza Editore, che
sarà in edicole e librerie fra qualche giorno, a vent'anni dall'omicidio del 29
gennaio 1991.
Poi ci sono i verbali, le perquisizioni, il referto
dell'autopsia. E tutti i ricordi di roncadesi e non su Sandra e Luciano Vio, il marito,
morto suicida (?) nel 1980.
Un regalo di Natale, insomma, ad una città che forse non
è mai riuscita ad interrogarsi fino in fondo - e ne avrebbe bisogno - su questo dannato
ed irrisolto crimine.
Qui anticipiamo l'introduzione, curata da Gianfranco Bettin
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INTRODUZIONE
Ci sono strani delitti irrisolti, nel profondo nordest.
Sono quelli attorno ai quali aleggia fosco il sospetto di estese complicità, e di
moventi morbosi, inconfessabili. Inconfessabili non tanto per una soglia inaudita di
orrore varcata (che pure a volte non manca), o per eventuali aspetti osceni (idem) o,
ancora, per una colpa e per modalità talmente ributtanti da motivare ogni rimozione
(tutte cose che pure non sono mancate in diversi episodi).
Laspetto che favorisce, che anzi impone, lomertà e che perciò produce il
fallimento dellindagine, riguarda proprio la rete di complicità che si intravede
attorno e dietro il delitto, così estesa e così qualificata socialmente da rendere la
questione della giustizia da tributare alla vittima secondaria rispetto allinteresse
del contesto, direbbe Sciascia, o del microcosmo, per dirla con Magris (che pure dei
microcosmi, specie del nordest, aveva soprattutto valorizzato le qualità positive), a
lasciare irrisolto il caso. Troppa gente e troppo influente avrebbe da perdere dalla
scoperta della verità. O anche, troppo dura sarebbe, questa verità, da considerare,
troppo imbarazzante, o addirittura sconvolgente.
Lomicidio di Sandra Casagrande, una
vedova di 44 anni, piacente pasticcera di Roncade in provincia di Treviso, uccisa nel
proprio negozio con decine di colpi di coltello e di forbice la sera del 29 gennaio del
1991, è uno di questi casi (lindagine, nei confronti di ignoti, viene
archiviata presto, il 17 luglio dello stesso anno, neanche sei mesi dopo).
Gianni Favero, col mestiere di un cronista dellAnsa (qual è), e con la
tensione narrativa di chi ha già praticato il racconto lungo (nei suoi libri precedenti),
ricostruisce la storia a distanza di anni.
Ne coglie le implicazioni complesse, non riducibili alla tipologia del delitto di
paese. Mischia le carte con perizia letteraria e sagacia di giornalista esperto, giocando
tra la cronaca rigorosa e la fiction (ma una fiction dal vero per così dire). |

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Introduce personaggi immaginari, anche se
hanno il ruolo di guide nelluniverso locale in cui matura il delitto e in cui, dopo,
si sviluppa la trama che (attraverso silenzi ma forse anche seminando apposta falsi e
depistanti indizi) ne copre il colpevole (o i colpevoli). Una trama, che sia lucidamente
tessuta o sia prodotta distinto, che, infine, cerca di far dimenticare tutto,
sprofondandolo nelloblio che sempre fa dissolvere le storie scomode e, appunto,
indicibili.
Di questa vicenda ogni tanto, tuttavia, si riparla.
Escono voci. Documenti appaiono.
La luce si riaccende, i media tornano a esserne interessati. Poi, come se vi fosse
una macchina segreta che nellombra lavora a troncare, sopire
, tutto ritorna
nel buio e nel silenzio. Favero invece continua. A immaginare, a ipotizzare, come si fa di
fronte alle storie rese oscure da qualche mistero ben custodito. Ne scrive, dunque.
Il gioco del torello, questa autopsia di unindagine
(autopsia perché lindagine è morta, anche troppo presto, e qui se ne parla in
termini postumi), fornisce tutti gli elementi per farsi unidea e lo fa con ricchezza
e precisione di dettagli, sfogliando le pagine di una storia che si snoda improvvisa dalla
commedia alla tragedia, incominciata e proseguita tra pettegolezzi di paese ma in ultimo,
una notte dinverno, suggellata dal sangue.
Il lettore può decidere.
Attraverso lespediente narrativo di una lettera di un carabiniere alla
fidanzata lontana (siamo nel 91, e-mail e cellulari sono di là da venire, anche se
ormai manca pochissimo
), attraverso questo espediente, però, lautore non
rinuncia a rivelarci una possibile verità. Perché questo fa la narrazione, e questo fa
anche il buon giornalismo: ci danno i mezzi e gli strumenti, analitici e suggestivi, per
farci unidea, per sentire se non vedere la verità di una storia anche
quando la verità ufficiale non si manifesta. Dietro la verità strenuamente cercata da
Favero e messa in scena, e parlata, per noi dai suoi personaggi, autentici e
immaginari, viene alla luce una verità più larga, più complessa, più inquietante. La
lettura avvince, per la qualità della scrittura e la dinamica della trama. Avvince e,
quindi, diverte. Ma quel che infine lascia è appunto quellinquietudine.
Qualcosa è successo, qualcosa di oscuro, o forse di troppo chiaro, così chiaro da
non poter essere guardato. Una ragione di più per raccontarlo.
Gianfranco Bettin
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