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Il blog riprende nel 2007 e non c'è che l'imbarazzo della scelta.
Ahinoi...
  

Incredi-blog

17 - Costituzione ai 18enni, non può mica finire qui

22 dicembre 2007

La Costituzione è un testo che contiene meno parole di un libretto di istruzioni per far funzionare un telefonino.
Una buona cosa regalarla ai ragazzi, forse qualche dicottenne così la leggerà (e magari qualche genitore, sulla cui conoscenza dei contenuti della nostra Carta fondante nutro più di qualche dubbio).

Il punto è che il manuale del telefonino lo capiscono tutti e la Costituzione va spiegata e studiata a lungo.
C'è una differenza simile a quella, ad esempio, tra un libro di Harry Potter e "L'infinito" di Giacomo Leopardi. Mettere la Costituzione in mano ai neoelettori e fare un discorsetto fra i fotografi è solo il primo metro, ma ci sono da fare chilometri.

C'è da riprendere in mano un itinerario che comincia almeno dal Risorgimento, c'è da buttar via tutte quelle invenzioni sui miti padani molto efficacemente fatti propagare dai leghisti, ci sono da costruire ragionamenti sulla Grande Guerra che non si limitino a Caporetto, al Piave e a Vittorio Veneto. C'è da affrontare senza pudori il percorso fascista, sopravvivente in moltio fascismi di oggi, nella cultura della prevaricazione sulle minoranze e nell'accettazione senza stupori dell'italico festival dei privilegi.

Vogliamo ad esempio provare a chiederci, giusto per citare il caso più recente, cosa ci sia che lega la Costituzione a quella meravigliosa telefonata tra Saccà e Berlusconi?

Bene, sindaco.
Non hai proprio le idee chiare su fascisti e antifascisti a Roncade ma questa volta l'hai centrata. Il dato non contestabile è che devi andare avanti. Il "libretto di istruzioni", per quanto impregnato di valore simbolico, questa volta non basta.

Chiama costituzionalisti, intellettuali, storici e quant'altro a Roncade, metti in piedi serate e incontri, fai sgranchire le gambe a qualcuno dei tuoi colleghi parlamentari.
Fai venire 18 enni, 19enni, 20enni, 30enni, genitori, insegnanti e classe dirigente di questo paese.
Se c'è una sola cosa in cui io abbia veramente voglia di collaborare con questa amministrazione senza sangue è finalmente questa.

Sennò resta tutta fuffa.

Gianni Favero


16 - Se ritorna il Ventennio

9 dicembre 2007

Premessa che non ammette discussioni: comunque si cerchino attenuanti le dichiarazioni di Mariangelo Foggiato, segretario del Pne, su fantomatici elementi positivi del nazismo sono inaccettabili.

Considerazione numero due: l'allontanamento dello stesso in diretta dagli studi di Antenna Tre, venerdì sera, da parte del proprietario della tv, è stato un gesto altrettanto grave e degno di un regime. Con la differenza, rispetto al primo, che non sono state "solo" parole.

Quello di cui occorre sempre tener conto è che in Italia, come nei paesi democratici moderni, un editore non ha alcun potere sui contenuti che attraverso il suo mezzo vengono diffusi. Le leggi sulla stampa parlano chiaramente della responsabilità di un direttore responsabile, che deve essere giornalista.
Thomas Panto non è un giornalista, non è il direttore responsabile della sua tv. Ha commesso un abuso pesante, mi auguro sia solo ingenuo, mi auguro che qualcuno glielo spieghi.

Ripeto: Foggiato ha detto cose inqualificabili.
Ma l'Italia ha una Costituzione che, all'art.21 recita "Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure".  
Se Foggiato ha fatto apologia di nazifascismo sarà un Procuratore della Repubblica a decidere. Censurarlo non spettava a Thomas Panto, non è diritto di alcuno.
Semmai un direttore responsabile - e ad Antenna Tre naturalmente c'è - avrebbe dovuto prendere le distanze a posteriori.

Cacciare da uno studio televisivo chi non la pensa come l'editore è, sic et simpliciter, un atto autoritario contrario alla nostra Costituzione repubblicana.
Significa anche, letta a rovescio, che chi ha potuto rimanere in quello studio - o ci ritornerà - è perchè ha idee gradite all'editore e sa che ci potrà andare di nuovo soltanto se non gli darà fastidio con pensieri differenti.
Chi è solito frequentare trasmissioni tv - ma non solo, ovviamente - qualche riflessione la deve fare.

Per il resto, per le implicazioni politiche, possiamo anche ragionarci a lungo ma il problema è infinitamente minore.
Nell'acquario dei pescecani è così che ci si fa fuori a vicenda.
All'uso dei media per fini di potere ci siamo talmente abituati, dal 1994 ad oggi, che neppure ci rendiamo conto dello spettacolo da Ventennio al quale abbiamo assistito.

Gianni Favero


15 - Soveim, i marciapiedi e Giulio Andreotti

19 novembre 2007

Sul perchè Soveim non abbia ancora realizzato i marciapiedi in porfido tra Villa Ziliotto e la pizzeria di risposte ne abbiamo avute due, una del direttore generale, Luigi Iacono, e l'altra di Alessandro Lillo, responsabile del dipartimento del Lavori Pubblici.
Nella sostanza dicono la stessa cosa, e cioè che il 1 febbraio 2006 la giunta comunale decise di comunicare a Soveim di lasciar perdere e di impiegare piuttosto i "56.802,45 pari al costo di realizzazione delle opere" per pagare uno studio professionale che rediga un disegno definitivo ed esecutivo di un nuovo progetto di piazza.

Però.

Però nella lettera che Lillo invia al consigliere Roberto Meneghello si legge, testualmente, che la giunta il 1 febbraio 2006 avrebbe in realtà "accolto la richiesta della Società SO.VE.IM, trasmessa in data 22 Dicembre 2005 prot.23892, di sospendere provvisoriamente l'esecuzione delle opere relative all'intervento n°3 e cioè la sistemazione del tratto di via Roma compreso tra il piazzale stesso e l'area dell'ex Consorzio Agrario al fine di valutare la compatibilità dell'intervento stesso con il progetto preliminare di recupero del Centro Storico di Roncade attualmente in fase di definizione".

Non capisco.
Perchè mai una società di costruzioni si pone il problema se sia o meno il caso di realizzare qualcosa che le è già stato affidato e che vale 56.802,45 euro? Perchè accetta piuttosto che questi soldi vadano a dei progettisti che dichiarano "incompatibile" quello che Soveim dovrebbe realizzare (il marciapiede) rispetto al disegno che loro stanno elaborando?
O Soveim è colta da sindrome di Tafazzi o ha un vantaggio. Tertium non datur.

Non so se lo stesso dubbio sia o meno condiviso anche dal consigliere Meneghello.
Mi sovviene una delle più note massime di Giulio Andreotti ma sorvolo perchè la cultura democristiana geneticamente mi mette tristezza e sarei ipocrita se prendessi per buono di tanto in tanto qualcosa solo perchè in quel frangente torna utile al mio ragionamento.

