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Anno
Domini
2008

Squaletti del Musestre

Che anno sarà, tra piccoli principi e squaletti del Musestre?
Ne vedremo delle belle, sarà divertente leggere tutto quasto fra 50 anni...

BLOG PERSONALE DEL DIRETTORE

  
15 - Il cuore oltre l'ostacolo

16 dicembre 2008

E' un soggetto interessante il Mascia Boris, e mi riferisco al suo ultimo intervento su questo sito.

Segnala il danno arrecato ad una serata dedicata ad un uomo dello Stato, raccontata in un libro, ad opera di un magistrato che avrebbe indugiato su temi troppo politici.
Non entro nel merito, non la finiremmo più. Ricordo solo che Francesco Saverio Pavone è il pm veneziano che istruì il processo alla mala del Brenta con oltre 100 imputati e che, indagando sull'ambiente dei giostrai veneti degli anni '80, fece condannare i responsabili di 33 sequestri di persona e di decine di rapine, alcune delle quali commesse anche a Roncade.

Qualche settimana fa, in una conversazione privata, Mascia riteneva sbagliato che in occasione di "Roncade.it Outdoor" non si concedesse la parola a persone che non fossero tra i relatori, in particolare se consiglieri comunali e soprattutto di opposizione.
Venerdì sera, nel corso della presentazione di "Undercover", però, lo spazio c'era, tanto che due volte la moderatrice ha proposto al pubblico di intervenire e tanto che uno tra i presenti lo ha potuto fare due volte.
Fra i presenti c'era anche Mascia, che però non ha approfittato della possibilità di far rilevare direttamente a Pavone quanto la sua relazione sulla giustizia sia stata - come scrive - faziosa.
Lo dice qui, affinchè rimanga ai posteri, quando il magistrato è a distanza di sicurezza. Immagino Pavone abbia ben altro da fare piuttosto che sfogliare Roncade.it.

Altro pesonaggio al quale voglio dedicare due righe, già che ci siamo, è il Pravato Renato. Mercoledì sera, 10 dicembre, al termine di "Roncade.it Outdoor", rintracciandomi nell'oscurità ha ribadito anch'egli la sua perplessità (per la seconda volta) a riguardo della mancata concessione della parola al pubblico.
Che la platea sia lasciata come protagonista attiva marginale è un dato di fatto ed è una scelta. In ogni caso non ci sembra poco che sia affidata al pubblico la facoltà di suggerire i temi di discussione per le serate successive. Come organizzatori abbiamo ritenuto sia meglio non correre il rischio di disperdere i temi dibattuti - di per sè articolati di proprio - in ulteriori ramificazioni.
I consiglieri comunali, poi, lo ripeto, hanno tempi e modi in abbondanza per affrontare qualsiasi argomento in sede pubblica (e gratuita). Non lo fanno, i consigli comunali avvizziscono in un torpore burocratico e si vede che preferiscono così. Chi ha pane non ha denti.

Per il resto, sfido chiunque a trovare in questa città uno spazio che conceda più libertà di espressione di Roncade.it e sfido chiunque a non aver trovato pubblicato qui un proprio intervento.

Casomai c'è da chiedersi se a Roncade sia in vigore una legge che vieti alle donne di scrivere a Roncade.it, ma questo è un altro discorso che, temo, abbia un'origine un po' più preoccupante e di ordine generale.

Gianni Favero


 
14 - Quelli che il tempo reale

3 dicembre 2008

Il caposaldo è buono perchè è irrinunciabile per ottenere il consenso.
Dare risposte in tempo reale ai bisogni della cittadinanza, lo sentiamo ripetere con regolarità, è la promessa delle promesse per chiunque voglia essere riconosciuto come guida di una collettività.

Lo ha detto anche Guido Zerbinati, qualche giorno fa, presentandosi come candidato a sindaco di Roncade, ed ha fatto bene.

Ciò che mi viene fatto notare da alcuni tra quelli che mi scrivono in redazione è che c'è una specie di nodo assurdo alla base di affermazioni simili da parte di chi già è leader di qualcosa. Il punto, cioè, è come da parte della cittadinanza si possa pretendere di dare risposte in tempo reale se neppure si riesce ad ascoltare le domande in tempo reale.

Tempo reale, tecnicamente, significa subito, senza ritardi fra l'azione e la reazione, fra la trasmissione e la ricezione del messaggio.
Strumento formidabile, nel senso che altri non ce ne sono se escludiamo con tutti i suoi limiti il telefono, è ormai da una quindicina d'anni la posta elettronica.
Quindici anni, non due. Cioè lo spazio di tre legislature.

Bene. Alcuni mi dicono di aver scritto al sindaco, ad un assessore oppure ad un altro, a un funzionario o a un consigliere, ponendo una questione fiduciosi di una risposta.
Risposte mai arrivate, e neppure è arrivato, a volte, il riscontro che la e.mail sia stata ricevuta ed aperta.

L'obiezione che gli indiziati faranno, a questo punto, è quella solita: non ho ancora avuto tempo di guardare la posta, ho troppe cose da fare.
Evidentemente c'è qualcosa di più prioritario dell'ascolto dei cittadini.

Personalmente ho un'altra convinzione.
Io credo che:

a) non ci sia mai stato da parte di molti amministratori pubblici lo sforzo di far diventare naturale come bere il caffè la mattina l'apertura della propria casella di posta elettronica.
b) non ci sia a monte la capacità di interloquire con la parola scritta. Voglio dire la capacità di leggere un messaggio, concepire un messaggio di risposta logicamente connesso e scriverlo correttamente e chiaramente in pochi secondi (o minuti) in una forma un po' meno selvatica di un sms.

