| 1 agosto 2005 Egregio sig. Favero,
Lei sarà anche un bravo fumettista e riproduttore mentale di cartoons, ma come
giornalista lascia alquanto a desiderare in termini di correttezza, non solo perché Lei
si dimostra - e non da oggi - un giornalista "militante" e del tutto
"parziale", ma perché travisa volutatamente i fatti sui quali scrive.
La ricostruzione
di certi fatti politici del passato che Lei ha ripreso sul suo sito è grossolanamente e
maliziosamente infondata, scorretta, falsa.
Cominciamo dal primo punto: la vicenda elettorale
del 1990-1992, al termine della quale sono diventato Sindaco. Tutti protagonisti del tempo
sanno che non ho "cospirato" per tirare dalla mia parte 9 consiglieri comunali
sui 18 che la DC aveva allora in Consiglio Comunale. Era invece avvenuto che in seguito
alle elezioni comunali del 1990 ben 10 di quei 18 consiglieri comunali appoggiavano la mia
nomina a Sindaco e che poi per quasi due mesi qualcuno del Partito DC, i cui organi non
vennero mai convocati in quel lasso di tempo, lavorò per spostare un voto a favore del
Sindaco uscente, per cui si giunse all'impasse del 9 a 9. A quel punto la
"staffetta" di metà legislatura tra il precedente Sindaco e il sottoscritto non
avvenne - come Lei erratamente afferma - su mia proposta, né tanto meno per mia
cospirazione, ma su precisa proposta dell'allora consigliere comunale Sergio Sartor
(chieda pure conferma all'interessato, ma se ne ha bisogno io conservo tutto: appunti,
verbali, interviste, articoli di stampa, i suoi compresi).
Secondo punto: la rottura con la Lega a Roncade del
1997, non avvenne per un "articolo non gradito" dei leghisti locali, ma perché
questi avevano diffuso con volantinaggio la richiesta di mie dimissioni. Capisce la
differenza? La tensione del momento con la Lega allora "secessionista"
riguardava più le vicende provinciali che quelle locali. Comunque, avendo due componenti
della Giunta rifiutato di confermarmi per iscritto la loro volontà di insistere o meno
sulla richiesta di mie dimissioni, ritenni più che giusto rimuoverli dall'incarico che
avevo loro affidato, pur con l'angoscia per i buoni rapporti personali che avevo con loro
e che ho comunque mantenuto tali.
Punto terzo. Lei la chiama "manovra"
quella della rottura dell'alleanza tra PPI di Treviso e Lega per la guida
dell'Amministrazione Provinciale di Treviso? Allora Lei ha memoria insufficiente. Non
ricorda che contemporaneamente il PPI uscì dalle maggioranze e provocò la crisi nelle
Province di Verona, Vicenza e Treviso? Lei non ricorda che vi fu un preciso pronunciamento
non tanto del segretario Provinciale PPI di Treviso ma della Direzione Regionale di quel
Partito? Beh... Se non ricorda nemmeno le cose più importanti... allora come credere alle
sue ricostruzioni locali?
Avevamo motivi programmatici più che sufficienti per rompere con la Lega provinciale e
con il Presidente Mazzonetto (per esempio: noi ci opponemmo duramente e pubblicamente
contro la chiusura delle Scuole Professionali trevigiane voluta dai leghisti), ma la
motivazione era d'ordine politico, determinata non - come dicevano i bossiani - dal nostro
Partito nazionale, bensì dal Partito veneto, che valutava impossibile continuare a
collaborare con una Lega divenuta da federalista a secessionista.
Alle elezioni provinciali, poi, non mi sono candidato per mia volontà, come Lei dice, ma
mi vollero candidare i Partiti del Centro Sinistra, in quanto la mia figura garantiva
l'unità del consenso, essendo gradita non solo ai partiti dell'Ulivo ma anche a
Rifondazione: chi fece per primo il mio nome, come punto di coagulo dopo la rinuncia di
Bepi Zanini, fu Zeno Giuliato del PRC. Chiedere per credere. Ovvio che i risultati erano
di una sconfitta già certa in partenza; però, contrariamente a quanto Lei scrive, in
quel momento di massimo apice del consenso alla Lega post campanile di San Marco, i
risultati non furono disprezzabili ed anzi alle ultime elezioni provinciali il direttore
de Il Gazzettino Pietro Ruo ricordò in trasmissione che cinque anni prima al ballottaggio
Sartor aveva avuto un risultato migliore di quello ottenuto da Bottacin.
Quanto al resto del suo articolo, sul mio ruolo
politico, quelli che Lei usa mi sembrano argomenti infantili. Forse Lei, ammestrato ben
bene da chi sospetto io, desidererebbe un mio ritiro dalla vita politica. Se lo scordi. La
politica mi appassiona e ritengo che ogni cittadino dovrebbe dare il suo contributo alla
vita politica locale e nazionale, con idee, scritti, partecipazione, influenza su chi
decide, e così via.
Mi permetta. Mi sembra quasi che Lei mi metta davati agli occhi quel cartello che si
esponeva in certe osterie durante il Fascismo: "QUI NON SI PARLA DI POLITICA".
Per quale motivo io dovrei astenermi dal fare politica? Per fare un piacere a Lei o a chi
Lei ben sa?
In politica, ineffabile signor Favero, vince chi ha idee e proposte strategiche, non chi
si accontenta di manovre o, peggio, si barcamena con una sequela di bugie. E, vista la
carenza attuale di proposte, presumo di avere ancora molto da dire e proporre anche a
Roncade, rigorosamente nel ruolo di Consigliere Comunale che attualmente rivesto e che
intendo esercitare senza accettare di essere zittito da chi tenta di farlo.
Non sono e non sarò né Cospiratore, né congiuratore: queste categorie di persone
spregevoli operano al buio, in segreto. Credo che in molti mi riconoscano il coraggio
delle mie scelte. Molti non le condividono, molti altri sì e questo avviene proprio
perché esse sono sempre state e continueranno ad essere evidenti, pubbliche, alla luce
del sole e - scusi, ma non è poco - assunte collegialmente dai 5 consiglieri comunali che
ora formano il gruppo consiliare di "Roncade Democratica".
Ivano
Sartor |