Dunque.
Il marciapiede Soveim non ce lo fa (.. zitto Giulio!...) perchè a questo sindaco l'idea di centro storico del sindaco di prima non andava bene. Se non si sbriga il sindaco successivo avrà però il diritto di fare altrettanto e di commissionare (e pagare) un altro progetto ancora. E così via, lasciando per strada le uova di oggi rincorrendo le galline di domani.
Ma perchè non ho fatto l'architetto creativo del genere verboso-ipnotico pure io?

Gianni Favero


14 - Ho visto cose che voi umani ...

4 ottobre 2007

Ho visto cose che voi umani ...
Accadono, anche in una sera di primo autunno, in una riunione di un consiglio comunale, un lunedì, dove tutto pare un panno verde di biliardo.
Tic... toc.... punf. Buca. Silenzio
E ancora tac .. punf ... tic tic tac. Buca.
Senza giochi di effetto, liscio liscio.

Ho visto cose che voi umani ...
Si parla di questoni di catasto, di uffici da accorpare, di consorzi da mettere in piedi.
C'è un'ipotesi che vede Treviso capofila di un sistema ma si inceppa.
C'è un disegno più semplice che vede una joint-venture con Silea. E questa va. Tic... toc... buca.
No, speta... rewind, replay.
Prima di votare ci sono quattro interventi di consiglieri. I primi due di opposizione.
Uno dice: mi par che vada bene. L'altro dice, non sono mica tanto convinto perciò mi astengo.

Il terzo, che è di maggioranza, fa una domanda che brilla come l'acqua del Musestre alle otto del mattino. Dice: "sì, ma a me, come cittadino.... cosa cambia rispetto ad ora"?
E' Giacomo Buldo (ho visto cose che voi umani ...).
Risponde il capo del suo gruppo, Paolo Giacometti, e dice, in sostanza, chi vivrà vedrà.

Votare.
Chi è favorevole? Un, due tre... tredici. Chi si astiene? Un due tre... no,... QUATTRO!
C'è anche Giacomo Buldo. (Chi vivrà vedrà? Tiè...)

Ho visto cose che voi umani...

Gianni Favero


13 - Il cardinale, il Grillo, ed il tempo che arretra

23 settembre 2007

Il ministro Giuseppe Fioroni, venerdì sera a Treviso, rispondendo ad una mia domanda su Beppe Grillo ha detto di ritenere che in questo paese ci siano "problemi più seri di cui occuparsi".
Poi è entrato frettoloso in una sala in cui c'erano 70 persone per parlare di Partito Democratico. In tanti erano quelli che, tra gli anni '80 e '90, incontravo ai meeting della Dc di Falcade oppure, se il direttore mi mandava a seguire i dorotei di Carlo Bernini, sotto il tendone di Caprile. Gli stessi, per capirci, che poi partecipavano alle settimane sociali di Azione Cattolica quando il leader era Dino Boffo.

Il cardinale Fioroni si è messo poi sul tavolo dei relatori a parlare a manovella, dicendo un sacco di cose che finiscono con la 'a' accentata, assemblando raffiche di astrazioni del tipo "costruire un'identità andando oltre le identità".
Davvero, mi è parso di avere quindici anni in meno e subito dopo cinquanta di più.
Ho pensato che da qualche parte, nella pancia del ministro, ci dev'essere un bottoncino tipo "play again". Lo premi e lui riparte riallineando in serie random proposizoni tranquillamente interscambiabili.

La sera dopo, sempre per lavoro, ho seguito Beppe Grillo a Jesolo. Gli spettatori erano 3.500 e paganti dai 25 ai 30 euro a testa. Età dai 15 ai 70 anni, i più, direi, tra i 25 ed i 50. Gente con jeans e signore con abiti quasi da sera, in parcheggio dalle Fiat alle Audi. Alla fine tutti hanno alzato le dita a "V" per il famoso "vaffa".
Naturalmente Grillo è un comico e la gente è andata anche per divertirsi un sabato sera, la domenica in replica con lo stesso numero di biglietti venduti.
Nessuna parentela, chiaramente, tra i due eventi. Ma un legame sì.

Al netto di alcuni tratti quasi messianici, questo occorre riconoscerlo, Grillo sostiene una cosa di una semplicità squillante che quelli come Fioroni non vedono. O preferiscono far finta che non ci sia, continuando a ballare sul Titanic che punta l'iceberg.

Questa cosa è che la via più breve tra due punti, se si può, sta su una linea retta. I due punti nella metafora sono chi governa e chi è governato. Fino ad oggi la retta non c'è stata e i due hanno dialogato - si fa per dire - attraverso intermediari e filtri, quasi sempre a senso unico, cioè dall'alto verso il basso, e tramite i mezzi di stampa.
Adesso la linea retta c'è, si chiama internet, la sua formidabile declinazione è detta "blog". Un blog è mettere in rete, a disposizione di tutti, dei contenuti propri, garantendo l'accesso a chiunque voglia rispondere e con pari visibilità. Orizzontalmente.

Questo, di Roncade.it, ad esempio, è un blog, e nel suo piccolo esiste da quasi otto anni.
Di blog ce ne sono centinaia di migliaia, sono gratuiti, quelli che vi scrivono sono più numerosi degli elettori di qualsiasi bacino. Se qualcuno pensa che siano adolescenti un po' sbiellati e mossi solo dai sogni si culli pure nel suo alibi.
Ma è un errore. E' l'iceberg che si avvicina al Titanic se la rotta non cambia.
Nei blog ci sono montagne di cose che provengono direttamente da un campione di popolazione che è ottimamente rappresentativo della società del 2007.
Se ne rendono conto i nostri sindaci e ministri? Sanno almeno dove andarli a trovare, i blog, accendendo il loro pc?
Forse non ne hanno il tempo, dato che devono partecipare a ciclo contino, quando non sono in tv, a riunioni in cui si incontrano sempre tra gli stessi per sbaruffare sulle alchimie di chi sta con Veltroni o con Bindi o con Letta.

Nel giugno scorso, ragionando sulla possibilità di una lista civica per Roncade 2009, Roncade.it pubblicò una specie di piattaforma di programma.
Allora, cioè vari mesi prima del fenomeno Grillo, anche noi parlammo della necessità di mettere su un piano di parità il contatto tra chi amministra e chi è amministrato.
Nel documento si legge, ad esempio, della "Pubblicazione di numero di telefono cellulare di sindaco ed assessori, con l’impegno degli stessi a mantenere l’apparecchio acceso e raggiungibile da ogni cittadino per un certo numero di ore tutti i giorni", e, per venire a Internet, suggerimmo che "nell’orario di ricevimento di sindaco ed assessori gli stessi, in assenza di colloqui diretti, si impegneranno a rimanere collegati on-line su un apposito servizio instant messenger (Msn, Skype, etc) per interloquire con la popolazione".
E ancora, di "trasmissione audio/video via web delle sedute del consiglio comunale e delle commissioni".

Grillo va un bel po' oltre, chiede che ogni sindaco sia obbligato ad avere un proprio "blog" (oltre a essere incensurato, che mi pare il minimo, e a non essere iscritto ad altri partiti, che mi pare audace ma per molti aspetti ragionevole).