Io sospetto, quindi, che ci siano due livelli di scarsa alfabetizzazione - l'uso dello strumento informatico e della lingua italiana scritta - che sommati assieme fanno un analfabetismo intero.
Cioè quell'handicap a causa del quale ci si taglia fuori da tutte quelle dimensioni del comunicare - prepotenti, se vogliamo, ma ineludibili - allo stesso modo con cui chi all'inizio del secolo scorso non sapeva leggere e scrivere si emarginava (ma qui per colpe spesso non proprie) dalla società.

Purtroppo alibi non ce ne sono più. Pc e collegamenti a internet costano un decimo rispetto a quindici anni fa e un Blackberry (il telefonino che ti fa leggere e scrivere le e.mail in qualsiasi posto ti trovi) costa meno di un cellulare medio. Anche se non fa fotografie bellissime e non tiene dentro così tante canzoni.

Gianni Favero



13 - Quelli che la privacy

31 ottobre 2008

Ho l'impressione che siano ancora molti coloro i quali sono convinti che la "privacy" nel giornalismo significhi qualcosa come il poter parlare di una certa persona o di un certo caso solo a fronte di un'autorizzazione dell'interessato o di parenti o di soggetti comunque coinvolti.

Ovviamente non è così. Per chi fa questo mestiere il dovere di informare una collettività è prevalente rispetto a ciò che potrebbe preferire la persona oggetto della notizia. Nessuno di noi che fosse fermato ubriaco dalla polizia stradale accetterebbe, per fare un esempio, di finire sui giornali. La nostra scelta non avrebbe però alcun peso rispetto al diritto della popolazione di essere messa correttamente a conoscenza dell'episodio con la maggior precisione possibile.

Tocco questo tema perchè è imbarazzante ciò che è accaduto in questi giorni rispetto alla (bella) notizia del documentario che Ermanno Olmi sta girando e che ha voluto integrare con immagini ed altro materiale raccolti nel bosco in cui ha vissuto Ernesto Girotto, l'"Uomo senza desideri".

Un progetto suggestivo e prestigioso che va ad accendere una luce su un caso probabilmente unico e che meriterebbe molte altre indagini per quanto densa appare la personalità di quel meraviglioso uomo-fantasma.
La luce, però, si è accesa evidentemente anche su questioni private interne alla famiglia allargata di Girotto sulle quali non intendo soffermarmi.
Sono piovute proteste e reazioni indignate perchè la stampa, secondo gli infastiditi parenti dell'eremita, prima di comunicare al mondo una storia in sè straordinaria di un uomo peraltro deceduto da anni, avrebbe dovuto chiedere il permesso. A chi non si capisce.

Commentare una simile posizione da marziani è del tutto inutile.
Giova casomai ricordare che leggere bene la legislazione sulla tutela dei dati personali sarebbe un utile esercizio, che esistono dei codici deontologici per chi fa il giornalista che precisano molto bene i punti in cui scatta il dovere di proteggere soggetti di cronaca chiamati "deboli", e che controlli e censure sulla stampa sono pratiche decadute con il fascismo.

Allargando un po' la rosa dei destinatari di queste righe, vorrei anche ricordare che le notizie - tutte le notizie - hanno un valore in sè e che questo valore è - sempre - del tutto sganciato da ragioni di opportunità e convenienza.

Gianni Favero


  
12 - La fata del castello

5 ottobre 2008

Probabilmente parlerò da solo perché Rubinato non replica mai ed è forse l’unico, tra i miei interlocutori in ambito politico, istituzionale ed associativo in senso ampio, con cui non riesco a coltivare scambi di parola scritta, neppure a livello privato.

Ho avuto modo di confrontarmi con più di qualche roncadese sul significato e la direzione della associazione che ha fondato, e che pare stia cercando di ripetere in territori vicini, e ripeto qui il mio punto di vista. In sostanza, pur ritenendola un gioco di prestigio sulle parole, riconosco che strartegicamente è forse l’unica via di fuga dalla grande bonaccia delle Antille in cui galleggiano i pensatori di questa giunta (e maggioranza consiliare), senza produrre nulla al di là della buona e disciplinata ordinaria amministrazione.
Leggendo il “manifesto” del progetto “Associazioni cittadini per” - così si chiama l’iniziativa estesa in ambito extracomunale - pubblicato dal blog di Rubinato, personalmente continuo a non spiegarmi, in primo luogo, come si teorizzi una specie di speranza di sparizione delle “parti”. Scrive, infatti, di un luogo in cui i partecipanti, con i loro contributi, “privilegino il merito delle questioni e mai lo schieramento”.

Un luogo che grazie a dio non potrà mai esistere.
Uno “schieramento” è una calamita naturale in cui dalla notte dei tempi convergono individui che trovino in esso una certa rappresentanza di interessi che riconoscono come propri. I quali interessi sono diversi, e a volte confliggenti, da interessi di propri concittadini, i quali si riuniranno in un secondo schieramento. E poi ce ne sarà un terzo ed un quarto e così via.
Facciamo un esempio banale? Il proprietario di un’industria che oggi affronta costi notevoli per smaltire i suoi rifiuti vedrà di buon occhio l’inceneritore progettato a Silea, a differenza del suo vicino di casa che magari fa l’insegnante e nel tempo libero coltiva pomodoro. Il primo sarà iscritto a Unindustria Treviso, il secondo frequenterà le riunioni dei comitati contro tale progetto.
Sono due schieramenti, naturali e sacrosanti, che si confrontano, combattono, generano tensioni e passioni. Ma che c’è di male nell’appartenere ad uno di questi due schieramenti? Io credo siano soggetti necessari anche alla luce di una semplificazione del dibattito democratico. Se ogni cittadino parla per proprio è finita perché diventa un casino.
Se queste diverse posizioni, poi, sono anche assunte da schieramenti di tipo politico, comunque non vedo quale sia l’agente diabolico (magari la politica fosse meno paraculescamente assente su questo tema...!)

