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"Diario bellico" di monsignor Romano Citton Roncade,
parrocchia della diocesi di Treviso che sorge tra il fiume Sile ed il sacro Piave, avente
una popolazione di circa 3 mila abitanti, capoluogo di Comune, piccolo centro di vita
delle cinque frazioni formanti un unico Comune ed i villaggi limitrofi, con un mercato al
lunedì, due agenzie bancarie, due farmacie, vasti magazzini ammassi cereali, luce,
telegrafo, telefono, caserma RR carabinieri, visse di una vita ognora serena e tranquilla
fino all'alba dell'armistizio.

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Alcuni
ufficiali del Pnf roncadese |
Prima
dell'armistizio esisteva qui il PNF (Partito Nazionale Fascista), retto da persone in gran
parte equilibrate, e non dette mai ad alcuno seria preoccupazione. Comprensione, rispetto
reciproco, formavano la norma del quieto vivere di benessere e di pace. Dopo l'armistizio,
e specie dopo l'8 settembre, per l'infelice Roncade cominciarono giorni i più neri ed i
più dolorosi che pastore e figli possano mai immaginare, ed il ricordo di essi, delle
stragi, degli assassinii e della inaudita barbarie perpetrate contro il più elementare
sentimento di umanità, rimarrà indelebile in ogni mente e in ogni cuore.
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Creata la
ceca fascista si incominciarono le sedute, le assemblee, le denunce, ed una lotta sorda,
maligna, sospettosa contro tutti e contro tutto, che in qualche modo si credeva fosse
antifascista. Nella vicina parrocchia di san Cipriano pullulava una congrega comunista e
antifascista. Individuate persone e località in una notte oscura venne assalita,
circondata e minacciata.
Gli adepti scapparono alla macchia, disperdendosi per la campagna. I repubblichini
entrarono nella casa, la spogliarono e si impadronirono della biciclette ritornando
trionfanti con le spoglie dei comunisti. Piccola favilla, gran fiamma feconda.
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Era il 25
luglio, sagra della piccola frazione di San Giacomo di questa parrocchia, la solennità si
svolse in un'atmosfera di vera mestizia. Persino una sgangherata giostra rimase inattiva.
Verso sera fui avvertito che si tramava alla vita del buon sacerdote.
Inviai subito un veloce ciclista consigliando la fuga in casa Donadel, casa sperduta in
mezzo ai campi. Io poi lo raggiunsi con la mia cavallina.
Il buon don Ernesto era in lacrime e con lui piangevo io.
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