Non lo so cosa sia il fenomeno Grillo, lo vedremo. Se anche Eugenio Scalfari ha cambiato opinione in quattro giorni, dopo un sorprendente editoriale e un bombardamento di e.mail, vuol dire che il tema non è banale.
Ma che il ministro dell'istruzione lo ritenga "un problema" e peraltro pure trascurabile mi pare, lo ripeto, uno spocchioso e rischioso sbaglio.
Perchè anche senza Grillo tutto il resto esiste già e i blogger, se non li coagula Grillo, prima o poi si coagulano da soli. In Italia sono decine di migliaia, un potenziale di nuova democrazia che, più prima che poi, si organizza poi decolla.
I partiti esistenti possono a questo punto soltanto provare ad intercettarli. Alla svelta. Se non lo fanno è un'ammissione di cecità. Di resa o di pigrizia. Di conservatorismo, di arroccamento in fortini sempre più assediati.

Qualche anima caritatevole spiegherebbe da domani a sindaci, presidenti di regoni e parlamentari, da che parte si entra nei blog? (magari dopo aver loro acceso il pc, se occorre...).

Gianni Favero


12 - La civica, il Pd e don Rodrigo

5 settembre 2007

Come volevasi dimostrare, sotto il cielo non c'è mai nulla di diverso. Neppure le parole che si usano.
Da dove iniziamo? Dalla civica-chimera, ad esempio.
Chimera non perchè non ci sarà, intendiamoci. Ma perchè se ci sarà sarà poco più di un trucco. Mi spiego.
Prendiamo una città in cui la classe politica abbia per larghe parti un sensibile livello di usura. Disincanto, svogliatezza. Una città in cui ci sia una locomotiva con agganciati dei vagoni frenati.
Poniamo che in questa città qualcuno se ne renda conto e dica: no, non si può. Facciamo una cosa nuova. E poniamo che questo qualcuno, partito con l'idea di fare la nuova locomotiva, dopo un po' dichiari che gli basta fare il vagone.
Cosa può essere successo? Quello che succede sempre.
Che la presunta civica, insomma, sia stata trasformata dall'oligarchia di palazzo nell'utile strumento per far pulizia al proprio interno.
Se si ha una civica alleata e con quella si vince, cioè, come poterle negare, poi, dei posticini di comando? E che avrebbero da eccepire coloro che da quei posticini si troverebbero scalzati?
Come si sospetta, insomma, le solite vecchie cose.
Se una civica non è una creatura del tutto popolare e alternativa al governo in carica è un'avventura sulla quale è inutile perdere tempo. Partita combinata, non è neppure divertente. Partorirà i consueti pastrocchi.

Punto due, Rubinato e la segreteria del Pd.
Cose in effetti già viste anche qui. Si aspetta da settimane di capire cosa voglia fare il nostro sindaco ma è chiaro che pure lei attende di capire cosa di lei vogliano fare i suoi superiori, a Roma come a Venezia. Se le dicono corri lei corre. Se le dicono fermati lei si ferma. Dicendoci magari che è stata una scelta responsabile per favorire una soluzione unitaria e tutto il resto.
Quando entri nella macchina ne assorbi pensieri, parole, metodi e cipiglio. Così funzionano le cose, si dirà, e se non ti adegui sei fuori.
Della Rubinato del 2004 sono rimaste pallide fotografie.

Punto tre. Il Pd e i cinque euro.
Si sono mai viste elezioni primarie in cui la persona per la quale puoi votare è unica e per votarla, dopo essere stato schedato come aderente alla costituente del partito, devi pure pagare? Se resti a casa il risultato non cambia, non finisci in un data base (non si sa mai) e risparmi anche soldi. Però in Veneto pare che l'ideale sia questo.
Se la destra attrbuisse al centrosinistra la tendenza a comportarsi secondo schemi da Europa ex comunista per la prima volta riconoscerei che un fondo di ragione ci sarebbe.

Punto quattro. Il mio amico nel castello.
Segretario, può darsi davvero che chi ce l'ha con te per come gestisci le cose abbia torto e non abbia capito che il tuo ruolo è cambiato. Sostiene questa tesi, ad esempio, Paolo Giacometti nell'intervista a Roncade.it
Quello che forse ti sfugge, e scusa se oso, è che un giornalista non è classe dirigente e non ha compiti educativi.
Se ricevo qualche decina di e.mail in cui persone più o meno note di questo paese scrivono di te cose che complimenti non sono non posso fingere di non vederle. Pur con un sommario processo di addolcimento, una media di quelle valutazioni la devo riportare. Giuste o sbagliate, insisto, non devo dirlo io. Però esistono e sono un dato di fatto.
Dunque, caro don Rodrigo, a ciascuno il suo mestiere. Riponi l'archibugio.

Gianni Favero


11 - La civica filogovernativa preventiva mancava...

11 agosto 2007

Alla fine l'importante è aver fatto chiarezza, se di chiarezza si può parlare.
Il dato è che la lista civica nei piani di chi la sta proponendo attraverso gli interventi su Roncade.it si sta muoveno nella direzione esattamente opposta - nel metodo - rispetto a quella che da queste pagine avevamo ritenuto naturale. A torto o a ragione non si sa e non importa.

Perchè?
Uno: si pensava che la questione preliminare fosse quella di individuare una bozza di possibile programma, scrivere cioè le cose da fare e da proporre agli elettori nella campagna elettorale del 2009. Invece l'occupazione di chi si sta interessando alla civica pare essere quella di vedere chi ci sta e chi non ci sta a prescindere.
Due: pensavamo anche che un candidato sindaco dovesse spuntare con la dovuta calma dopo ampie discussioni sul programma e sulla disponibilità di chi via via si sarebbe aggregato all'avventura. Invece di fatto il proponente si è già praticamente candidato, anche se non lo dice a chiare lettere, salvo aprire alla fine alla disponibilità ad appoggiare una riconferma del sindaco oggi in carica.
Tre: pensavamo infine che il senso di fondo di una lista civica sia quello di essere alternativa alla cordata oggi al governo della città (cordata è un eufemismo. Va inteso il tandem di quei due che hanno uffici contigui e comunicanti con la perfetta condiscendenza degli esautorati assessori e degli scazzatissimi benchè brontolanti consiglieri).
Invece ecco che la creatura ancora mai vista si profila come servizievole rimorchiatore della corazzata Pd.

Con il beneficio d'inventario perchè il rischio di capire male le cose c'è sempre.
Rimane il fatto che dopo cinque o sei interventi di chi parla della civica come cosa ormai dietro l'angolo ancora non sappiamo cosa voglia fare (nei termini classici di urbanistica, ambiente, servizi sociali, viabilità, politiche giovanili, dello sport, finanza locale, sicurezza, eccetera) e chi siano i fuochisti dell'imminente incendio.
Aspettiamo curiosi e fiduciosi.