Ancora, Rubinato invita a “mobilitazioni di energie e competenze” per iniziative che abbiano per base “valori incentrati sulla dignità e libertà delle persone, sulla democrazia e sulla giustizia”.
Perchè, per caso c’è ancora qualcuno che non abbia questo genere di valori nel proprio carnet di principi fondamentali?

Ma enunciati così sono troppo generali e non servono a nulla.
Tanto per dire una cosa a caso sulla libertà: libertà delle persone significa libertà d’iniziativa imprenditoriale privata senza limiti o anche la libertà dei consumatori di poter scegliere tra più erogatori di servizi concorrenti (pensiamo alle banche) grazie all’intervento di limitazione del potere dei primi da parte di un’autorità di controllo contro le concentrazioni? Sempre di libertà stiamo parlando. Ma su questo genere di considerazioni la divisione tra parti-partiti (banalmente destra e sinistra) è ovviamente profonda.

Parliamo, sempre per dire qualcosa a caso, di giustizia?
C’è chi pensa che chi fa saltare una cassa continua di un supermercato con l’acetilene debba essere punito più severamente di chi fonda società panamensi per sottrarsi al fisco italiano. E chi no.
Si creano così gruppi diversi che però sognano entrambi un mondo più giusto fatto a loro immagine. Vogliamo forse mescolarli e confonderli sotto un pensiero unico?  

Il castello fatato dell’annullamento degli opposti non esiste.
Anche esistesse io non ci vorrei abitare.

Gianni Favero


  
11 - Mi rivolgo a voi, uomini della Lega

3 settembre 2008

Mi rivolgo agli amici della Lega di Roncade, o anche non della Lega, che si ritrovano nella posizione qui espressa da Massimo Stocco due giorni fa.
L'auspicio che un tentativo di connettere il centrosinistra con la Lega per vincere le prossime elezioni amministrative non riesca è da parte mia assolutamente condiviso e credo che i miei venti lettori non trovino in questa mia opinione nulla di sorprendente.
In natura le differenze esistono e se le differenze rimangono tali per millenni - se un elefante sarà sempre diverso da un cane Chihuahua - ogni possibilità di accoppiamento fra i generi è esclusa.
Rispettiamo l'elefante e rispettiamo il Chihuahua.
Se in politica Lega e Dc, Pci, Psi, Pds, Rifondazione, Ppi, Verdi, Pd e via di seguito per quasi 30 anni sono semre rimasti distanti vuol dire che la differenza ha solide basi a livello di Dna. Non ci sono santi.

Ma.

Ma gli ingegneri genetici delle vittorie elettorali torneranno sul tema con un discorso da bimbi che regolarmente qualcuno è sempre disposto a prendere per buono. Che è il seguente, all'incirca: "Troviamo obiettivi condivisi e superiamo ciò che ci differenzia in nome del bene comune".

Ma ci siamo mai chiesti cos'è il "bene comune"? Fosse una cosa là, bella, definita, perfettamente scontornata come una montagna sapremmo tutti da che parte andare.
Il "bene comune" è invece quanto di più impalpabile esista. Varia, naturalmente, a seconda di chi lo concepisce, cambia con il tempo e con le circostanze, a parità di operazioni da compiere possono mutare le priorità. Quindi "bene comune", alla fine, vuol dire ben poco.

Sì - qualcuno potrebbe obiettare - ma ci si può mettere d'accordo prima. Fare il classico "programma" da compiere in collaborazione "con senso di responsabilità".
Proviamo a immaginare: si fa una scuola, una strada, una piazza, un impianto fotovoltaico e fin qui va tutto bene.
Poi - e la probabilità è alta, visto l'andamento demografico... - metti che ti arrivano venti operai di fede islamica che chiedono uno stanzone per pregare il venerdì. Sta succedendo in tanti posti e non è affatto un'eventualità che possa definirsi "un dettaglio". Socialmente e culturalmente non è per niente uno scherzo.
Vi pare che ci si possa intendere, fra Lega e centrosinistra, su questo?

No. E' perfettamente naturale e pure giusto.
Eccolo qui: il mondo visto da un elefante e il mondo visto da un cane Chihuahua.
Che fine farebbe la maggioranza?

Il fatto è che cercheranno lo stesso di convincervi (ci) che si può fare.
Secchi di vasellina per farvi (ci) andar giù un candidato sindaco montato su con l'aritmetica dei voti, con una squadra che non dispiaccia agli uni e faccia un po' di simpatia anche agli altri, con un nome che non contenga i termini "Pd" e neanche qualcosa che richiami la Lega.

Attenti. Lega e Pdl insieme in questa città possono vincere (e durare) senza troppi affanni. Lega e Pd vuol dire ritornare alla giunta mostruosa di Ivano Sartor del 1995, se non ricordo male. Avete presente com'è finita?

Però un'ultima cosa, amici e semplici conoscenti della Lega. Credetemi, apprezzo sinceramente il richiamo alla coerenza.
Tenete però presente che se nel 2004 avete perso è perchè uno dei vostri massimi ed elettoralmente pesanti esponenti ha preferito la "coerenza" del proprio (legittimo) business privato al fuoco della passione politica. E ci siamo capiti.

Perciò, se dobbiamo parlare di questo, non è che proprio siete tutti uomini che gettano il cuore oltre l'ostacolo anche voi. La memoria questo paese ce l'ha, cercate di non sdrucciolare un'altra volta....


Gianni Favero


 
10 - Mi no te go dito gnente....

4 agosto 2008

"Me racomando, mi no te go dito gnente".
E' il post scriptum dopo una breve chiacchierata ed il saluto finale che di questi tempi mi viene rivolto più spesso se mi fermo in qualche bar o a guardare il panorama da sotto i portici.

