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Suor Elmina è morta

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Suor Elmina non c'è più

Ha prestato servizio a Roncade per 58 anni

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22 settembre 2001

Si è spenta ieri, nella Casa Madre di San Michele Extra (Verona), dove viveva da alcuni anni, Suor Elmina, al secolo Emilia Moretto. Ha prestato servizio all'asilo infantile parrocchiale di Roncade, dov'è giunta poco più che ventenne, per 58 anni.

Aveva 84 anni. Il funerale è stato fissato per lunedì 24 settembre, alle 16, nella chiesa di Roncade.

Caso unico, sarà sepolta nella cappella del cimitero dove riposano i parroci di Roncade

Emilia nasce a Gaiarine (Tv) il 17 febbraio 1917

Oltre ai genitori, in famiglia vivono 7 fratelli, 6 femmine e un maschio.

In ordine di età: Angela, Emma, Jolanda (Iole), Aurelio, Maria, Emilia, Teresina.

Il nome "Elmina" viene deciso dalla maestra del noviziato ed assunto al momento di prendere i voti.

Un nome breve e che termina con un diminutivo, le spiegano, facilita il rapporto con i bambini.

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NASCITA DELLA VOCAZIONE
 

Ne parla lei direttamente, in un racconto della sua vita registrato nel 1997

   "Andavo a scuola di lavoro presso le suore carmelitane a Gaiarine, ero diventata di casa, c’era una reciproca amicizia. Avevo circa 9 anni, prima avevo frequentato le elementari. La mia famiglia aveva capacità economiche relativamente buone".

ELMINA1.jpg (43445 byte)    "Il solo pensiero di staccarmi da mia madre mi faceva morire; ero troppo attaccata alla famiglia tanto che, quando manifestai l’intenzione di partire per prendere i voti, mia zia disse "datele tempo 8 giorni e vedrete che ritornerà perchè senza il campanile, il fumo del camino e la mamma non riuscirà a stare". Mi accorgevo che in compagnia delle suore stavo bene. Prima di partire ho detto a mio fratello "Mi raccomando la mamma".

   "La vocazione, diciamo, mi è iniziata durante la scuola di lavoro, sentivo che con le suore mi trovavo bene".

   "Un giorno che dovevo andare a Modena per trovare una mia cugina, la mia madrina di Cresima, una delle suore, scherzando, rispose a chi chiedeva dove io stessi andando che stavo per entrare in una specie di educandato. Dirmi così e scoppiare la vocazione è stato tutto uno. Ho pensato: si vede che il Signore mi vuole proprio".

   "Però non sapevo ancora dove il Signore mi voleva. Tant’è vero che mi ricordo, nel periodo in cui stavo riflettendo e non ne parlavo mai con nessuno, che feci un sogno: ero in chiesa, nella mia parrocchia, e avevo lo scapolare delle suore Carmelitane...."

 

ALTRE MEMORIE IN PRIMA PERSONA

   

"A Roncade sono arrivata nel dicembre del 1940, il giorno di Santa Lucia. Sono arrivata qui la sera, alle otto e mezza, era buio pesto, ero partita alle sette del mattino da Verona. Avevo viaggiato da sola in un treno pieno di soldati. Il segretario mi aveva istruito sui treni che avrei dovuto prendere da Verona a Mestre. Una volta a Mestre ho chiesto quale fosse il treno per Quarto d’Altino ed un capitano mi ha aiutato a sollevare la valigia ordinando ad un soldato di cedermi il posto. Il capitano aveva un braccialetto con l’immagine della Madonna.

A Quarto d’Altino ho trovato un pullman privato di Renato Golfetto.

Questo signore mi ha accompagnato personalmente alla Scuola Materna e ha suonato. Si è affacciata Suor Carmelinda ed ha chiesto: "Chi è?". "E’ una vostra sorella", ha risposto Golfetto, ed allora la religiosa è scesa a ricevermi. A Roncade allora c’erano 5 suore, ma i nomi mi sfuggono... mi ricorso suor Cirenia, suor Lisangela...