Buon Ferragosto

Gianni Favero

P.s. Se prima qualche margine di riflessione sul Partito Democratico me l'ero lasciato aperto ora direi che anche qui ogni dubbio è stato chiarito. Per lavoro oggi ho assistito alla manifestazone degli omosessuali davanti Ca' Sugana. C'erano molti più solidarizzanti che praticanti veri e propri.
Giancarlo Galan ha mandato il suo portavoce ad esprimere la sua vicinanza a gay e lesbiche, ma il Pd non si è fatto vedere in modo assoluto e sulle esternazioni naziste di Giancarlo Gentilini ha taciuto.
Se all'inizio del percorso manca la passione sanguigna di difesa delle minoranze da qualsivoglia forma di aggressione, fosse pure soltanto verbale e troglodita come quelle di Gentilini - cioè la passione che è l'essenza stessa di essere di sinistra o cattolici sociali - vuol dire che il Pd è una medusa trasparente che già si decompone sulla spiaggia.
Per i cattolici magari a intrigarsi (pubblicamente) in cose di sesso si fa peccato, mettiamola così.
Quello che sinceramente piango - da antifascista, tesserato Anpi, anch'io invano cercando eredi di Sandro Pertini - è l'eutanasia dei Ds.


10 - Ma che bello era il giornalino comunale negli anni '90

9 luglio 2007

Ho in tasca il tesserino dell'Ordine dei Giornalisti da 19 anni, le testate per le quali fino ad oggi ho lavorato - dalla radiofonia alla televisione, dalla stampa quotidiana a quella periodica, dalle agenzie di stampa a quelle via internet e televideo - sono ormai una decina ma posso assicurare che l'esperienza più difficile da portare avanti, impegnativa e per molti versi sul filo della paranoia, per quanto mi riguarda, è stata quella di produrre due o tre volte l'anno, fino al 1996, i notiziari di alcuni comuni, tra cui anche Roncade.

Certo, erano tempi diversi, la tecnologia era primitiva, il materiale da pubblicare era tutto in forma cartacea. Cioè da ricopiare.
Ma questo era il meno. Per chi non ne ha un'idea - ma erano altri tempi - bisognava innanzitutto concordare con il sindaco la scaletta dei temi da inserire. Cioè, mettere quelli che diceva lui (ma erano altri tempi).
Poi chiamare tutti gli assessori o responsabili di aree che con quei temi avevano a che fare per chiedere loro di mandare qualcosa. Gli si dava una lunghezza in termine di numero di battute ma era un'operazione disperata. Prima perchè molti scrivevano anche a mano, secondo perchè, per chi non fa questo mestiere, è praticamente impossibile comprendere - a meno di sforzi giganteschi - quante cose si possano dire in quel numero di battute. Come chiedere a chi non ha mai cotto neanche un uovo di preparare una pasta al ragù. Magari ci riesce ma dopo aver perso una giornata e buttato via chili di pasta scotta, o troppo salata, o impaccata, o di carne bruciata.
Comprensibile, sì. In effetti l'ora del giornaletto era una calamità per molti, qualcuno prendeva le ferie apposta. Li ho sempre capiti ma intanto mi veniva l'ulcera.
E questo era ancora il meno, perchè c'era la questione tempo.
Il sindaco voleva il giornale per Natale con l'intenzione di porgere gli auguri alla cittadinanza?
Bene. Ti mettevi al lavoro ad ottobre sapendo benissimo che prima della Befana il giornaletto non sarebbe arrivato nelle case. Cioè, a dire il vero nel 10% dei casi questo mi è anche riuscito.
Ma perchè questo accadeva?

Perchè, miei cari, sulla dimensione tempo - ma ricordo sempre che erano altri tempi - in molti avevano le idee confuse. Più o meno in buona fede.
Le opposizioni, per esempio, alle quali era lasciata un'illusione di par condicio in una pagina verso la fine, in quello spazio magnanimamente riservato ai gruppi consiliari.
Che ti facevano? Se dicevi "mi servono 40 righe" c'era quello che ne scriveva 80 sapendo che tu non avresti osato tagliare senza un estenuante lavoro di mediazione. Anche perchè solo il sindaco poteva aggiungere o tagliare (pazzesco, vero?).
E poi c'era chi, invece, accampando la consueta motivazione della natura puramente propagandistica ed immotivatamente costosa della operazione editoriale, sdegnosamente, rinunciava o mandava due righe dicendo che il suo gruppo non ha bisogno dell'elemosina. E allora giù una mezza pagina completamente bianca. Sì, perchè mica potevi metterci altro. Sennò saltava fuori che "ecco, l'avevamo detto", a quel gruppo non era lasciato spazio. E le solite rogne. Anche gente che successivamente dall'opposizione è passata a diventare assessore, eh?

Poi c'erano sempre i leghisti - madonna, i leghisti... - i quali, in certe stagioni, avevano il ghiribizzo di scrivere le loro cose in dialetto. Alla cui pubblicazione, pena le mie immediate dimissioni, mi sono sempre opposto per il semplice fatto che siamo in Italia e, soprattutto, che non c'era la garanzia assoluta che ciascun cittadino, dal primo all'ultimo, sarebbe stato in grado di comprendere l'idioma. Dato che il giornalino comunale lo si fa con i soldi di tutti, scriverlo in parte in modo incomprensibile sarebbe stata un'ovvia ingiustizia.

Mica finita. All'epoca - ma sto parlando sempre di tanti tanti anni fa - il notiziario era nè più nè meno di un volantino del Lidl con tutte le cose belle fatte al posto dell'olio e della scamorza in offerta speciale. Pubblicità aziendale prodotta e spedita con denaro pubblico. E allora avanti con striscie di foto con il sindaco con fascia tricolore e forbice in mano, parroci benedicenti, fervidi cantieri, scolaresche plaudenti. Mancava solo il trebbiatore a torso nudo. Altri tempi.
E poi? E poi la corsa in tipografia, la bozza e... daccapo. Il sindaco mica si fidava. La doveva rivedere tutta, la bozza, dall'inizio alla fine, equilibrando lunghezze, larghezze di titoli, efficacia della foto, aggiungendo e togliendo nomi, riformulando concetti che prima meglio non gli erano venuti, acquietando così dubbi su possibili, per quanto lontani, fraintendimenti. Metà lavoro, insomma, era da rifare.
Il tipografo bestemmiava e faceva pena perchè si era nell'imminenza del Santo Natale, il sottoscritto - sempre più frustrato dalla mansione di cantore del pensiero unico e, contestualmente, aiuto tipografo - giurava che mai e poi mai un'altra volta.

Poi però mi ricredevo perchè quando arrivava nella cassetta della posta, il caro giornaletto, era una festa. Era così bello vedere che, a casa della zia, a giugno, sotto una pila di bollette, cartoline e pubblicità del Lidl, c'era anche la tua opera. Conservata con cura, così amorevolmente, con tutto il suo cellophane ancora addosso. Eh, bei tempi

Gianni Favero


9 - Pd: un film già visto?

16 giugno 2007

Più che già vista in qualche film la genesi del Pd è già scritta. Già preparata, codificata, organizzata, ripartita all'interno tra i fondatori. Scritta, appunto, a tavolino, come la tracimante e verbosissima lettera con cui i roncadesi sono stati invitati ad intervenire all'incontro di ieri sera, venerdì 15 giugno, per ascoltare i segretari locali e provinciali dei partiti genitori.
Lettera, immagino, probabilmente cestinata da molti dopo il primo paragrafo, con il primo punto dopo quattro righe e mezza. Il paragrafo sotto fa anche meglio: il punto è alla sesta riga corpo 12.

