| 31 ottobre 2004 Non c'è cosa più difficile, probabilmente,
di provare a mettere in campo su un territorio un disegno di pianificazione concertata.
Lo si chiami piano strategico, marketing territoriale o come si vuole, il
dna è lo stesso.
Roncade ci sta provando, se non si capisce a far
cosa è perfettamente normale perchè anche chi, da anni, osserva queste nuove forme di
declinazione della democrazia ha brancolato prima a lungo in una selva di termini nebulosi
nel tentativo di digerire un qualche significato tangibile del processo. Modello che,
tanto per cambiare, abbiamo inziato ad importare solo adesso da dinamiche di progettazione
strategica, generalmente di aree metropolitane, in atto in molte città del mondo
occidentale, dagli Usa all'Europa del Nord.
Per usare un'allegoria, concertare su un progetto di
futuro significa cercare di fare in modo che tutti coloro che si chiamano
"attori" o "stakeholders" (portatori di interessi) - cioè
protagonisti della vita economica (industriali, artigiani, commercianti, agricoltori,
banche, etc), sociale (sindacati, associazionismo), della formazione (scuole,
università), delle istituzioni e della cultura in senso ampio - inizino a rendersi conto
di essere non più sistemi autonomi ma semplici ingranaggi. L'orologio da far funzionare
è la società che ci si è immaginati, il sistema di vita che - tutti d'accordo o almeno
a maggioranza qualificata - si è stabilito di adottare come obiettivo.
Gli ordini di problemi che qui si pongono sono
molti.
Il primo è quello di definire l'ambito. Nel nostro
caso non si può parlare di Roncade come se fosse un'isola nel mare. Ci sono altri orologi
e altri ingranaggi ai confini del territorio, c'è un piano strategico provinciale,
ci sono gli scenari stabiliti a livello regionale - la mancata definizione di uno statuto
certo non aiuta ad individuare riferimenti certi - per non parlare delle grandi incognite
su base nazionale collegate ai maneggiamenti della Carta Costituzionale e, per essere più
pedestri, alle incertezze sulla disponibilità di risorse. Tutto si concatena.
Il secondo sta nel definire i soggetti da invitare
attorno al classico tavolo. Quanti sono i portatori di interesse in un comune come questo?
Come è possibile identificare una rappresentanza per ciascuna sfera di attori? In che
modo, una volta superato lo scoglio, si possono articolare dei dibattiti allo stesso tempo
separati e correlati?
Il terzo è quello di fare sintesi senza produrre
documenti pieni di astrazioni. Il che, invece, avviene sempre. Pagine e pagine ricche di
parole con l'accento sulla a (progettualità, sostenibilità, complementarietà,
cantierabilità, etc) o che finiscono in "ione" (di tutte la più insulsa è
"implementazione", nessuno ha mai spiegato cosa vuol dire, sul vocabolario in
genere non la si trova. In ogni caso se la si sostituisce con "innesto" di
solito il concetto fila meglio).
Personalmente ho coordinato, il mese scorso, a Mestre, una tavola rotonda
pubblica sul piano strategico dell'area metropolitana di Venezia. Per 90 minuti ho
invitato gli otto relatori a parlare di "cose che si toccano" ma con un effetto
deludente.
Il quarto è il parassitismo di chi rema contro,
soggetti che in questo caso hanno una fortuna particolare perchè di fronte ad una
maggioranza di interlocutori incapace di comprendere è facile dire che è una cosa che
non serve a nulla, che si buttano i soldi. La sfida è quella di dimostrare il contrario
o, almeno, di seminare qualche utile dubbio.
Il quinto, che in realtà è il primo per
importanza perchè è l'elemento decisivo, è la presenza di una classe dirigente. Che
vuol dire classe dirigente? Vuol dire una squadriglia di uomini e donne che provengono
dalle istituzioni, dal mondo economico, dalle associazioni e da qualsiasi ambito in cui si
svolga un'attività intellettuale che abbiano un senso di appartenenza al territorio e che
sappiano parlare. Soprattutto, che possano parlare, che siano loro dati spazi,
incoraggiamento e valore nel senso più laico dei termini.
Quest'ultimo è compito e dovere esclusivo del
sindaco, in quanto titolare della proposta lanciata ieri da villa Giustinian. Ha fatto
bene, ha avuto coraggio, se ci sono state sbavature è del tutto fisiologico. Non importa
neanche quanti soldi siano stati spesi. Meglio qui che in dieci sagre o rinfreschi stitici
per mostre di quadri di molto dubbia qualità.
Adelante, sindaca, basta che adesso non fai la
buttigliona.
Gianni
Favero
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| 2 novembre
2004 PROGETTIAMO IL
NOSTRO FUTURO
Sabato 30 Ottobre nel castello di Roncade si è parlato di prospettive per il nostro
comune.
Un convegno di esperti per illustrare il cammino fin qui fatto nell'ambito del Piano
Strategico della Provincia di Treviso in collaborazione con la Camera di Commercio,
focalizzando le problematiche e le aspettative delle realtà roncadesi.
Molte le presenze, ma ahimè, anche tante assenze che giudico riprovevoli.
Probabilmente sentir parlare di "marketing territoriale" può indurre a pensare
alle solite fumose conferenze, ma non è così, si tratta di un nuovo modo di fare
politica su questioni e tematiche tradizionalmente non governate dalle autonomie locali.
Definizione: il marketing territoriale contribuisce a rendere l'offerta locale di
infrastrutture e le opportunità di sviluppo, il più competitive possibili rispetto alle
esigenze della domanda (famiglie e imprese), ed è finalizzato a valorizzare le diverse
componenti del territorio: il patrimonio dell'area urbana; determinati servizi o prodotti
(di natura collettiva) offerti a livello territoriale; le infrastrutture e lo sviluppo
immobiliare; gli incentivi all'insediamento di imprese esterne, il sostegno allo sviluppo
esterno a favore di imprese locali; la crescita dell'offerta turistica; la progettazione e
la realizzazione di grandi eventi di forte impatto economico, sociale e culturale; gli
interventi per la formazione delle risorse umane.
Certamente sabato non si poteva decidere nulla, era semplicemente un momento di ascolto,
un'occasione per evidenziare determinate esigenze e lanciare qualche proposta su cui
lavorare, ma per alcune "menti critiche" è stata una
mancata opportunità per un percorso condiviso.
Sarà stato per un gap culturale o una posizione di comodo?
Per più di qualcuno probabilmente è meglio, molto meglio continuare a polemizzare a mo'
di comari al mercato, come ad esempio nell'ultimo volantino dei Coerenti (?), sic.
Ribadisco: Roncade si merita qualcosa di meglio.
Rimbocchiamoci le maniche.
Ossequi.
Luciano Damelico
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