AL FINE DEL
CAMMIN
Nel tardo pomeriggio il venerabile vecchio scendeva a passi misurati dal colle, diretto ad
Arquà. La giornata estiva era stata lunga e proficua; egli l'aveva trascorsa passeggiando
tra i faggi e i castagni del Ventolone, sostando di quando in quando a rimirare in
lontananza i turgidi seni dei colli Euganei e conversando amabilmente con il suo Virgilio.
Passando davanti all'oratorio della Trinità si segnò devotamente; diede un'occhiata
distratta agli stemmi dei reggitori orgogliosamente effigiati nella Loggia dei Vicari:
vanitas vanitatum, si sorprese a pensare, lui che aveva inseguito per tutta la vita la
fama e la gloria imperitura. La sua casa, edificata sulla parte alta del villaggio, era
immersa nel verde, stretta fra un oliveto e una piccola vigna dalla quale egli traeva
poche bigonce di vino chiaretto, bastevoli a ricordargli il dolce suolo della Provenza.La fantesca lo aspettava con una certa apprensione: da alcuni giorni ser
Petrarca non stava bene e anche quella sera quasi non toccò cibo. Pensava la brava donna:
"E stanchezza dovuta agli strapazzi; un uomo della sua età, andarsene in giro tutto
il santo giorno da solo, per fare cosa, poi?" e finì che lo rimproverò dolcemente
per questa frenesia di inselvatichirsi nei boschi con l'unica compagnia di un libro
consunto dall'uso.
L'uomo abbozzò: le era grato per l'antica sollecitudine ma
desiderava continuare a gestire la sua vita come sempre aveva fatto; si sorprendeva
qualche volta e considerare che la serva lo trattava come un bambino, eppure non era più
vecchia di lui. Fu tentato di spiegarle: solo e pensoso i più deserti campi / vo
misurando a passi tardi e lenti, ma non credeva che l'avrebbe compatito per questo.
Il Mont Ventoux: quella si era stata una bravata. Le
raccontò l'avventurosa ascesa su quella cima la cui prossimità al cielo superava quella
dell'Elicona, consacrata ad Apollo e alle Muse: la fantesca scuoteva la testa, ignara di
simili fantasticherie e piuttosto incline a considerarle bizzarrie senili del padrone. Il
quale, riconciliato da quella ostentazione di devota ignoranza e per nulla spazientito, le
ordinò di accendere la lampada e poi la congedò.
* * *
Lo prese uno stordimento improvviso e si sentì mancare per
un tempo breve, almeno così gli parve: ma forse non udì tutti i rintocchi scanditi dalla
torre della chiesa parrocchiale. Sentendosi preda di un inconsueto torpore si coricò. La
notte era chiara e odorosa, declinava il giorno diciannove del mese di luglio dell'anno
del Signore 1374; l'indomani il battezzato Francesco Petracco avrebbe compiuto esattamente
settant'anni.
Al fine del cammin di nostra vita chiosò il poeta,
parafrasando l'Alighieri: quindi, come succede nelle ricorrenze importanti, gli venne
spontaneo tirare le somme di un'esistenza fuori del comune.
Aveva molto viaggiato, partendosi dalla nativa Arezzo,
concretamente attingendo varie regioni dell'Europa e perfino dell'Africa. Aveva conosciuto
tanta gente: re principi e cardinali, sebbene in pochi luoghi si fosse ritrovato come a
casa propria e poche persone avesse veramente amato. Fra tutti i Paesi nei quali aveva
soggiornato uno in particolare egli considerava la sua vera patria, ed era qui e ora. Ma i
ricordi più cari lo legavano altrove: dolce Provenza, splendida Avignone, fausta
giovinezza!
Il cuore traboccò di pensieri dorati, mondati dalla ganga
delle passioni e delle delusioni: lo riconosceva - ne era grato a quel Dio al quale s'era
pur consacrato - era vissuto a sazietà. Come tornava attuale e consono all'ora il peana
di ringraziamento: già s'io trascorro il ciel di cerchio in cerchio / nessun pianeta a
pianger mi condanna.
* * *
La rivide viva nel sogno - o nel delirio - al suo primo
apparire; era un giorno d'aprile e lui, Francesco, poco più che ventenne, si apriva agli
incantamenti dell'amore; nel grande seno della Valchiusa la conca della fonte chiara
accoglieva le forme della donna come la conchiglia la perla radiosa: erano i capei d'oro a
l'aura sparsi / che 'n mille dolci nodi li avolgea
O cortese misura della terrena caducità! Ché subito, ecco, nel sogno - nel delirio - (ma
fu ben vera cosa un tempo) Laura era morta, rapita dalla peste rabida: reclinava il
pallido capo sedendo sotto un pesco leggiadro; da' bei rami scendea (dolce ne la memoria)
una pioggia di fior sovra il suo grembo. I versi echeggiarono muti nella coscienza
evanescente dell'antico cantore. Li andava declamando all'angelica creatura (non ancora
dismesso l'aspetto gentile) l'amico più caro, che a lei s'accompagnava: Ed ella si sedea
/ umile in tanta gloria / coverta già de l'amoroso nembo: / qual fior cadea su' lembo /
qual su le treccie bionde / ch'oro forbito e perle / eran quel dì a vederle
Vanitas vanitatum.
Giovanni - ascoltò se stesso parlare al giovane Colonna -
ricordi come di madonna ti narrai e di come bella apparia negli occhi ardenti? Non udì
però suoni di rimando: gli parve invece che la chiara valle si dilatasse fino a
travalicare i confini dell'orizzonte; il volto di Laura raggiò come il sole, poi la donna
volse lo sguardo su di lui e, allontanandosi, divinamente gli sorrise.
Il malessere crebbe e il vecchio fluttuò nella stanza in penombra, svaporò oltre la
siepe di bosso, presenziò alla cerimonia in Campidoglio: un serto di alloro gli cingeva
il capo, stringeva le infule che gli incorniciavano il viso.
Madonna Laura era fra i presenti ma quasi in fondo alla sala, confusa nell'ondeggiare
delle toghe preteste; si sforzò di richiamarne l'attenzione ma lei si eclissò nella
folla, gli rimase malinconicamente impressa nella mente l'immagine del lembo azzurro della
sua veste che scivolava fra i gravi Senatori che facevano ala al suo passaggio.
Il Poeta spostò lo sguardo su quelli che lo acclamavano,
poi domandò loro se la gloria sarebbe stata imperitura; e non fu in grado di specificare
se intendeva quella della bellezza o quella della poesia. Il decano sorrise e proclamò:
confermando di fronte all'assemblea che Francesco aveva riconosciuto nella donna la scala
al Fattore e nell'amore il principio delle universe cose, rispose affermativamente ad
entrambe le questioni.
Chissà se Laura si sarebbe confidata con Beatrice.
Una fredda lama gli trapassò il cranio canuto e gli
sottrasse gli ultimi residui della consapevolezza. Dalla torre della parrocchiale si
diffusero nella notte quieta dodici lenti rintocchi.
Bruno Lorenzon |