Strano, è gente che mi conosce da anni, con la quale spesso ho scambiato qualche utile opinione e che di solito mi legge su queste pagine e anche mi scrive in privato.
Perchè, adesso, il "mi no te go dito gnente" con lesta occhiata dietro le spalle? Sono per caso finito indagato senza saperlo, oppure c'è il mio nome in una loggia segreta?
Boh

La quadra del ragionamento però dopo un po' viene alla luce. La geografia del piccolo mondo nervoso che sta cercando di non sbagliare le mosse per lanciare il candidato giusto è piuttosto instabile. A centrosinistra - ma diciamo così per pura convenzione - sappiamo ad esempio che ci sono assessori che facilmente non rivedremo più e lo sanno pure loro. Normale avere le corde tese, anche perchè tenere otto mesi così è estenuante.
Ma non basta.

"Mi no te go dito gnente", pensa che ti ripensa, alla fine ha solo un significato. Vuol dire: "E' molto meglio per tutti che il segretario non sappia che io e te ci siamo detti qualcosa".

Il segretario lavora per preparare un medico anti-Zerbinati in caso Rubinato non potesse più candidarsi?
- "Sssshhh..."
- "Come ssshhh? Lo sanno anche i paracarri, manca solo che scrivano 'Piero for president' sotto i tombotti..."
- "Sì, ma mi no te go dito gnente".
E avanti così.

Porco cane, ma cos'avrà mai questo segretario.
E' vero, si dichiara consulente politico del sindaco e non c'è più nessuno, ormai, che osi contestargli anche questa funzione. Orecchie basse e silenzio.
E' vero, lo chiamo Gringo. Ma mica vuol dire che viaggia con la Colt nei pantaloni.

-"Sssshhh, mi no te... "....

- "Sì, ho capito. No te me ga dito gnente. Ciao"

Chi non mi dice "mi no te go dito gnente", ma forse è solo perchè non lo sanno pronunciare, sono i colleghi del Mattino di Napoli.
Cerca e ricerca, si sono chiesti, dove sarà finito il vecchio sindaco prima Dc e poi forzista di Serrara Fontana?
Gooogle!
Zac!
Eureka: a Roncade!

E giù a ripescare cose in archivio. Vai con le copie delle lettere che l'impareggiabile Iac mandava al Premier Cavaliere. Perchè, ad esempio (18 maggio 1994) "Provveda ad approvare un nuovo condono edilizio con un piano paesistico per l'isola d'Ischia rivedendo anche la legge 431/85 meglio nota come legge Galasso". E bacchettate alla sovrintendenza che "assumeva un atteggiamento di rigido immobilismo per quanto concerne lo sviluppo urbanistico senza il quale non c'è quello economico e sociale".

Che bei tempi, quanta nostalgia.

Gianni Favero



9 - Maestri del Pd, ma perchè ce l'avete con gli slogan?

30 giugno 2008

Prendo spunto dal ripetersi di osservazioni da parte, per lo più, di esponenti del centrosinistra (Damelico, Giacometti, e altri) che riguardano la tendenza di partiti avversari (in primis la Lega) a parlare attraverso "slogan" giudicati non di rado poveri o privi di contenuto.

Personalmente non sono affatto convinto che lo slogan sia una forma espressiva deteriore. Anzi.
In chi formula uno slogan - che altro non è se non la sintesi estrema di un pensiero - leggo una forma di rispetto per gli ascoltatori e per il tempo a loro disposizione.
Lo slogan è uno sforzo per concentrare in pochissimi termini ciò che altri, meno capaci di guadagnarsi l'attenzione, sviluppano spesso in modo contorto e noioso, ritenendo un proprio diritto naturale il fatto che gli ascoltatori siano in grado - o abbiano davvero voglia - di riservare loro tanta concentrazione.

Spesso questa gente la si ascolta per pura cortesia. Più spesso ancora la si finge di ascoltare perchè dopo i primi due minuti - o quaranta righe, se si tratta di uno scritto - di intervento il nostro pensiero è fatalmente volato altrove.
Chi non sa dire una cosa compiuta in cinque minuti vuol dire, secondo me, che non ha un ordine mentale affidabile. Non ha il senso della gerarchia, quello che ti fa dire subito il punto davvero importante.
Chi si impantana nelle premesse perde l'occasione di trasmettere quell'idea che c'è - forse - nelle parole del prossimo quarto d'ora.

Chi ha invece imparato a meraviglia l'arte dello slogan sono i comunicatori leghisti. Nessuno lo può negare.
Che dietro ci sia davvero un impianto concettuale serio è al limite irrilevante.
Lo slogan è un'operazione furba e in campagna elettorale la furbizia equivale all'intelligenza.

Sull'altro fronte si spacca il capello in quattro, si analizza, si distingue, fioccano incisi e subordinate.
Così, tutto quello che si ricorda di Veltroni alla fine è il suo sciagurato "ma anche".
I discorsi del centrosinistra hanno la pretesa di profondità ma il risultato macroscopico è che sono elitari, esclusivi, intercettabili per forza di cose da una minoranza.
Saranno pure densi di idee importanti ma sono l'istigazione al suicidio della comunicazione.

Una nota di merito, per questo, oggi va ad Antonio Di Pietro.
Quale espressione migliore di "magnaccia" poteva trovare per qualificare l'occupazione del premier, emersa dalle ultime intercettazioni, consistente nel "proteggere" squinzie catodiche dalla coscia lestamente divaricabile?
Quale altro meraviglioso frutto del lessico popolare poteva tirar fuori per fulminare con una sola parola quel pus di immoralità che squalifica a cascata - purtroppo - anche le alleate componenti nobili della destra liberale italiana?

Ecco, quello di Tonino Di Pietro è uno slogan di prima grandezza.

Che poi la dimensione morale sia considerata dalla maggior parte degli italiani solo un dettaglio nel soppesare un leader è cosa nota e che qui ci porta fuori tema.

