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Roncade sono arrivata nel dicembre del 1940, il giorno di Santa Lucia. Sono arrivata qui
la sera, alle otto e mezza, era buio pesto, ero partita alle sette del mattino da Verona.
Avevo viaggiato da sola in un treno pieno di soldati. Il segretario mi aveva istruito sui
treni che avrei dovuto prendere da Verona a Mestre. Una volta a Mestre ho chiesto quale
fosse il treno per Quarto dAltino ed un capitano mi ha aiutato a sollevare la
valigia ordinando ad un soldato di cedermi il posto. Il capitano aveva un braccialetto con
limmagine della Madonna.
A Quarto dAltino ho trovato un
pullman privato di Renato Golfetto.
Questo signore mi ha accompagnato
personalmente alla Scuola Materna e ha suonato. Si è affacciata Suor Carmelinda ed ha
chiesto: "Chi è?". "E una vostra sorella", ha risposto
Golfetto, ed allora la religiosa è scesa a ricevermi. A Roncade allora cerano 5
suore, ma i nomi mi sfuggono... mi ricorso suor Cirenia, suor Lisangela...
Suor Cirenia stava per partire tra i
soldati, io ho preso il suo posto alla scuola materna. I bambini erano tanti, si sgobbava
a quei tempi! In tutti erano almeno 100, anche se siamo arrivati anche a 150.
A Roncade mi sono trovata a mio agio; la
scuola era adiacente al pastificio "Menazza, bastava saltare la mura. Vicino
cera anche Bettiol che faceva il casaro. Il parroco era don Romano Citton.
Le altre suore andavano alla messa
"prima", ma la sottoscritta andava alla messa "del Fanciullo", alle
8,30, perchè mi lasciavano dormire. La sera dovevamo star su a lavorare, rimagliare i
giacchini dei bambini.
Anzichè pagare in denaro i genitori
portavano dei generi alimentari, soprattutto latte, e noi davamo ai bambini la minestra.
Lasciavamo comunque libertà: chi poteva, pagava la minestra 50 centesimi.
Allora i bambini portavano ancora il
cestino, ma poi abbiamo cambiato sistema: con un panierino loro portavano il
"secondo", noi davamo la minestra.
Da casa portavano un po di
formaggio, oppure marmellata o un panino. Tutti avevano qualche cosa. Noi raccomandavamo
alle mamme di essere parche perchè cerano dei bambini poveri che non potevano
disporre di alimenti come gli altri; volevamo evitare che nascesse disprezzo oppure che si
verificassero sorprese dolorose. A volte poteva accadere che un bambino spiasse nel
cestino di qualche compagno. Se prendevano qualcosa non era un furto ma un esigenza,
una difficoltà troppo grande ad accettare una privazione.
Cera una specie di educazione
alimentare; ad esempio si preferiva frutta fresca anzichè cotta perchè era bene che il
bambino si abituasse a masticare. Cercavamo di fare il nostro meglio perchè i piccoli si
abituassero anche a stare a tavola in un atteggiamento di rispetto, composti, non con i
gomiti larghi. Dicevamo loro che a stare composti il cibo va giù meglio. Era importante
anche insegnare luso delle posate.
Di tanto in tanto veniva inviato un
ispettore, ed una volta ci è stato chiesto se cercavamo di insegnare luso della
lingua italiana. Noi abbiamo risposto che si faceva il possibile. Un bambino, durante una
di queste visite, è stato chiamato dallispettore, il quale gli ha chiesto di
elencare i cinque sensi. Il piccolo ha cominciato a dire "Orecchio, occhio,
nacchio...". Ci siamo messi a ridere ma lispettore ha osservato che il bambino
cercava di italianizzare e che perciò aveva capito.
Io penso sempre che cè una
differenza enorme da quando io sono arrivata a Roncade. Anche adesso io ho sempre bisogno
di imparare e non mi vergogno a dirlo. Perchè il bambino va trattato da bambino e non da
giocattolo.
Io dicevo sempre: un lavoretto di meno ma
una carezza di più, perchè questa è letà dell affettività. Allora
cerano tanti bambini poveri, il paese è trasformato adesso. Però mi ricordo che il
direttore ci diceva: "voi non avete da invidiare le scuole materne dalla città
perchè siete allavanguardia".
Quando facevo catechismo io non volevo
cantilene. Al mio arrivo, ad esempio, alla domanda su quali fossero i sacramenti i bambini
rispondevano in coro: "primo battesimo, secondo cresima..." e così via quasi
canticchiando. Pensa se io tolleravo una cosa del genere. Un po alla volta siamo
riuscite a far perdere loro quella cantilena. Abbiamo lottato tanto per trasformarli.
Mi ricordo che ho avuto la malaria; a
Musestre cerano le risaie e, naturalmente, purtroppo, la malaria si era sviluppata e
ne sono stata colpita anchio. Il dottor Ziliotto non voleva ammettere che fosse la
malaria ed allora un giorno è venuto accanto al mio letto. Il mattino la febbre mi saliva
a quaranta. Ad un certo punto, mentre ero a letto, mi sono girata e sono stata presa da un
tremore. Allora Ziliotto ha detto "Signore ti ringrazio, adesso vado via contento
perchè ho capito che è malaria".
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