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Lavoro e

immigrati

   
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Analisi e proposte del centrodx di Roncade sul rapporto tra le aziende del Nordest, la manodopera straniera e i disoccupati di casa nostra
  

 

21 settembre 2004

Non sono un economista e sono dotato ancora di adeguato senso critico per non aver la presunzione di aver trovato le soluzioni giuste in una materia così ostica e complessa. Lascio agli esperti la soluzione. Ma mi permetto di esprimere sull'argomento " lavoro-immigrati" le mie personali e modeste valutazioni.

La locomotiva Nord-Est da più parti viene descritta in rallentamento od addirittura quasi ferma. Il problema è l'aver vissuto troppo a lungo sugli allori economici raggiunti cadendo anche qui nel problema strutturale fondamentale dell'economia italiana che è il " deficit di innovazione".
L' economia italiana, e non solo, è in una situazione di stagnazione che si può ritenere verosimile preludio di un periodo di crisi che se è vero che oggi non è ancora così evidente, come afferma Tomat il presidente di Unindustria, entro breve ci sarà.
Non ritengo, quindi, assolutamente prematuro, né tantomeno allarmistico, parlare oggi dei problemi che verranno. Anzi oggi forse gli animi sono ancora disponibili ad un proficuo confronto.
Da non esperto mi permetto solo alcune riflessioni.

1.     Così stando le cose, sia dal punto di vista legislativo che da quello fiscale, e quello economico ( mi riferisco alle enormi diversità del costo del lavoro rilevabili nel mondo, vedi Cina dove si lavora 16 ore al giorno ad un costo 10 volte inferiore al resto del mondo: e ciò sarà altamente destabilizzante in un'economia di mercato globalizzata ), risulta praticamente inevitabile il processo di delocalizzazione tanto che oggi in alcuni settori industriali è ormai strutturale;

2.     Molti extra-comunitari hanno trovato un posto di lavoro in virtù di due fattori in particolare. Da una parte la convenienza fiscale degli industriali che hanno occupato con contratti a termine ( da dati Unindustria 2/3 dei contratti sono a termine); e su questo non trovo nulla da eccepire perché avvenuto in osservanza della legge; dall'altra il disinteresse progressivamente comparso nei lavoratori italiani ad occupare posti di lavoro di livello inferiore ( e questo atteggiamento è la diretta conseguenza di un relativo benessere generale raggiunto negli ultimi anni che ha tolto a molti il senso di necessità che un tempo è stato il carburante dei nostri nonni e dei nostri padri e che ha portato il Nord-Est ad essere per anni la famosa locomotiva economica d'Italia. Ma ricordiamo che una vera crisi farà tornare improvvisamente graditi anche quei posti ora ritenuti umili).

3.     In questa realtà hanno trovato inserimento nel mondo del lavoro italiano ed in particolare nostrano, un numero elevato di persone extra-comunitarie che in virtù di questa stabilizzazione economica si sono nel frattempo integrate sempre di più al punto che molti ormai forti di uno stipendio stabile, ancorché modesto, hano messo su casa e famiglia con tutte le spese che ciò comporta ( e quindi con la necessità come tutti di mantenere il livello raggiunto).

Dobbiamo quindi pensare che vi è stato un tempo in cui il mondo industriale ha potuto utilizzare forza lavoro di questo tipo. Su questo, lo ripeto, non trovo nulla da eccepire perché è avvenuto nel rispetto di regole e Leggi dello Stato.
Ma oggi crisi economica e delocalizzazione non regolata produrranno disoccupati specie tra gli extra-comunitari cioè sull'anello più debole ( con un rischio concreto di accentuazione della criminalità che a sua volta potrà innescare ulteriori motivi di instabilità sociale anche con risvolti xenofobi accentuati). Sarà quindi necessario trattare questo argomento non solo con l'occhio dell'economista, ma anche e forse ancor di più, con una particolare attenzione alle ricadute sociali.
Appare troppo semplificato l'argomento " quote di rientro ".
Gli aspetti di cui si dovrà tener conto sono sicuramente molteplici ( non ultimo la tutela di valori ed identità storiche ed economiche nostrane). Mi permetto di fare alcuni cenni:

1.     Aggiornamento degli studi su flussi di ingresso ed uscita nel mondo del lavoro ed in generale dei flussi migratori;

2.     Dovrà essere in qualche modo indirizzata, controllata, regolata la delocalizzazione. A me viene una sciocca idea : una delle regole potrebbe essere di prevedere la possibilità per il lavoratore/ obbligo per la ditta di occupare nella nuova sede delocalizzata un certo numero di dipendenti già presenti in Italia;

3.     Istituzione del cosiddetto " ufficio di collocamento internazionale" che sarebbe in perfetta sintonia con l'art 23 della Bossi-Fini ( attuazione in via sperimentale di un sistema misto pubblico-privato che regoli ed indirizzi il flusso nei paesi che esprimono il maggior numero di lavoratori );

4.     Realizzazione di interventi Provinciali, Regionali e Statali che permettano la qualificazione ed il raggiungimento di professionalità nei paesi d'origine;

5.     Favorire lo sviluppo delle nostre industrie all'estero ( vado perché c'è un mercato e non perché costa meno);

6.     Favorire ed incentivare la ricerca e l'innovazione e riqualificazione delle strutture;

7.     Fondamentale sarà il corretto, continuo confronto tra mondo industriale e scuole professionali con particolare riguardo a corsi di formazione e perfezionamento indirizzati agli extra-comunitari ( è un concetto economico indiscutibile : il prodotto di qualità, il cosiddetto made in Italy è la nostra forza ma richiede specifiche qualifiche );

8.     Non ci si dimentichi che mondo del lavoro vuol dire anche donne ( asili nido ecc.) e giovani;

9.     Tutto questo dovrà essere affrontato tenendo conto degli aspetti sociali del problema e senza demagogie inconcludenti, come in questi giorni troppo spesso ci tocca di ascoltare o leggere, ma con pragmatismo e realismo per raggiungere l'equilibrio e quindi la soluzione tra due valori a confronto: l'immigrato che è innanzitutto una persona, e non solo due braccia/lavoro, e che oggi, a fatica, sta percorrendo la strada dell'integrazione, e la nostra cultura e le nostre capacità di produrre reddito ed economia che devono essere rispettate, rivitalizzate, protette.

Il lavoro è il cardine su cui si fonda la nostra Costituzione. E' quindi un dovere costituzione raggiungere per tutti questo traguardo
La democrazia si basa, come diceva de Tocqueville, su due concetti: Libertà ed Uguaglianza. Ma spesso gli uomini amano l'uguaglianza assai più della libertà ( senza pensare che si può essere uguali in stato di schiavitù) e troppo spesso non comprendono il concetto di uguaglianza che non vuol dire che il valore di una persona onesta è pari a quello di una persona disonesta, ma che si riferisce al concetto di uguaglianza giuridica: " la legge è uguale per tutti ".
Sulla base di ciò una società potrà definirsi democratica, nelle svariate realtà etniche , religiose, culturali, economiche , quando riuscirà a rispettare questi principi attraverso la certezza del diritto e nel rispetto di ogni individuo, con leggi chiare e rispettate che aiutino l'uomo specie nei momenti di difficile convivenza.

A nome del gruppo di Opposizione di Roncade:
Coerenti nel Cambiamento - Polo per Roncade - Lega Veneta                                                                     Consigliere Guido Zerbinati