Gianni Favero


  
8 - Piazza Longa meglio in freezer

29 maggio 2008

Il comitato elettorale che in questi giorni sta scaldando i motori per rilanciare la candidatura del sindaco uscente alle amministrative del 2009 a mio modesto parere dovrebbe chiedersi se non sia meglio per il centrosinistra congelare il tema della "Piazza Longa" e metterlo sotto silenzio per almeno un anno.

Perchè?

Se gli elementi a mia disposizione sono sufficienti a consentire un'analisi minimamente sensata credo di poter sostenere che sulla ristrutturazione di via Roma si giocherà la questione più pesante nella imminente discussione elettorale.
Il centrodestra lo ha capito bene e, se non fa la bambinata di mandare ciascuno per proprio conto la Lega e il Pdl - al netto di eventuali liste civiche -   mantenendo viva la tensione sulla Piazza Longa avrà la vittoria a portata di mano.

Proviamo a spiegarci meglio.
Il peccato originale di quel progetto esiste, inutile negarlo, anche se è di natura formale.
E' corretto ritenere che presentare a sorpresa un disegno bell'e fatto, una sera, ad una ventina di presidenti di associazioni scelte in modo discrezionale non equivale affatto ad un vero confronto con la popolazione.
Se tu porti un abete e gli interlocutori hanno in mano solo una scatola di palline colorate, magari avranno la libertà di scegliere le tinte ma sempre un albero di Natale viene fuori. Il problema a monte è che nessuno ha chiesto al paese se è davvero di un albero di Natale ciò di cui abbiamo bisogno.

La mancanza di osservazioni delle opposizioni, sotto questa luce, era l'unica cosa logica che le stesse potessero fare e, attenzione (del resto lo si è visto) è un atteggiamento che non va in alcun modo interpretato come un via libera.
La riproposizione di un progetto radicalmente diverso - anche se più embrionale - ne è la naturale evoluzione. Che poi ci siano aspetti di strumentalizzazione politica non mi sento di escluderlo ma fa parte del gioco. Non scandalizziamoci per questo.

Il focus tuttavia è un altro.
E' chiaro che la Piazza Longa non potrà essere realizzata in un anno.
Anche fosse miracolosamente pronta in, poniamo, 8 o 10 mesi, le eventuali ricadute in positivo sul centro storico non avranno il tempo sufficiente di compensare le consolidate previsioni in negativo, già da oggi molto muscolose.
Poi, va ammesso, si tratta comunque di un progetto nè carne nè pesce.
Veltroniano puro: le macchine "ma anche" i pedoni.
Decidere che le auto potranno circolare in un solo senso significa non accontentare coloro che sognano la pedonalizzazione del centro storico (che non sono pochi) e contemporaneamente terrorizzare coloro che temono dalla limitazione del traffico un collasso delle vendite (che non sono probabilmente altrettanto numerosi ma di certo più rumorosi e politicamente funzionali al centrodestra).

Dunque, strateghi del comitato pro Rubinato, perchè andarvi a giocare la rielezione della donna coltivando da kamikaze un'idea di cui non riuscirete mai a dimostrare la validità prima del voto e che sarà comodamente ed efficacemente brandita come una clava acuminata dai vostri avversari?

A me pare poco furbo.

Gianni Favero


 

7 - Il mercatino e l'abbiocco dei manager

22 maggio 2008

Se il mercatino della seconda domenica del mese è diventato fiacco, come ha fatto notare più di qualcuno, i motivi possono essere diversi e certamente discutibili.
Quello che certamente non si deve pensare, in ogni caso, è che si tratti di una fase di "stanca" passeggera che prima o poi si risolverà in modo naturale, come un raffreddore a febbraio

Il mio parere è che si sia sottovalutato, all'inizio, l'effetto che avrebbe potuto avere - e infatti l'ha avuto - un decreto della Giunta Regionale del Veneto (per la precisione il n. 2959 del 9 novembre 2001) che regolamenta una precedente legge votata dall'assemblea (la n.10 del 6 aprile 2001) in materia di commercio sulle aree pubbliche.
Roncade.it se ne occupò all'epoca e cliccando qui si possono rileggere il perchè di quella norma ed i dettagli.

Essa, in sintesi, istituita per far chiarezza sulla qualità dei mercatini, volle distinguere gli espositori tra i "professionisti" e gli "hobbysti", ponendo per questi ultimi limiti di partecipazione nelle manifestazioni venete (non più di sei volte l'anno) e limite di valore per gli oggetti esposti (250 euro). L'intenzione era di non confondere coloro che attraverso i mercatini lavorano e si presentano come soggetti affidabili e competenti da quelli che, invece, occasionalmente pongono in vendita oggetti magari curiosi e divertenti ma di dubbio valore.

Quello di Roncade si è sempre qualificato come "Mercatino dei trovarobe", assestando la sua natura prevalente sul secondo segmento.
Certamente è stata una scelta popolare e per certi versi anche valida per incominciare. Ma si è rivelata anche una soluzione che, non riuscendo ad assicurare una presenza numericamente rilevante di espositori con il patentino ed affidabili nella loro frequenza, probabilmente non ha mai raggiunto quella struttura sufficiente a far diventare la piazza attrattiva tanto per venditori che per i visitatori.

Se questa interpretazione è valida, è abbastanza semplice anche immaginare una via d'uscita. Semplice da immaginare, voglio dire. Che sia facile da tradurre in pratica è invece un altro paio di maniche.
Mi spiego.

Anche un mercatino è una realtà soggetta alla concorrenza (di altri mercatini e di altre piazze) e come tale deve indossare un minimo di logica imprenditoriale.
E' un'azienda: per chiamare a Roncade espositori e turisti si deve cioè avere un prodotto migliore degli altri.
Ma cos'è, in questo caso, il "prodotto"?
Non si può, per ora, che essere astratti.
Il "prodotto" è un pacchetto di buoni motivi di attrattività che prescindono dal mercatino stesso.
E' - almeno finchè non si fa un salto di qualità che solo in seguito alimenterà se stesso - il "motorino di avviamento" che la città deve essere in grado di offrire alla macchina ferma nella corsia di emergenza.