Suor Cirenia stava per partire tra i soldati, io ho preso il suo posto alla scuola materna. I bambini erano tanti, si sgobbava a quei tempi! In tutti erano almeno 100, anche se siamo arrivati anche a 150.

A Roncade mi sono trovata a mio agio; la scuola era adiacente al pastificio "Menazza, bastava saltare la mura. Vicino c’era anche Bettiol che faceva il casaro. Il parroco era don Romano Citton.

Le altre suore andavano alla messa "prima", ma la sottoscritta andava alla messa "del Fanciullo", alle 8,30, perchè mi lasciavano dormire. La sera dovevamo star su a lavorare, rimagliare i giacchini dei bambini.

Anzichè pagare in denaro i genitori portavano dei generi alimentari, soprattutto latte, e noi davamo ai bambini la minestra. Lasciavamo comunque libertà: chi poteva, pagava la minestra 50 centesimi.

Allora i bambini portavano ancora il cestino, ma poi abbiamo cambiato sistema: con un panierino loro portavano il "secondo", noi davamo la minestra.

Da casa portavano un po’ di formaggio, oppure marmellata o un panino. Tutti avevano qualche cosa. Noi raccomandavamo alle mamme di essere parche perchè c’erano dei bambini poveri che non potevano disporre di alimenti come gli altri; volevamo evitare che nascesse disprezzo oppure che si verificassero sorprese dolorose. A volte poteva accadere che un bambino spiasse nel cestino di qualche compagno. Se prendevano qualcosa non era un furto ma un’ esigenza, una difficoltà troppo grande ad accettare una privazione.

C’era una specie di educazione alimentare; ad esempio si preferiva frutta fresca anzichè cotta perchè era bene che il bambino si abituasse a masticare. Cercavamo di fare il nostro meglio perchè i piccoli si abituassero anche a stare a tavola in un atteggiamento di rispetto, composti, non con i gomiti larghi. Dicevamo loro che a stare composti il cibo va giù meglio. Era importante anche insegnare l’uso delle posate.

Di tanto in tanto veniva inviato un ispettore, ed una volta ci è stato chiesto se cercavamo di insegnare l’uso della lingua italiana. Noi abbiamo risposto che si faceva il possibile. Un bambino, durante una di queste visite, è stato chiamato dall’ispettore, il quale gli ha chiesto di elencare i cinque sensi. Il piccolo ha cominciato a dire "Orecchio, occhio, nacchio...". Ci siamo messi a ridere ma l’ispettore ha osservato che il bambino cercava di italianizzare e che perciò aveva capito.

Io penso sempre che c’è una differenza enorme da quando io sono arrivata a Roncade. Anche adesso io ho sempre bisogno di imparare e non mi vergogno a dirlo. Perchè il bambino va trattato da bambino e non da giocattolo.

Io dicevo sempre: un lavoretto di meno ma una carezza di più, perchè questa è l’età dell’ affettività. Allora c’erano tanti bambini poveri, il paese è trasformato adesso. Però mi ricordo che il direttore ci diceva: "voi non avete da invidiare le scuole materne dalla città perchè siete all’avanguardia".

Quando facevo catechismo io non volevo cantilene. Al mio arrivo, ad esempio, alla domanda su quali fossero i sacramenti i bambini rispondevano in coro: "primo battesimo, secondo cresima..." e così via quasi canticchiando. Pensa se io tolleravo una cosa del genere. Un po’ alla volta siamo riuscite a far perdere loro quella cantilena. Abbiamo lottato tanto per trasformarli.

Mi ricordo che ho avuto la malaria; a Musestre c’erano le risaie e, naturalmente, purtroppo, la malaria si era sviluppata e ne sono stata colpita anch’io. Il dottor Ziliotto non voleva ammettere che fosse la malaria ed allora un giorno è venuto accanto al mio letto. Il mattino la febbre mi saliva a quaranta. Ad un certo punto, mentre ero a letto, mi sono girata e sono stata presa da un tremore. Allora Ziliotto ha detto "Signore ti ringrazio, adesso vado via contento perchè ho capito che è malaria".