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| Giovedì |
| 11 dicembre |
| 2008 |
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Undercover,
una storia vera |
| Domani sera la
presentazione a Villa Giustinian |
| Il resoconto fedele di undici
mesi della vita di un carabiniere veneto infiltrato nelle organizzazioni camorristiche |
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L'undercover, va
detto subito, è una persona reale.
E' un carabiniere nato a San Donà di Piave, oggi circa cinquantenne, in servizio a
Treviso.Lo conobbi nel 1991, quando iniziai
ad occuparmi di cronaca nera per Antenna Tre ed ebbi con lui contatti molto frequenti per
circa quattro anni, fino a quando, cioè, iniziai a lavorare per la testata al cui
servizio ancora opero, l'agenzia Ansa.
Già allora Renato - ma non è questo il suo nome - era specializzato in azioni
sotto copertura, il che significa entrare sotto mentite spoglie nelle organizzazioni
criminali e neutralizzarle dall'interno. L'obbligo per i giornalisti era dunque quello di
non esporlo mai con le sue vere generalità e tantomeno con immagini.
Ricordo di quell'epoca - in un Veneto condizionato dalla regia sanguinaria di
Felice Maniero molto più violento di oggi - almeno tre o quattro eventi che pochi fidati
cronisti locali ebbero la possibilità di seguire praticamente "in diretta"
grazie al feeling che si era sviluppato con il nucleo operativo di allora.
Renato l'ho incontrato di nuovo per caso la scorsa
primavera e mi ha raccontato un po' quello che aveva fatto negli ultimi anni. In
particolare di due operazioni portate a termine nel 2003 infiltrandosi nella Camorra, con
una ricchezza di particolari che mi è sembrato uno spreco non scriverle.
Ottenuti dalla Procura di Udine gli atti delle inchieste, nate entrambe grazie ad
un suggestivo confidente napoletano in soggiorno obbligato in Friuli, mi sono recato
alcune volte nelle periferie napoletane dove si sono svolti i fatti di cui Renato mi aveva
parlato, cercando alcune conferme. Nomi, date, luoghi e perfino intercettazioni
telefoniche inserite nel libro sono quelli reali.
La
storia contiene aspetti che mi sono sembrati utili da sviluppare, al di là
dell'esito processuale (tutti gli arrestati sono stati condannati), come l'amicizia nata
fra Renato ed una delle persone che ha dovuto fare incarcerare e che oggi, a distanza di
cinque anni, ha accettato di parlare serenamente della vicenda.
Poi la testimonianza della moglie di Renato, anch'essa
veneta, su cosa significhi avere per marito un uomo che deve eclissarsi a tempo
indeterminato in qualche posto ai piedi del Vesuvio sulla scia di un traffico di armi da
guerra e che non può essere raggiunto per settimane intere neppure al telefono. Se può
chiama lui, ma chissà quando e comunque nel cuore della notte.
La prima presentazione di "Undercover" è fissata
per domani, venerdì 12 dicembre, alle 20,30, al castello di Roncade. Renato non ha ancora
deciso se ci sarà o meno ma non fa differenza, tanto non potrei indicarvelo.
Gianni Favero
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| Da "La
Vita Cattolica", settimanale diocesano di Udine, di sabato 17 gennaio 2009 Intervista con Gianni Favero
"Sempre in agguato la finanza illegale"
Gianni Favero, trevigiano, è il giornalista (Ansa e
Corriere del Veneto) che ha pubblicato "Undercover. Undici mesi da infiltrato",
edito da "Studio LT2".
Per raccontare quanto ha scritto non si è limitato ad intervistare
"Renato", ma ha fatto puntuali ricognizioni a Udine, in Friuli, a Napoli,
consultando tutta la necessaria documentazione ed ascoltando lui stesso alcuni dei
protagonisti.
- Da dove nasce la storia raccontata nel libro?