Non voglio e non sono in grado di indicare possibilità definite.
Sono tuttavia certo che tanto la pubblica amministrazione che il mondo dei commecianti - cioè i soggetti che, a vario titolo, hanno ideato e lanciato il mercatino alcuni anni fa - dovranno compiere degli investimenti e scommettere.

Tradotto: ci vogliono soldi e idee per inventare eventi di supporto e comunicarli senza andare a risparmio.
Non è più tempo di stare alla finestra e vedere cosa succede.
Cosa volete che succeda?
Succede quello che, appunto, succede ad un'azienda con i manager sonnolenti: se non riesce a difendersi arrivano i cinesi a vendere le loro trappole.

Gianni Favero


 

6 - Il castello delle anime cariate

14 maggio 2008

Chiedo scusa se vi disturbo solo a pochi giorni dal mio precedente intervento, ma c'è un'urgenza di chiarezza che mi sta particolarmente a cuore.

In queste ultime settimane, assieme ad un gruppo spontaneo di lettori e collaboratori di questo sito, stiamo cercando di vedere se ci siano le condizioni per compiere un'operazione di estrema linearità.
Quella, cioè, di trasportare, di tanto in tanto, in un luogo "fisico" lo scambio di opinioni che normalmente avvengono sul web. Una sorta di "Roncade.it Outdoor", insomma. Soprattutto per dar modo a chi non abbia ancora dimestichezza con internet di partecipare ad una libera circolazione di idee che è divenuta nel tempo sempre più interessante ed effervescente.

Se ci riusciremo non lo so, ci sono delle questioni logistiche e organizzative da superare. Ci sono anche dei costi da coprire.
Non so neppure di cosa andremo a parlare, ma gli argomenti, che saranno scelti tra quelli suggeriti dagli stessi lettori di Roncade.it, certamente non mancheranno.

Lo scopo, e qui parlo per me, non è altro che quello di fare ciò che un giornalista dovrebbe fare: mettere a confronto pensatori diversi e - possibilmente ma non obbligatoriamente - fare una sintesi.
Oppure, sotto un altro profilo, far tornare a casa la gente che viene ad ascoltare con qualche informazione in più o qualche riflessione nuova.
Sono quelle piccole cose che alimentano i muscoli critici della nostra testa e che, alla fine, sono parte integrante di una convivenza democratica.

Punto.
Mi ripeto: punto.

E' una cosa complicata da capire?

Probabilmente si, se da qualche parte e in qualche posto si è invece convinti, o si teme, che noi si stia fondando una macchina politica per le prossime elezioni amministrative.

Parlo ancora per me e vorrei farvi vedere il labiale per essere ancora più chiaro.
L'ho già detto quattro anni fa: io in qualche modo so fare il giornalista e sono straconvinto che chi fa questo mestiere non dovrebbe mai mettersi in politica.
Alcuni stimati colleghi e amici lo hanno fatto, evidentemente ci sono legittimi punti di vista diversi.
Ma non è il mio caso (a meno che per qualche ragione io non intenda cambiare lavoro. Adesso certamente no).

Tutto bene fin qui? Mi sono spiegato? Sennò telefonatemi pure, il mio numero di cellulare è nella home page.

Ora mi chiedo: è mai possibile che l'attività politica-amministrativa incrosti l'intelligenza delle persone fino a far loro escludere l'esistenza nel mondo di concetti semplici?
Quale malattia li aggredisce per farli sospettare di continuo che dietro ogni idea ci debba essere per forza un articolato quanto subdolo complotto che ha finalità ben diverse da quelle dichiarate e sicuramente ostili?

Io credo che questo modo di ragionare non sia che lo specchio della loro anima cariata. Fidarsi di questo genere di amministratori diventa oggettivamente difficile.

Farebbe anche ridere, non fosse che è di cattivo gusto ridere delle patologie altrui.

Gianni Favero


 

5 - L'investitura di Zerbinati è un capolavoro

7 maggio 2008

Non so se sia stato un intervento casuale o consapevole, ma nella seconda ipotesi tanto di cappello.
Parlo delle dichiarazioni di ieri l'altro del sindaco, a proposito della presunta letargia del Polo. Non mi riferisco al contenuto in sè perchè è una questione politica che non mi riguarda. Sottolineo invece la scelta di decidere che il prossimo candidato a sindaco del centrodestra sarà Guido Zerbinati.
Sempre che di candidati del centrodestra ce ne sia uno solo.

L'uscita di Rubinato è furbissima.
Bisogna infatti tenere conto che (anche) a Roncade la Lega nelle ultime elezioni politiche ha preso più voti del Pdl.

Dunque:

a) consacrare Zerbinati a candidato sindaco, se Lega e Pdl andranno insieme, non farà per caso irritare il Carroccio al punto che qualcuno potrebbe venir fuori e dire: no, il sindaco dev'essere padano? In questo caso la maretta a centrodestra è probabile.

b) se Zerbinati dice: "il sindaco lo voglio fare io" e la Lega risponde "ne mettiamo uno pure noi" (ricordate le settimane del pre-Rachello del 2004?) non si ottiene una condizione fantastica per far vincere ancora il centrosinistra (che immaginiamo, ma forse a torto, unito e coeso)?  
E' vero che nel 2004 Forza Italia fece un passo indietro per favorire un candidato leghista e che un gentlemen agreement vorrebbe ora il ricambio della cortesia. E' altrettanto vero, però, che storicamente il Carroccio gli accordi li fa in mille pezzi se al momento buono non gli piacciono più.

Rimane tuttavia un ultimo punto, che è baroccamente nebuloso (il pedigree democristiano è una meraviglia senza fine).
Si legge che il sindaco accetta volentieri il confronto con il futuro candidato sindaco dell'altra parte. E' implicitamente un'autocandidatura di Rubinato? Sennò, dato che siamo già in campagna elettorale (lo dice lei) per conto di chi la stessa si offre di confrontarsi con Zerbinati?

