Domenica scorsa ci
saranno state sì e no cinquanta persone alla commemorazione del Quattro novembre, ai
piedi del monumento ai Caduti di Roncade.
Cinquanta persone e non un solo giovane a parte, certo, la figura istituzionale del
Sindaco dei Ragazzi.
Eppure non mancano i motivi per ricordare quel giorno, né per stringerci attorno a quella
scultura. E non si tratta solo di rendere il solito omaggio annuale alle Forze Armate,
anzi.
Si tratta della nostra storia. Il 4 novembre 1918 l'armistizio di villa Giusti segnò la
vittoria dell'Italia, nella Grande Guerra, contro l'impero austroungarico e la fine dei
sacrifici e delle paure che anche molti abitanti delle nostre contrade dovettero
sopportare. Il Grappa, il Piave, Vittorio Veneto sono i luoghi principali e quasi
leggendari d'una avventura inaudita e drammatica che anche Roncade ha vissuto
intensamente.
Si tratta dei nostri morti. Sulla "Pietà laica" scolpita da Libero Andreotti,
dapprima piansero i tanti roncadesi (tutti?) cui la guerra aveva portato via almeno una
persona cara, figlio fratello padre marito o fidanzato che fosse. Col tempo, da
"luogo del lutto" il monumento si trasformò in luogo della memoria. Servì a ricordare tutti i roncadesi morti in tutte le guerre, da qualunque
parte avessero combattuto. Divenne il simbolo di un drammatico passato comune, punto
cardinale della nostra identità.
Anche le cinquanta persone che ho contato domenica sono un simbolo (e potrei portarne
altri), che rappresenta però qualcosa d'altro. Dice che abbiamo seguito rotte sbagliate.
Dice che stiamo perdendo la nostra identità, di qualunque cosa essa sia fatta.
Dovremmo essere una comunità, e rischiamo di diventare una lista di residenti, meteore
che ogni tanto passano per lo stesso posto. Rischiamo di crescere giovani innamorati
sempre dell'altrove.
L'errore è grande, e ne siamo responsabili in tanti: gli amministratori che hanno creduto
e credono siano sufficienti poche iniziative culturali per colmare una lacuna sempre più
grande; la scuola, che non trova il tempo per raccontare almeno qualche avvenimento di
"storia locale", o per portare le classi a visitare i nostri luoghi della
memoria; io stesso e quelli come me, che progettano associazioni culturali che parlino
anche delle nostre radici e poi rimandano sempre.
L'errore è grande sì, ma forse non ancora irrimediabile. Forse potremmo davvero
ricostruire tutti assieme- amministratori, insegnanti, studiosi, innamorati di Roncade,
semplici curiosi grandi e piccoli- mattone dopo mattone quel senso d'appartenenza ad una
terra e a una storia comuni che si sta ormai sfaldando. Basterebbe forse un inizio
qualsiasi.
Magari basterebbe che questo mio sfogo avviasse un
dibattito anche piccolo, anche acceso e, chissà, potremmo tornare sui nostri passi e, col
tempo, ritrovare la strada buona.
Nicola Bello
|