| 5 gennaio 2006 Panevin
La piccola processione era
disordinata e allegra, la luna una moneta pallida e altissima. Potevo indovinare le
giacche a vento ed i paltò scuri di quelli che mi camminavano davanti solo perché la
terra gelata riverberava un chiarore di alluminio. Il vigneto a sinistra era regolare e
splendido, senza pali di cemento, come quelli in uso ormai ovunque, ma retto da pertiche
di legno irregolari in lunghezza e spessore. Le piante resistevano fiere, con le braccia
stese e tenendosi per mano. Tutte viti, raccontava agli ospiti Antonio, il padrone di
casa, portate dalla Francia da un suo antenato, sul finire dell 800.
Della famiglia di Antonio, benché
fossimo amici dai tempi delle partite a pallone nel campetto delloratorio, non
sapevo un granché. Percepivo una specie di ritrosia, tra gli adulti che frequentavano la
mia casa, nel toccare vicende legate al suo cognome. Il discorso svicolava rapidamente,
avevo intuito che aveva alle spalle un nonno paterno ingombrante. Una storia che prese
forma, un po alla volta anche se con improbabili esagerazioni, durante le mie
permanenze da adolescente sulla poltrona di un anziano barbiere. Ricordo che almeno un
paio di volte, mentre mi tagliava i capelli, alternandosi inquieto sullo specchio da sopra
la mia spalla destra a quella sinistra, ripercorse quasi infiammandosi alcuni suoi
ragionamenti ossessivi ambientati in un tempo per me troppo lontano. Fermo, in suo
ostaggio, irrigidito per laccelerazione delle sforbiciate, alla fine capii che era
una faccenda di partigiani e di biciclette requisite. Il nonno di Antonio, industriale
meccanico, ultimo segretario fascista del paese prima della caduta del Duce, con la venuta
della Repubblica di Salò lasciò ogni incarico ma insistette perché fosse nominato
commissario un giovane ed ambizioso ufficiale. Consapevole dellottima copertura e
bramoso di mettersi in luce, il commissario volle affrontare di petto i primi nuclei di
disertori che andavano organizzando la Resistenza e, una notte destate, mandò le
guardie in una casa colonica dove sapeva essere in corso una riunione clandestina. I
partigiani riuscirono a fuggire e le brigate nere, infuriate, diedero fuoco alla fattoria,
portandosi via le loro biciclette. Qualche giorno dopo i ribelli, che ne pretendevano la
restituzione, tesero un agguato al commissario, lo sequestrarono e lo portarono in
caserma, dove, però, le bici non cerano. Lui spergiurò di non saperne nulla e
nacque unaccesa discussione. Uno dei suoi, pare, perse la testa, i partigiani
reagirono e nel conflitto a fuoco che ne seguì rimase ucciso proprio il commissario. Da
lì in poi, per oltre un anno, in paese fu tutto un succedersi di rappresaglie e vendette,
e si contarono quasi quaranta vittime tra le quali lo stesso ex segretario che, lo
sapevano tutti, era ancora quello che tirava i fili.
Venne la Liberazione, il
fratricidio si spense ma, per rimorso, vergogna o paura, furono molte le famiglie che preferirono emigrare, chi in
Piemonte, chi in Liguria, chi oltre le Alpi..
La pelle dei campi, nel punto in
cui stavamo camminando, è lievemente incurvata, pende verso il limite dellargine.
Ci scorreva un ramo del Piave, forse mille anni fa. Quando se nè andato ha lasciato
il segno, come limpronta sul letto di un amante uscito allalba.
Dopo un po voltammo a
destra, seguendo antichi confini di proprietà e costeggiando una linea di pini marittimi.
Oltre il fiume un fuoco era già acceso, altri se ne intuivano, dalle bolle di nebbia
rossastra, dietro le case della prima periferia. Non fosse stato per la tangenziale vicina
si sarebbe percepito anche lo sfarinarsi della brina sotto i passi di chi mi seguiva,
fantasmi ancora sconosciuti in attesa di ricevere una dimensione e un corpo dalle fiamme
che si sarebbero presto elevate.
Ci fermammo in uno spiazzo dove
una quindicina di giovani chiassosi si erano
già disposti a semicerchio. Al centro il cumulo di legna stava aggrappato ad un palo
centrale, cera già odore di cenere forestiera e una coppia sulla sessantina
discuteva sullorigine della nebbia lieve che scioglieva i contorni ad un palmo dal
suolo. E perché il fiume è vicino, disse lui. No, è il fumo degli altri panevin
vicini, lei propose, perché il nostro è in ritardo. Ora che lo accendiamo la fuliggine
degli altri sgombrerà il campo, questa non è terra sua.