Mi piacerebbe saperlo.

Comunque il consiglio è di conservare gelosamente quello scritto. La sua architettura verbale è una perla che giova rimirare, di tanto in tanto, nelle giornate in cui la nostra vita ci pare priva di senso.

Gianni Favero


 

4 - Ma l'ha proprio prescritto il dottore?

6 aprile 2008

Mi pare non sia da trascurare il piccolo dibattito nato in seguito all'osservazione dell'anonimo che si firma "Sincero cittadino".

Sulla scelta di pubblicare gli interventi non firmati abbiamo già parlato nella stessa pagina. Qui vorrei soffermarmi nel cuore della questione posta dal lettore.
Il quale solleva un problema che è sostanzialmente di bon ton.
Se mancano tre giorni alle elezioni politiche nelle quali il sindaco concorre da candidato alla Camera dei deputati, è il caso che il 10 aprile la stessa Rubinato sia presente in prima persona ad un incontro con le scolaresche in cui si parla dell'anniversario della Carta Costituzionale?

L'assessore Dina Brondolin spiega la scelta dicendo che quella data è stata proposta dalle insegnanti "per esigenze didattiche" dopo due rinvii.
Posso tranquillamente non dubitarne, non è questo il punto.
Ma c'è una questione di rispetto verso la (giusta) sensibilità dell'elettorato per questo tipo di eventi a ridosso delle urne. Un rispetto che non è venuto in mente nè alle insegnanti (forse non informate che il 13 e il 14 aprile si vota? E andiamo a organizzare incontri sulla Costituzione?) nè a chi ha accettato l'appuntamento (il candidato deputato).

Sentirsi in perfetta buona fede non basta a convincere gli altri che lo sei.
Evitare di tener conto della vincinanza di queste due date ha il sapore di supponenza.

Due domande:
1) Le esigenze didattiche non potevano consentire uno slittamento di una settimana?
2) Se bisognava per forza fare l'incontro il 10 aprile, il sindaco non ha nella sua squadra un assessore all'altezza di parlare di Costituzione e da mandare in sua vece?

Banalmente, queste cose rientrano nel saggio ambito delle opportunità.
Il lettore anonimo si scusa, è dispiaciuto per il disagio che ha provocato. Ma insiste, con ferma cortesia, nel sostenere che il 10 aprile è una data sbagliata, che genera distorsioni, che offusca i pensieri e i rapporti. Un insensato spreco di una buona cosa.
Il popolo non è popolo bue. Alle delicatezze ci tiene.

Gianni Favero


 

 

3 - Non sento ma parlo

26 marzo 2008

Mai come in questi ultimi 12 mesi l'amministrazione comunale di Roncade ha comunicato attraverso i media.

Le cifre sono da record, seconde soltanto a quelle di pochissimi altri municipi (Treviso, Conegliano, Castelfranco) e certamente nella prima posizione per quanto riguarda i centri con meno di 15 mila abitanti.
I comunicati stampa diffusi sono stati 90 (uno ogni quattro giorni di media), senza contare agenzie e servizi televisivi gli articoli di giornale che hanno parlato della vita amministrativa di Roncade sono stati 180 (uno ogni due giorni di media).
L'esposizione della giunta Rubinato tra marzo 2007 e marzo 2008, insomma, è stata straordinariamente intensa.

Bastano i numeri a concludere che si è trattata di buona comunicazione?
Dipende.
Se l'intento era quello di mettere in vetrina tutto ciò che si stava facendo o che si è fatto probabilmente meglio non si poteva fare.
Se l'ambizione era quella di intensificare il dialogo con gli abitanti su temi di interesse collettivo ci si è evidentemente dimenticati di togliere di mezzo la vetrina. Un bel vetro blindato, in realtà, impenetrabile ai suoni esterni.

Sindaco e giunta hanno parlato tanto ma non hanno messo in campo gli strumenti per ascoltare. Magari lettere ed e.mail private hanno anche avuto risposta, magari gli appuntamenti a porte chiuse saranno pure stati esaurienti per i singoli cittadini interessati.
Ma l'agorà, la piazza di confronto collettivo su temi proposti dalla popolazione - non indirizzati da consulenti in base ad un disegno preliminare - non c'è stata e ad oggi non esiste.

Non c'è una bacheca reale o virtuale, non c'è un blog, non c'è un qualsiasi ambito in cui abitanti ed amministratori possano incontrarsi e confrontarsi in modo naturale senza filtri, microfoni e scenografie. Gli stessi partiti di opposizione hanno come unico spazio di pubblico contraddittorio con l'amministrazione quello dei consigli comunali - a tema fisso, ovviamente - e come unico strumento quello delle interrogazioni.

Andava bene ed era il massimo ottenibile dieci anni fa. Oggi abbiamo sete di velocità e trasparenze diverse. Anzi, sono irrinunciabili. Oggi, purtroppo o per fortuna, c'è la Rete. Problema o risorsa in più lo decida ciascuno per proprio conto. Sta di fatto che, ad esempio - giusto per traslare un momento il campo e indicare un segnale che è sotto gli occhi di tutti - da anni non c'è più un solo messaggio pubblicitario senza un indirizzo internet.

Tra il '500 e il '600 gli europei iniziarono a mangiare patate e pomodoro, a bere caffè e cioccolata calda. Nessuno potè più far finta che l'America fosse una fiaba.

Gianni Favero


 

2 - Guardiamoci negli occhi, sindaco

17 febbraio 2008

Siamo seri, non è il caso di stracciarsi le vesti.

E' perfettamente comprensibile se Simonetta Rubinato mette il turbo per cercare in primo luogo di rientrare in Parlamento - operazione sicura al 99% - ed in seconda battuta per investire la maggior parte delle proprie energie in un percorso politico romano piuttosto che nell'amministrazione di un Comune.