Ferme le buone intenzioni dei progettisti e quelle dei circa trenta cittadini presenti, la nota comune permeata dai numerosi interventi - alcuni genuinamente inkazzati - è quella di essere davanti alla reiterazione di un programma già sentito con il solito "nuovo soggetto politico" in cui si proclama la "democrazia partecipativa dal basso" verso la quale, però, dati i precedenti, lo scetticismo è assai oltre il livello di guardia.

Ragioniamo: come si può pensare che "sinistra italiana e cattolicesimo democratico" possano interloquire tanto con "la piccola e media imprenditoria" che con "Il volontariato ed associazionismo" (come sempre "risorse fondamentali", queste ultime, anche perchè gratuite ed esteticamente molto redditizie) senza immaginare che, al momento delle decisioni, non daranno più ascolto ai pugni picchiati sul tavolo da qualche piccolo imprenditore o dalla sua categoria piuttosto che alle cortesi richieste del no-profit?

Siccome questo lo abbiamo già verificato molte e molte volte, perchè questa volta dovrebbe essere diverso? Oppure perchè, come sottolineato da almeno due tra i presenti, dato che il centrosinistra è al governo e Margherita e Ds sono alleati, quello che c'è da fare per il bene del paese non lo si fa già da oggi anzichè invischiarsi in una nuova-vecchia fase costituente di qualcosa che di nuovo avrà - si teme - solo il nome?

Poi c'è la questione della presentabilità di chi sta a Roma (o anche a Venezia). Mai, è il caso di dire, un libro pubblicato al momento giusto ha fatto più male al rapporto tra politica ed elettori come "La Casta", di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella. Se è in testa alle classifiche di vendita ed ha già messo insieme undici edizioni in poco più di un mese il perchè ci sarà. Ebbene, se il Pd ingloba anche le persone ed il relativo modo di pensare descritti in quelle pagine, perchè c'è da ritenere che, mutando sigla e logo, le cose cambieranno e la nausea - per molti oggi appena scoperta - domani non ci sarà più?

Indecenza in alto e sordità in basso, dunque. Queste sono le tare dell'immaginario per le quali il Pd non appassiona.

Personalmente, per concludere, non mi acchiappa neanche molto il discorso simil-Tomat fatto da Pierluigi Damian, il segretario della Margherita che di fatto ha allineato la sua visione al paradigma confindustriale orientato alla mitologica "competitività delle imprese sul mercato globale" ed in base alla quale, ad esempio, noi dovremmo tutti studiare ingegneria perchè le altre lauree, essendo improduttive, sono inutili.
La classe operaia ormai non c'è più? Certo che non c'è più, ha ragione. E' stata rimpiazzata da un popolo frammentato ed enorme di lavoratori precari che, a differenza degli operai degli anni '70, neppure possono difendersi in modo organizzato attraverso il sindacato, perchè sennò addio rinnovo del contratto. E' forse oggi meno pesante l'esigenza di tutela dalle pressioni del datore di lavoro?

Per poi scivolare sull'inceneritore, dando ad intendere che se ne dovrebbe ragionare - quando da queste parti il tema è semplicemente impronunciabile - e, per giunta, accostando i rifiuti industriali che i proponenti vorrebbero incenerire ai residui non riciclabili dei rifiuti urbani. Insomma, sottintendendo che gli impianti di Silea e Mogliano potrebbero svolgere la loro parte anche per le immondizie di casa, come - diciamolo - si sospettava dall'inizio (dato il volume degli impianti) ma come, dall'inizio, gli stessi progettisti hanno assicurato non essere nelle previsioni. Non è cosa da poco. Cosa sa Damian Pierluigi che noi non sappiamo? Da che parte sta la Margherita riguardo all'inceneritore? Attendiamo ansiosamente lumi.

Gianni Favero


8 - Silvano Piazza e il re di Prussia

28 maggio 2007

Silvano Piazza ha vinto, è sindaco di Silea e poche cose oggi mi renderebbero altrettanto contento. Al punto che, arrabattandomi con un portatile ed una connessione di fortuna, ho cercato in ogni modo di intervenire su Roncade.it pur dal mio luogo di vacanza, in Calabria.

Poche cose mi rendono così contento, dicevo. La prima perchè era l'unica persona veramente presentabile a Silea ed è il sindaco che un paese così strategico si merita di avere.
La seconda perchè non ha dato retta a chi, da Roncade, lavora per il re di Prussia (vedi blog n.6 qui sotto).

E' ora di spiegarmi un po' meglio. Da varie settimane, con l'amico Silvano, ogni tanto si ragionava su come, a mio parere, avrebbe dovuto essere impostata la competizione a Silea. Non che io me ne intenda, sia chiaro. In fatto di dinamiche politiche/partitiche non mi ritengo affatto un consigliere di cui fidarsi e nè mi sognerei mai di qualificarmi come tale.
Per cui mi sono sempre limitato a ripetere il mio personale fastidio per ogni ipotesi di "larghe intese". Chi sta a centrosinistra sta a centrosinistra, cioè, e per rispetto della sacra distinzione destra/sinistra (che vale in ogni comune, da Portobuffolè a Milano) deve lasciar andare per la sua strada ogni eventuale accompagnatore del versante opposto. Per chiarezza e perchè la coerenza prima o poi paga (sarebbe troppo facile far rilevare com'è andata a finire a Villorba...).

Non so quanto i miei punti di vista siano entrati nelle riflessioni di Silvano. Onestamente credo sia stato sufficiente per lui osservare la pochezza dei suoi quattro competitori per rendersi conto di non aver bisogno di stampelle da alcuno.
Avete presente chi erano? Eddo Vanzo si era già bruciato buttandosi mani e piedi nel tentativo di accontentare ad ogni costo Giulio Malgara nel suo progetto sull'area ex Chiari e Forti, l'ectoplasmatico Cesare Biasin era stato piazzato dalla Lega, dopo un'imboscata ordita ai danni di Piazza nel 2004 attraverso la creazione di un' incredibile lista Di Pietro, proprio per condurre in porto la speculazione. Quindi un avvelenato Marco Biscaro, vice di Biasin ma ora suo primo nemico, ed infine un indecifrabile e sconosciuto Claudio Piovesan, che a Silea neppure ci abita.

Ma torniamo a noi.
Piazza, occorre sapere, nei mesi scorsi era stato contattato a ripetizione dal tenente di Simonetta Rubinato a Roncade e "sollecitato" a mettersi d'accordo con Vanzo per presentare una lista unica. Inciucio puro. Centrosinistra con Fi. Il tenente non può negare perchè ha telefonato pure in un momento in cui io ero a casa di Piazza.

Affari loro, certo.

Io mi chiedo soltanto una cosa: che credibilità può avere il Partito Democratico tanto sostenuto da Rubinato se il suo più stretto collaboratore ha mandato, sullo stesso territorio di riferimento del senatore, di ordire progetti di indistinte crostate in un non-luogo di non-destra/non-sinistra e di interpretare cioè la politica che verrà secondo questo schema?

Possiamo credere ai paladini del Pd se i loro tenenti sono autorizzati a lavorare per il re di Prussia?