Con Renato avevo una conoscenza che risale agli anni compresi fra il
1991 ed il 1994, quando, a Treviso, mi occupavo di cronaca nera per Antenna Tre. Lui
lavorava al Reparto Operativo, le testate giornalistiche, allora, erano poche e cera
il modo di coltivare rapporti di fiducia e confidenza anche con le fonti più
delicate. Se è stato possibile descrivere quella stagione di criminalità,
nel Nordest molto più violenta e strutturata rispetto ad oggi, è stato grazie a
investigatori come lui che sapevano anche farti leggere fra le righe. Per cui quando dopo
anni ci siamo incontrati per caso, la scorsa primavera, è stato naturale recuperare il
vecchio rapporto
- Questa volta, però, non si parlava di Nordest né di delinquenza come noi la
conosciamo.
Non è del tutto vero. La sua esperienza da infiltrato nella Camorra prende il via
perché ci sono stati degli input precisi provenienti da soggetti che ancora abitano, in
questo caso, in Friuli. Il ponte fra questarea e la Campania cè stato e senza
dubbio ancora cè
- In che senso? Le sparatorie e gli agguati di stampo mafioso noi li percepiamo
come eventi di terre lontanissime.
Il sangue che scorre per fortuna è una manifestazione del fenomeno che si registra
al Sud. Ma ci sono altri segnali importanti che non ci autorizzano a chiamarci
fuori.
- Ad esempio?
Lesempio lo faccio utilizzando uno dei personaggi centrali nelle due inchieste
della Procura di Udine di cui riferisco nel libro. Cioè Don Peppino, linformatore
che dà il la allattività di Renato. Don Peppino è uno delle centinaia
di soggiornanti obbligati che, fino agli anni 80, lo Stato trasferiva dalle terre di
mafia alle nostre regioni. Lui era un camorrista che qui si è reinventato un ruolo grazie
al denaro contante di provenienza illecita che arrivava da giù. Facendo praticamente
lusuraio, è stato uno dei tanti canali di riciclaggio di capitali sporchi.
- Cioè la finanza illegale starebbe ancora operando nelle nostre regioni?
Ci sono elementi più che ragionevoli per poterlo affermare. Centinaia di strutture
ed attività ricettive nelle nostre località turistiche, da Cortina alle spiagge, giusto
per restringere il campo ad un settore qualsiasi, probabilmente non sarebbero potute
nascere senza liniezione di denaro liquido da ripulire in fretta proveniente dal
Sud. Se vogliamo si tratta di soldi che hanno alla fine contribuito ad innescare un volano
virtuoso, ma questa moralmente non può corrispondere ad unassoluzione.
Consiglierei, a questo scopo, se qualcuno è curioso, un utile esercizio.
- Quale?
Collezionare ricevute fiscali di ristoranti e pizzerie di certe aree del nostro
Nordest. Confrontando i nomi nelle varie proprietà, con un po di tenacia e di
fortuna, in controluce si possono intuire tante cose. Niente di illegale, intendiamoci. Ma
un valido specchietto per capire come anche qui si siano replicati i fenomeni di
gemmazione di aziende con a capo una certa famiglia tipiche delle aree meridionali. Quando
mi sono recato a Casoria, la scorsa estate, in cerca di elementi di conferma al racconto
di Renato, è stato immediato rendersi conto delle ramificazioni
- Sono ancora forti i rischi di contaminazioni delleconomia illegale nel
nostro tessuto?
Da cronista posso solo dare una risposta teorica. Partiamo dallassunto che le
organizzazioni mafiose sono potenze economiche e che dispongono di molto denaro. Caliamoci
in questo momento storico e constatiamo come molte delle nostre piccole aziende fatichino
a trovare credito perché dopo le burrasche della finanza internazionale anche le nostre
banche hanno ristretto i cordoni degli affidamenti. Credo sia facile immaginare cosa
potrebbe facilmente succedere in questo quadro.
- Qual è lingrediente di questa storia che dovrebbe rimanere impresso?
Che ci sono uomini dello Stato con una consapevolezza del loro ruolo ed uno spessore
morale esemplari. Persone che non orientano le loro scelte sui tornaconti individuali e
che sono mossi da una specie di religione civile quasi commovente.
- Dovrebbero insegnare qualcosa anche a chi non fa il magistrato o il carabiniere?
Una regola che vale sempre per tutti. Chiedersi sempre il perché di ogni cosa. Il
far finta di non sapere, il non andare a intrigarsi, equivale spesso alla
complicità. |
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