| 11 giugno 2004 LETTERA APERTA A WEBMASTER LITIGIOSI
Cari amici webmaster, leggo con
molta simpatia la vostra battaglia da supertecnici sulle visite
reali - o presune tali - dei siti di cui vi prendete cura e mi chiedo, sinceramente, se
fate sul serio.
La vostra disputa mi riporta con la memoria a quel
"leggendario" triennio 1999-2001 in cui i titoli di borsa impazzirono per i
titoli telematici, quando, cioè, sembrava che Internet fosse diventata un cilindro senza
fondo da cui la finanza di tutto il mondo estraeva conigli dal pelo d'oro, con la miopia
completa degli analisti. Chi osava sollevare qualche perplessità veniva preso a male
parole e intanto la bolla aumentava. Quando scoppiò, con decine di migliaia di persone
lasciate per strada in tutto l'occidente tecnologico, finalmente qualcuno riconobbe la
terribile sbornia.
Erano gli anni, ricordate?, in cui fiorivano rivoluzioni
nei codici ogni settimana, gli anni di E-Tree, di Dada, di Kataweb, di squadroni di
ragazzetti freschi di università che, ancora con la faccia piena di brufoli, erano
convinti di diventare presto ricchissimi. Gli anni del famigerato quanto inutilissimo
"Flash". Non è passato un secolo.
Ebbene, chi scrive usa internet dal 1993, quando un
abbonamento costava 500 mila lire l'anno, i modem erano a 14.400 bps e il 98% dei siti era
scritto in inglese. Gli utenti, in un paese come Roncade, non arrivavano probabilmente a
10 unità. Da subito, con un gruppetto di colleghi giornalisti del Veneto, iniziammo a
ragionare su come poter utilizzare il nuovo mezzo per veicolare l'informazione
giornalistica. Con la posta elettronica o le prime versioni di messenger tipo Irc
discutevamo per ore sul concetto di ipertesto, sulla potenza del "clic" sopra un
link, sulle forme di scrittura, sull'uso delle immagini, sulla dimensione e sul tipo di
carattere da usare, sull'immaginario utente di domani.
Scrivere su internet è diverso da scrivere per un
quotidiano, per la radio, per un'agenzia o per la Tv e bisognava capire come fare. In
qualche modo, anche grazie a contatti con docenti universitari di semantica o esperti di
comunicazione, un modello fu elaborato, anche se, ovviamente, eravamo consapevoli che ci
sarebbe stata una evoluzione continua. Alcuni colleghi di quel gruppetto originario, tra
cui il sottoscritto, per uscire dalla speculazione teorica provarono a mettere su un sito
dedicato all'informazione per il pubblico generico. Nel 1999 nacque, così, Roncade.it,
una comunità locale era infatti un bacino ideale per la sperimentazione. Tutto quello che
sapevamo è quel po' di html - che basta e avanza - più una infarinatura tecnica minima,
giusto per inserire, se occorre, qualche script di Java. Le macchine non andavano
oltre i Pentium 60, all'occorrenza anche 486, processori che personalmente uso
tranquillamente a tutt'oggi senza sentirmi limitato.
Il resto fu solo paziente lavoro di gomito. Ricerca della
notizia, elaborazione, scrittura, corse a destra e sinistra per le foto con le prime
macchinette digitali. Otto visite al giorno era la media di Roncade.it nel 1999,
mentre i ventenni brufolosi maghi dei codici dicevano che stavano diventanndo
ricchi.
Abbiamo avuto pazienza, i loro siti da fuochi d'artificio
hanno vissuto qualche mese. Poi non li ha guardati più nessuno perchè dentro non c'era
scritto nulla. Ecco il punto, i contenuti.
Ora, è ovvio che se Roncade.it fa 60/70 contatti al giorno
io non possa che prenderlo come una semplice attività a cavallo tra il passatempo e la
ricerca. Reddito non ne produce. Però le pagine fatte sono più di 600 e sta in piedi da
quasi cinque anni.
Cari webmaster, della vostra capacità non dubito. Però
chiedetevi che ne sarà dei vostri rispettivi siti ad elezioni finite.
Il candidato vincitore saprà trasformarlo in un vero
veicolo di informazione e di servizio incaricando seriamente - e stipendiando, of course -
una redazione con il compito di curare le relazioni con i lettori? Tanto per fare un
esempio, come fa il Comune di Mogliano?
Il candidato che finisce all'opposizione saprà, dal
suo spazio web, fare della vera controinformazione, intercettando gli umori della
cittadinanza e mettendo una notizia fresca e originale almeno una volta la settimana?
Tanto per fare un esempio, come avviene a Villorba?
Se così non sarà a che serve questo scontro di sigle e
acronimi su un'ipotetica platea di lettori-simpatizzanti?
Scusate se mi sono permesso.
Gianni
Favero |