Gianni Favero


7 - Tombotti Store, il mare della solitudine

19 aprile 2007

I motivi di dissenso sull’apertura dell’outlet a Roncade fin qui sviluppati su questo sito seguono sostanzialmente due filoni.
Il primo, sollevato dai commercianti, si concentra sul rischio al quale potrebbero essere esposti i negozi del centro storico a causa della sottrazione di potenziale clientela sedotta dal nuovo insediamento. I benefici indiretti in termini di maggiori visite al paese da parte di viaggiatori provenienti dall’esterno una volta concluse le compere al Tombotti Store, dicono, non compenseranno affatto le perdite dirette di acquirenti.
Il secondo tema, proposto da esponenti politici (di opposizione) e da comuni cittadini riguarda invece i disagi alla circolazione che sicuramente saranno provocati dal flusso di visitatori sia sull’asse della Treviso-Mare sia sul percorso Roncade-Biancade in particolare per chi si muova in bicicletta.

Gli attori del tutto assenti dalla discussione, per inciso, sono le parti politiche di maggioranza e questo non contribuisce a dipanare l’ambiguità dell’amministrazione rispetto all’operazione imprenditoriale di Lefim.

In questa sede, tuttavia, tralascio quest’aspetto e mi permetto di invitare i miei concittadini e lettori di Roncade.it a provare a fare un piccolo salto in alto (nella riflessione) ed in lungo (nel tempo).

Per cominciare premetto che dissento con chi sostiene che il Tombotti Store sia un segno dei tempi che cambiano, rappresenti il nuovo e che se non lo si farà qui lo farà qualcun altro vicino. Mi chiedo dove sia scritto che il futuro debba andare necessariamente in una direzione di maggiori consumi.
E’ chiaro che la tecnica di indurre dei bisogni affinché la gente comperi è stranota e che avere un magazzino di meraviglie a due passi farà sì che molta gente spenderà più quattrini del solito. Ma questo non vuol dire assolutamente che abbia davvero la necessità di spenderli. Corrisponde all’effetto Luna Park per i bambini. Più giostre ci sono più saranno i giri che saranno chiesti con insistenza ai genitori. Comperare cose sfiziose è una formidabile debolezza che fa ricchi chi ne sa approfittare.

Ma i roncadesi è di fare acquisti ciò di cui hanno bisogno? Benessere e capacità di spesa, oltre ad essere notoriamente concetti distinti, crescono davvero l’uno proporzionalmente all’altra?
Io credo che le domande vere da porci abbiano una natura diversa e siano ormai urgenti. Ad esempio quanto tempo passiamo con i nostri familiari e con figli e nipoti e, soprattutto, se questo tempo sta aumentando o diminuendo.

Quante volte ci troviamo senza fretta a parlare con chi divide con noi lo spazio e la vita della città e se il numero di volte in cui questo accade si moltiplica o si restringe.
Se abbiamo modo di comunicare, di guardarci in viso, di offrirci reciprocamente un caffè. Lo facciamo più o meno spesso di un tempo?

O ancora, se avvertiamo la solidarietà e la vicinanza dei compaesani e se abbiamo mai pensato che sentirla di più possa far affievolire il senso di ansia e di inquietudine di cui sempre più numerosi soffriamo e per il quale non ci addormentiamo se non dopo aver preso qualche farmaco.
Roncade ha un deficit di ambienti di incontro. Lo abbiamo detto più volte, mancano sale per gli spettacoli, per la musica, per le riunioni, per le feste. Mancano quei luoghi in cui la gente può sentirsi vicina. Incrociarsi di fretta in un coacervo di spacci aziendali mentre si comperano quanti più straccetti superflui, per quanto griffati e a prezzi d’occasione, non compenserà mai questo vuoto.
Da qui la mia contrarietà all’outlet. Da qui la mia difficoltà a capire un imprenditore, peraltro roncadese, che non si cura affatto di dare al proprio paese, oltre alla solitudine di una sarabanda di negozi, anche qualcosa di socialmente utile e prezioso.

Lo può fare, lo sappiamo tutti.
Se solo riuscisse a distanziare un po’ la propria ragione di vita da pronostici su fatturati e bilanci.
Se gli attori politici, quella mitologica ma impalpabile classe dirigente che cerchiamo invano in lungo e in largo, tentasse un po' di sana moral suasion (magari lasciando stare la minestra dei comuni vicini che di ingerenze roncadesi non appaiono poi così bramosi....).

E poi c’è la non secondaria questione dei simboli e della loro potenza sulla identità, più o meno consapevole, di una comunità.
Facciamo un esempio senza andare tanto lontani.
Chi, davanti ad espressioni come “ti mando a Santa Bona” o “andrai a finire a Sant’Artemio” non capisce immediatamente che si parla di una prigione e di un manicomio? Eppure Santa Bona e Sant’Artemio sono soltanto due località di Treviso in cui, per casi della storia, sono stati costruiti un penitenziario ed un ospedale psichiatrico.

Pensiamoci: se il Tombotti Store diventasse la bandiera di Roncade?
I documenti che uscirebbero dal Piano di sviluppo sostenibile (il Pases) – lavoro in corso da alcuni mesi, generoso per quanto concettualmente storto, sulla progettazione del futuro di Roncade – non avrebbero altro destino se non quello tradizionale riservato alla carta inutile.

Gianni Favero


6 - Una storia inquietante

8 aprile 2007

La grande catena nazionale di supermercati della Presidente si chiama “Big Flowers”, ha sedi in tutte le città grandi e piccole del Paese. Il suo giro d’affari, sommato a quello di altre catene minori da essa controllate, è all’incirca la metà di quello complessivo, forse qualcosa in più.

I concorrenti di Big Flowers sono sostanzialmente due, cioè “Green Opium”, molto presente con i suoi negozi soprattutto al Nord, e “The Cathodic Snake”, organizzazione tra le più penetranti ed aggressive sebbene, da qualche tempo, un po’ meno coesa.
Green e Cathodic da molti anni fanno cartello per contrastare il business di Big Flowers e la competizione commerciale è ovunque acerrima.
O quasi ovunque….

La Presidente, ovviamente, dal suo ufficio nella capitale mantiene i contatti con la sua struttura attraverso una rete di manager e segretari fidati. Anche a Tailorland, città in cui la presidente è nata, la lotta tra le catene della distribuzione è naturalmente accesa nonostante la clientela sia per tradizione un po’ più affezionata ai prodotti di Big Flowers.
Però…

Però, che sta succedendo?

Succede che Silvius Mc Square, responsabile di un punto vendita Big Flowers della vicina città di Riverside, inizi a ricevere curiose telefonate da Jacob Lewis, influente emissario della Presidente, in cui lo si invita a considerare la possibilità di accordarsi con consenzienti uomini di Cathodic allo scopo di fare le scarpe a Green.
Succede che in giro si raccontino storie di vertici tra esponenti di Cathodic e Lewis, convocati da quest’ultimo a Tailorland e negli stessi uffici aziendali di Big Flowers, per contrattare i termini del tranello da tendere ai danni di Green Opium a Riverside.

Ma - cari i miei venti lettori - secondo voi la Presidente lo sa?
E se lo sa che dice?
E se non lo sa, pensate sia il caso, con le dovute maniere, di recarle l'imbarazzante notizia?
A Riverside, soprattutto, i fedeli clienti di Big Flowers sono a conoscenza che i prodotti che forse presto troveranno sui consueti scaffali in realtà potrebbero giungere dai grossisti di Cathodic Snake?

