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Una penna

virtuosa

   
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Bruno Lorenzon 2° al premio letterario nazionale "Arquà Petrarca"
  

 

16 giugno 2003

Importante riconoscimento letterario per Bruno Lorenzon.

La Giuria del premio nazionale "Arquà Petrarca" XIII edizione ha premiato la sua opera "Al fine del cammin...", classificato al 2° posto per la sezione "Un racconto breve inedito".

La cerimonia di premiazione è fissata per il 29 giugno, alle 10,30, nell'oratorio della SS. Trinità, ad Arquà (Padova).

     
AL FINE DEL CAMMIN…

Nel tardo pomeriggio il venerabile vecchio scendeva a passi misurati dal colle, diretto ad Arquà. La giornata estiva era stata lunga e proficua; egli l'aveva trascorsa passeggiando tra i faggi e i castagni del Ventolone, sostando di quando in quando a rimirare in lontananza i turgidi seni dei colli Euganei e conversando amabilmente con il suo Virgilio. Passando davanti all'oratorio della Trinità si segnò devotamente; diede un'occhiata distratta agli stemmi dei reggitori orgogliosamente effigiati nella Loggia dei Vicari: vanitas vanitatum, si sorprese a pensare, lui che aveva inseguito per tutta la vita la fama e la gloria imperitura. La sua casa, edificata sulla parte alta del villaggio, era immersa nel verde, stretta fra un oliveto e una piccola vigna dalla quale egli traeva poche bigonce di vino chiaretto, bastevoli a ricordargli il dolce suolo della Provenza.

La fantesca lo aspettava con una certa apprensione: da alcuni giorni ser Petrarca non stava bene e anche quella sera quasi non toccò cibo. Pensava la brava donna: "E stanchezza dovuta agli strapazzi; un uomo della sua età, andarsene in giro tutto il santo giorno da solo, per fare cosa, poi?" e finì che lo rimproverò dolcemente per questa frenesia di inselvatichirsi nei boschi con l'unica compagnia di un libro consunto dall'uso.

L'uomo abbozzò: le era grato per l'antica sollecitudine ma desiderava continuare a gestire la sua vita come sempre aveva fatto; si sorprendeva qualche volta e considerare che la serva lo trattava come un bambino, eppure non era più vecchia di lui. Fu tentato di spiegarle: solo e pensoso i più deserti campi / vo misurando a passi tardi e lenti, ma non credeva che l'avrebbe compatito per questo.

Il Mont Ventoux: quella si era stata una bravata. Le raccontò l'avventurosa ascesa su quella cima la cui prossimità al cielo superava quella dell'Elicona, consacrata ad Apollo e alle Muse: la fantesca scuoteva la testa, ignara di simili fantasticherie e piuttosto incline a considerarle bizzarrie senili del padrone. Il quale, riconciliato da quella ostentazione di devota ignoranza e per nulla spazientito, le ordinò di accendere la lampada e poi la congedò.   
* * *

Lo prese uno stordimento improvviso e si sentì mancare per un tempo breve, almeno così gli parve: ma forse non udì tutti i rintocchi scanditi dalla torre della chiesa parrocchiale. Sentendosi preda di un inconsueto torpore si coricò. La notte era chiara e odorosa, declinava il giorno diciannove del mese di luglio dell'anno del Signore 1374; l'indomani il battezzato Francesco Petracco avrebbe compiuto esattamente settant'anni.

Al fine del cammin di nostra vita chiosò il poeta, parafrasando l'Alighieri: quindi, come succede nelle ricorrenze importanti, gli venne spontaneo tirare le somme di un'esistenza fuori del comune.

Aveva molto viaggiato, partendosi dalla nativa Arezzo, concretamente attingendo varie regioni dell'Europa e perfino dell'Africa. Aveva conosciuto tanta gente: re principi e cardinali, sebbene in pochi luoghi si fosse ritrovato come a casa propria e poche persone avesse veramente amato. Fra tutti i Paesi nei quali aveva soggiornato uno in particolare egli considerava la sua vera patria, ed era qui e ora. Ma i ricordi più cari lo legavano altrove: dolce Provenza, splendida Avignone, fausta giovinezza!

Il cuore traboccò di pensieri dorati, mondati dalla ganga delle passioni e delle delusioni: lo riconosceva - ne era grato a quel Dio al quale s'era pur consacrato - era vissuto a sazietà. Come tornava attuale e consono all'ora il peana di ringraziamento: già s'io trascorro il ciel di cerchio in cerchio / nessun pianeta a pianger mi condanna.

* * *

La rivide viva nel sogno - o nel delirio - al suo primo apparire; era un giorno d'aprile e lui, Francesco, poco più che ventenne, si apriva agli incantamenti dell'amore; nel grande seno della Valchiusa la conca della fonte chiara accoglieva le forme della donna come la conchiglia la perla radiosa: erano i capei d'oro a l'aura sparsi / che 'n mille dolci nodi li avolgea…
O cortese misura della terrena caducità! Ché subito, ecco, nel sogno - nel delirio - (ma fu ben vera cosa un tempo) Laura era morta, rapita dalla peste rabida: reclinava il pallido capo sedendo sotto un pesco leggiadro; da' bei rami scendea (dolce ne la memoria) una pioggia di fior sovra il suo grembo. I versi echeggiarono muti nella coscienza evanescente dell'antico cantore. Li andava declamando all'angelica creatura (non ancora dismesso l'aspetto gentile) l'amico più caro, che a lei s'accompagnava: Ed ella si sedea / umile in tanta gloria / coverta già de l'amoroso nembo: / qual fior cadea su' lembo / qual su le treccie bionde / ch'oro forbito e perle / eran quel dì a vederle…
Vanitas vanitatum.

Giovanni - ascoltò se stesso parlare al giovane Colonna - ricordi come di madonna ti narrai e di come bella apparia negli occhi ardenti? Non udì però suoni di rimando: gli parve invece che la chiara valle si dilatasse fino a travalicare i confini dell'orizzonte; il volto di Laura raggiò come il sole, poi la donna volse lo sguardo su di lui e, allontanandosi, divinamente gli sorrise.
Il malessere crebbe e il vecchio fluttuò nella stanza in penombra, svaporò oltre la siepe di bosso, presenziò alla cerimonia in Campidoglio: un serto di alloro gli cingeva il capo, stringeva le infule che gli incorniciavano il viso.
Madonna Laura era fra i presenti ma quasi in fondo alla sala, confusa nell'ondeggiare delle toghe preteste; si sforzò di richiamarne l'attenzione ma lei si eclissò nella folla, gli rimase malinconicamente impressa nella mente l'immagine del lembo azzurro della sua veste che scivolava fra i gravi Senatori che facevano ala al suo passaggio.

Il Poeta spostò lo sguardo su quelli che lo acclamavano, poi domandò loro se la gloria sarebbe stata imperitura; e non fu in grado di specificare se intendeva quella della bellezza o quella della poesia. Il decano sorrise e proclamò: confermando di fronte all'assemblea che Francesco aveva riconosciuto nella donna la scala al Fattore e nell'amore il principio delle universe cose, rispose affermativamente ad entrambe le questioni.
Chissà se Laura si sarebbe confidata con Beatrice.

Una fredda lama gli trapassò il cranio canuto e gli sottrasse gli ultimi residui della consapevolezza. Dalla torre della parrocchiale si diffusero nella notte quieta dodici lenti rintocchi.

Bruno Lorenzon