Un ragazzo con i capelli
lunghissimi stese a terra un vecchio tappeto e vi si accovacciò, nonostante il ghiaccio,
tamburellando due piccoli bonghi stretti tra le gambe. Il figlio di Antonio tolse di tasca
una bottiglietta di plastica a forma di madonnina, con il tappo azzurro che faceva da
corona sulla testa. Ligio alla raccomandazione della nonna, rimasta a casa per il freddo,
si tolse un guanto con i denti, bagnò le dita della mano nuda con lacqua di Lourdes
e tracciò verso la catasta un segno di croce. Cretino, almeno fallo con la destra,
disse ridendo uno degli altri, con la voce di uno che non ha la barba ancora tutta
spuntata.
Ma dài, è lo stesso.
Adesso accendi che si gela. Gli fece eco un terzo.
Avvertii per un attimo il profumo
di un calicantus e, istintivamente, mi girai per cercare lorigine della scia.
Impossibile, nel buio, ma nella
direzione in cui volsi lo sguardo fui sorpreso di cogliere una cosa soltanto. Forse era
merito del lucidalabbra, ma la bocca della ragazza silenziosa, a non più di cinque passi
alla mia destra, rimandò larancio intenso del falò più lontano che ardeva oltre
il fiume. Due brevissimi tratti paralleli, come di pennello intinto nellacrilico,
gocce finalmente calde dentro tutte le varianti di grigio scuro in cui fluttuavamo da
almeno mezzora.
Il fuoco poi esplose verticale,
quasi gridando, le persone attorno furono abbracciate da una sfera di fisicità
primordiale e intrisa di inverno vivo. Le faville grattarono il blu, la tangenziale
annegò nellabbaglio. Il panevin sullaltro argine si ridusse ad uneco
distorta nella lente liquida dellaria arroventata.
Il caldo si fece più intenso, il
circolo si allargò, arretrando. A non muoversi fu lei, almeno mi parve. Me la trovai
davanti di qualche metro, immobile, con le mani in tasca ed il volto alzato a fissare il
vertice della pira, dove la fiamma frustava il buio. Qualcuno mi spiegò che era figlia di
compaesani trasferiti quarantanni fa in Svizzera, tornata qui per le vacanze di
Natale per trovare gli zii ed alcuni amici, tra cui il figlio di Antonio. Intuii dai
riflessi il biondo dei suoi capelli lisci, potevo disegnare con lo sguardo, il profilo
delle sue gambe che traspariva in controluce dalla gonna lunga. Minuti arcani, sospesi nel
rito pagano. Faville a mattina, anno incerto.
Poi lincantesimo declinò,
la gente fece il mezzo cerchio di rigore in senso antiorario attorno al falò e ritornammo
verso casa, restituiti al gelo.
Mi volsi, dopo un po, per unultima
occhiata al panevin e notai una momentanea e violenta inversione del vento sulla sommità.
Qualche fiocco incandescente di legno leggero volò lontano, non riuscii a vedere, coperto
dagli alberi, il punto di caduta. Però fu chiaro un quarto dora più tardi, quando
Antonio stava già stappando le oneste bottiglie polverose della sua cantina. Entrò un
amico del figlio, urlando quasi divertito, saltellando sulle Nike. Incendio, baracca
degli attrezzi, telefono, pompieri. Le faville impazzite erano cadute davvero
lontano, il vecchio ripostiglio in legno e mattoni stava già ardendo di una fiamma fiera
e vorace. Cera una strana eccitazione, Antonio non drammatizzò, disse che dentro cera
ben poca cosa e che nessuno lo usava più da anni. I vigili del fuoco lavorarono una mezzoretta
e poi bevvero del vino con noi. Peccato per le biciclette, disse il
comandante, allargando le braccia e indicando un ammasso di telai anneriti trascinati sul
prato. Belle bici, aggiunse, con i freni a bacchetta. Antonio non capiva ma
non volle approfondire. Non importa minimizzò, disinvolto erano
vecchie.
Tra la gente non vidi più la
ragazza, seppi che era andata via per non perdere il suo volo per Zurigo. La luna era
scesa, notai che il cerchio era già largo ed intercettava la traiettoria degli aeroplani
che arrancavano in mezze spirali, guadagnando quota sopra Tessera, pochi chilometri a sud.
Uno ci passò quasi sul bordo e disegnò alla luna un baffo splendente allungato sul nero
profondo.
Alzai il bicchiere. |