Lo scopriremo solo vivendo.

Gianni Favero


5 - Tiriamo su i muri. Al più presto!

24 marzo 2007

Una delle peculiarità storiche di Villa Giustinian - il Castello di Roncade - è quella di avere una cinta muraria bella ma del tutto inutile. Non è stata concepita per difendersi da nulla. Diciamo un'americanata precolombiana.
Lungimirante, però. Perchè i costruttori sapevano che cinquecento anni dopo sarebbe tornata buona.
Sapevano di sicuro, gli ottimi Giustinian, che una legge regionale del Veneto avrebbe concesso deroghe agli orari di apertura dei negozi, valide tutto l'anno, se si fosse trattato di negozi di una "città murata del Veneto".
Sapevano anche che Lefim avrebbe fatto affari d'oro costruendo meravigliosi parallelepipedi di calcestruzzo e vendendo gli spazi ad aziende che vogliono spacciare scarpe e vestiti a tutte le ore del giorno, tutti i giorni, compresa la domenica.

I loro bravi astrologhi avevano pure previsto che ci sarebbe stata una bionda dogaressa che avrebbe speso tutta se stessa per far da sponda agli amici (*) di Lefim e che dunque avrebbe chiesto all'altro suo amico Giancarlo Galan di riconoscere Roncade come "città murata".

Ma forse fraintendiamo. Forse non si parla delle mura del castello e si parla di quelle abbattute nei primi anni '60 per far spazio e luce alla splendida casa municipale che abbiamo.
Se è così bisogna rimetterle in piedi al più presto. Alte, filospinate e magari a quadrliatero.
Primo per soddisfare la (ahinoi legittima) fame di schei di Lefim.
Secondo per chiuderci dentro i matti.

Gianni Favero

(*) Su invito della stessa interessata si fa presente che il termine non esprime una connotazione adeguata dei suoi reali sentimenti verso i rappresentanti della citata società.
Non essendo corretto rimuovere o modificare dei contenuti a distanza di due giorni dalla pubblicazione, tale precisazione si rende comunque doverosa.


4 - Ma su, vieni con noi nel grande centro!

9 marzo 2007

Gli italiani sono unici al mondo.
L'italiano ha bisogno di andare alle feste e alle cene e di distribuire e ricevere sorrisi, di intercettare negli sguardi anche dei convitati più antipatici quel filo di cortesia che gli fa allontanare anche solo per un attimo - o per quella serata - il rischio di un eventuale conflitto.
L'italiano ama frequentare locali ampi e variopinti purchè le porte alle sue spalle rimangano aperte in modo da poter dire, in caso di necessità, che passava per caso ed ha messo la testa dentro giusto per curiosità.
L'italiano ama frequentare locali allegri e confusi ed ama lasciare le porte aperte per poter dire a chi passa per caso: vieni dentro anche tu, dài, il tempo di uno spritz.

Per questo gli italiani hanno bisogno del centro.

Nessun altro luogo, come il centro, è quel tempio dalle pareti di gomma consacrato al dio del dire e non dire. In nessun altro ambiente un giornalista rischia di sentirsi inutile e un tantino mona. Qui mi si consenta una nota di solidarietà ad un giovane collega del Corriere del Veneto maltrattato ieri, sia pure con dolcezza, dalle non risposte Mastella-look di Nostra Signora di via Roma.

Il centro è il vortice onanista (in gergo corrente detto anche delle "seghe mentali") in cui si insegue l'innafferrabile leggenda secondo la quale nell'amministrare una comunità, un ente, un'istituzione esistano delle cose che possono essere nè di destra nè di sinistra. Dei "progetti condivisi che incontrino un consenso trasversale". Se esistono, e se escludiamo la manutenzione dei marciapiedi, chiunque abbia voglia di spingere lo sguardo ed il pensiero un metro più in là capisce che sarebbero di brevissimo respiro.

Ogni progetto ha un'impostazione che può essere di destra o di sinistra, Norberto Bobbio non ci ha investito una vita di riflessioni e di scritti su questo per niente.
Ogni idea che riguardi un disegno per la società può nascere da un input individualista-competitivo-economico-focalizzato sul presente (di destra) oppure collettivo-solidaristico-culturale-attento a chi verrà dopo (di sinistra). I
ndustriale ed energivoro (di destra), ambientalista e parsimonioso di risorse (di sinistra).
Decisionista e rapido (di destra), riflessivo e concertativo (di sinistra).

Si potrebbe continuare. Sento già chi obietta che un incontro a metà strada è sempre possibile.
Io non ci credo. Se gli incontri a metà strada sono incarnati da figuri come il già citato Mastella, Rutelli, Follini o, per venire a noi, da quel genio rivelato che è Pierluigi Damian, allora sì che è meglio cercare una macina di mulino e seguire le istruzioni evangeliche.

Per concludere e per trovare conferma di quanto testè dichiarato facciamo una prova: Nostra Signora è in grado di rispondere con una sola sillaba sull'ipotesi di cui già si chiacchiera di una futura intesa a Roncade tra Margherita e Lega (o i leghisti di oggi)?

Con la piena consapevolezza, da parte mia, di essere come al solito classificato come giornalista che fa domande (il che per molti è già un difetto) solo per provocare e per cercare la polemica.

Gianni Favero


3 - Doveva accadere, a Roma ti sei presa la berlusconite....

16 febbraio 2007

Sindaco, ricevo ora in copia la lettera che hai mandato a Umberto Lorenzoni e ad Agostino Pavan l'8 gennaio scorso e non so se mi sento più preso in giro o arrabbiato per gli ingiusti rilievi ricevuti sul piano professionale.
Non entro nel merito, se non ti sei chiarita da sola le idee fino ad oggi forse non rimane molto da fare.
Mi soffermo solo sulla berlusconite che hai contratto, la malattia, cioè, che induce a riversare su sistematici "equivoci" commessi da cronisti presunte distorsioni di senso di interventi pronunciati invece dagli autori in discutibili stati di lucidità.

Nella giornata del monumento la stampa, come tu scrivi, non ha equivocato un bel niente. Riascoltati quello che hai detto nella registrazione prelevabile da questo stesso sito. Scrivere tutti i nomi in ordine alfabetico come fossero studenti di una stessa classe è o non è mettere tutti sullo stesso piano? Far leggere quei nomi uno dietro l'altro è o non è metterli sullo stesso piano?
Non ci sto a passare per quello che non ha capito quando, se cerchi proprio attenuanti per te, ad avere le idee confuse sono stati piuttosto i tuoi collaboratori, quelli che hanno lavorato sulla lapide, che ti hanno scritto il discorso ed organizzato il cerimoniale del 4 novembre.

E poi, se sei così convinta che si sia trattato di un "equivoco" dei giornalisti, perchè non mi hai chiesto subito di rettificare attraverso l'Ansa - cioè la stessa agenzia attraverso la quale, come corrispondente ed in forza dei miei doveri di giornalista, ho trasmesso la notizia del tuo svarione ai media italiani - e ti "svegli" solo due mesi più tardi parlandone in lettere personali indirizzate a personaggi pubblici? Perchè non mi (ci) quereli?