Sarebbe casomai innaturale il contrario. Così è umano e comprensibile, probabilmente chiunque al suo posto farebbe altrettanto e non mi sento affatto di dire che è sbagliato. L'ambizione non è una brutta cosa, è la benzina necessaria che spinge molte delle nostre attività.

Nè intendo sostenere che mi sento trascurato come cittadino a causa dei suoi impegni superiori nè, in qualche modo, mi ritengo "tradito" da una fiducia accordata con il mio voto e ripagata solo a metà. La successione degli eventi politci in Italia è stata questa, non è colpa di Rubinato e non c'è da stupirsi se alla fine pure lei si ritrova incrostata da quelle logiche di reti, relazioni, ambiguità, giochi di correnti e operazioni di opportunità che il sistema che ha scelto di frequentare porta con sè.

Chi va al mulino s'infarina. Del resto questo "modus paraculandi" è ben noto a chiunque viva quotidianamente in ambienti in cui le relazioni tra persone sono complesse. In una scuola, in una banca, in un'azienda. In una redazione.

Perciò, per decenza,  non facciamo le anime belle.

Detto questo però occorre una simmetria nella trasparenza.

Guardiamoci negli occhi, Rubinato.

Se è vero che il percorso parlamentare diventa incompatibile - o sconsigliabile - per chi voglia fare il sindaco (vedi il caso Variati, in questi giorni, per Vicenza), diccelo ora. Abbiamo la fortuna di avere un anno abbondante davanti al rinnovo di questa amministrazione, possiamo ragionare e confrontarci con calma. C'è il tempo di cercare dei candidati a sindaco senza aspettare, come sempre, che le conventicole dei partiti sfornino i loro esemplari due o tre mesi prima del voto.

Dicci subito che non ci stai più e lascia che le danze inizino, rinunciando a coltivare i tuoi protettorati - come è abbastanza evidente tu stia già facendo - e ad ipotecare l'amministrazione di domani lusingando un parco uomini la cui età media è difficilmente proponibile.
Se poi riesci a ridurre in ambiti più propri e discreti il lavorìo del Gringo delle Due Sicilie che ti tieni nella porta accanto tante cose sarebbero pure più facili.

Gianni Favero


 

1 - Veltroni 1 e 2, Bindi, Letta e Peter Pan

12 gennaio 2008

Da bambino gareggiavo spesso con i miei compagni, sulla spiaggia o in giardino, a chi faceva la pipì più lontano o più a lungo.

Si dice che l'uomo sia l'unico essere vivente che continua a giocare ed a coltivare un minimo di competizione fino a quando muore. Anche se da un certo punto in poi una gara così non sta più bene farla.
Allora l'uomo si gioca i legamenti del ginocchio su un campo di calcetto, si imbestialisce sinceramente ai videogiochi se il figlio lo batte, conduce infinite sfide al biliardo o, nelle sagre di paese, a tirar pugni al punch ball. Se è ricco può comperarsi una squadra di calcio, basket o di bocce e trepidare per interi campionati.

Se la sindrome di Peter Pan è particolarmente acuta e si abita nella Marca si può anche giocare a fare il Partito Democratico.
E' una piattaforma con molte variabili. La più nuova si chiama tiro al Quarello, ma ha regole complicatissime e francamente non appassiona gli spettatori.

Come funziona? Per sommi capi.
In novembre i delegati hanno eletto un segretario che viene dai Ds ma che aveva appoggiato Rosi Bindi alle primarie.
Però in Veneto alle primarie aveva vinto uno che invece ha come riferimento Veltroni, e questo di per sè ha fatto passare un Natale acido ai luogotenenti trevigiani del sindaco di Roma che, per i casi della vita, vengono dalla Margherita.
I quali a loro volta sono dotati di una fronda-matrioska interna che si chiama, con molta fantasia, "Veltroni 2". Senza contare, poi, che c'è dentro il Pd un'altra squadriglia che si rifà a Enrico Letta.

Già è un casino, vero?

Ora, fra meno di un mese i delegati, per l'occasione raddoppiati, devono rieleggere un segretario e i "Veltroni 1" vogliono impallinare l'imbarazzante Quarello Bindi-man.
Cosa ti inventano i Machiavelli al radicchio?
Geniale: generano due altri candidati che accettano di fare la parte di vuoti a perdere pur di succhiare qualche voto all'attuale segretario. Avete presente i serbatoi dello Shuttle che a un certo punto si sganciano e ricadono esausti nell'Oceano? Stessa cosa.

Ciò che è incredibile è che in questo gioco, non meno virtuale di una partita a Risiko, ci sono fior di sindaci e amministratori - quindi gente che forse avrebbe pure da fare cose un po' più utili - che perdono serate su serate a telefonarsi e riunirsi con fare complottardo.
Tutti prendendosi estremamente sul serio come ci fosse da dichiarare guerra a chissà quale invasore alieno. Tutti dentro lo stesso partito che, ci si raccontava, era nato per semplificare la politica italiana.

Delle due l'una: o nel Pd la differenza di pensiero tra le correnti è molto marcata - e allora ecco che la riunificazione di Ds e Margherita è stata subito neutralizzata da spaccature secondo altre linee di faglia - o si tratta di divergenze secondarie che non giustificano guerre da coltelli come questa.
Se la necessità è quella di sfidarsi giusto per il gusto di farlo - o per questioni personali e per noi del tutto indifferenti - allora tanto vale ingaggiare una gara a chi fa la pipì più in là.
Si perde meno tempo, la capisce anche chi guarda, e tutti tornano prima ad occuparsi di noi gente comune che dei nostri amministratori baruffanti probabilmente non sappiamo cosa pensare.

Bimbi, vogliamo crescere?

Gianni Favero