Berluska avrebbe inviato comunicati di smentita a destra e a manca nel giro di poche ore, ci siamo abituati. Almeno impara il suo insegnamento fino in fondo, oppure chiedigli che ti presti - e, se permetti, mi sa che ne hai proprio bisogno - un consulente in comunicazione. Non te lo negherebbe, sai che alle belle donne lui è sensibile.

Al di là di tutto, e al di là dell'argomento di cui di volta in volta si parla, ribadisco quanto ho detto altre volte.
Non è più tempo di acrobazie verbali da sacrestano, smettiamola con la paraculeggiante filosofia del "troncare, sopire". Basta scopare la polvere sotto il tappeto.

Questa città e questo Paese hanno bisogno di confronti franchi, magari a muso duro ma leali e con gli spigoli netti. Facciamoci pure del male, se è necessario, ma non autocensuriamoci affogando da inutili martiri nella vasellina.

Fortunatamente, leggendo i contributi di alcuni dei lettori di questo sito, mi rendo conto che non sono l'unico a pensarla in questo modo. Forse.

Gianni Favero


2 - Botte piena e moglie ubriaca

15 gennaio 2007

I leghisti possono continuare a sostenere il contrario finchè vogliono ma i furti nella nostra provincia e, in generale, nel Veneto, sono in costante diminuzione.
Non perchè i ladri o potenziali tali siano diventati più buoni. Semplicemente rubare è diventato più difficile e denaro contante in circolazione ce n'è meno, grazie soprattutto al fatto che l'uso di bancomat e carte di credito è ormai generalizzato.
Aggiungiamo che se fino ad alcuni anni fa qualcuno rubava anche autoradio, stereo, televisori o pc, ora questi oggetti costano ormai così poco che accollarsi lo sforzo fisico di portarli via, con i rischi del caso, e trovare un ricettatore non è più conveniente.

Per cui, l'unico motivo che rende ancora le nostre case a rischio - se si esclude la masochistica passione di conservare banconote da cento euro nei cassetti - sono gli oggetti preziosi. Piccoli, facilmente occultabili e sempre facili da rivendere.

La moneta elettronica, dunque, è la soluzione finora migliore contro la piccola criminalità. Ma come si fa, mi chiedo, a recarsi in una tabaccheria per pagare il bollo auto e sentirsi rispondere che "no, qui non c'è il bancomat perchè la commissione bancaria mi mangia quello che io guadagno?"

Pagare il bollo auto è una delle molte cose per un cittadino obbligatorie ma non è obbligatorio, per un gestore di una ricevitoria, accettare di fare questo servizio. Se lo fai, però, lo devi fare bene e non prenderti il lusso di esporre il cliente al rischio di andare in giro con contante in tasca solo perchè per te l'utile non è abbastanza se usi il bancomat.

Le commissioni bancarie, è vero, in Italia non sono modeste ma sono il male minore rispetto al babau di quelle orde di malfattori che qualcuno vede dietro ogni angolo.

Caro gestore di ricevitoria che non vuoi il bancomat, semplicemente tu non hai senso di collaborazione civica e ragioni solo con le tue tasche. Il servizio di riscossione del bollo auto (o di altro) dovrebbero togliertelo. Vuoi la botte piena e la moglie ubriaca. Non ti permettere di lagnarti con lo stato e le forze dell'ordine se qualche disperato viene a rubarti i soldi in cassa perchè lo stato siamo noi e le forze dell'ordine hanno bisogno della collaborazione di tutti. Anche di chi sceglie a proprie spese di installare il bancomat per proteggersi un po' da solo dai ladri e far stare tranquilli i suoi clienti.  Altro che ronde...

Gianni Favero


1 - Torna a casa Lassie

7 gennaio 2007

Accade negli ultimi tempi che mi si chieda perchè Roncade.it non riporti più, come prima, i resoconti dei consigli comunali.

In parte, sullo scherzoso, una motivazione importante l'ho già spiegata in un intervento su questo stesso blog dello scorso anno, cioè la radicale caduta di dibattito e confronto tra maggioranza e opposizione e l'aura di stagnante burocrazia che ingrigisce ormai quest'assemblea. Il fatto che una volta su dieci ci sia qualcuno che alza la voce su temi non del tutto infondati è un'attenuante che non modifica la diagnosi.

Il Consiglio comunale di Roncade, in sostanza, è diventato un puro strumento tecnico di ratifica di provvedimenti assunti dalle commissioni - le quali sono sì pubbliche ma collocate in orari buoni solo per i pensionati - oppure di documenti della giunta. Un modo di procedere che ha anche un suo aspetto apparentemente positivo, poichè fluidifica le decisioni e tampona ogni buca sulla strada, ma che a lungo termine genera il fenomeno al quale stiamo assistendo da tre mesi. La trasformazione, cioè, di un assessore dimissionario in un uomo indispensabile.

Cerco di spiegarmi. Se un cittadino decide, ad un punto della sua vita, di provare l'esperienza di fare il pubblico amministratore, sa bene che diventare consigliere comunale di un paese di modeste dimensioni come Roncade implica una grande disponibilità di tempo ed un ritorno economico pari a zero.
Perchè dovrebbe farlo, allora?

C'è un carburante spirituale, simile alla vocazione per i religiosi, che si chiama passione. C'è un movente ideale oppure anche ideologico, c'è l'elettricità nel confrontarsi in pubblico con il concittadino che la pensa diversamente, c'è la possibilità anche di tirar fuori le unghie ed ingaggiare uno scontro pure con chi appartiene al proprio stesso gruppo ma propone cose ritenute più o meno profondamente errate. E' l'unica benzina gratuita - a parte le storie degli opportunisti che guadagnano sedie nel Cda di qualche ex municipalizzata - in grado di rialimentare con energie e pensieri freschi il parlamento cittadino.

E invece? E invece ecco che chi si trova finalmente eletto in poco tempo si accorge che è molto meglio spegnersi. Mediare, accordarsi. Troncare, sopire. Su la mano, giù la mano. Poi tutti da Pasqualino. La voglia di fare l'amministratore si smonta, lo "spettacolo" offerto al pubblico non genera scintille di emulazione, a lungo andare il ricambio si ferma. Un assessore che non c'è più fa scoprire una panchina desolatamente vuota.

Roncade.it che cosa dovrebbe andare a raccontare, allora, quali pizze preferiscono i consiglieri? L'appetito, in ogni caso, non sembra diminuito nonostante lo sgarro alla Costituzione del 4 novembre con il pastrocchio del monumento.
C'è ancora qualche residuo di ideale di Patria da qualche parte?

Il colmo è che l'occasione per i consiglieri di riacquistare un po' il loro ruolo ci sarebbe, e si chiama Pases. Cioè il piano di sviluppo sostenibile, per il quale però il sindaco ha scelto di affidarsi ad "opinion leader" scelti arbitrariamente tra la cittadinanza. Bella fiducia, vero? e i signori consiglieri per quale funzione li abbiamo eletti?
Intanto il vitello per il ritorno a casa del De Vidi-Lassie è così grasso che fra poco schianta da solo di colesterolo.

Buon 2007

Gianni Favero